Psiche e Soma

Ricette per una vita migliore!

Il corpo? Non sa dir bugie.

Soltanto il sette per cento dei nostri messaggi è fatto di voce. Il resto lo diciamo con le gambe, le braccia, e perfino con il naso.

Quanto sono importanti le parole nella comunicazione? Non molto. Secondo una recente ricerca la comunicazione verbale ha un peso minimo nel bilancio dei rapporti sociali: appena il sette per cento, tutto il resto è affidato al linguaggio del corpo, un alfabeto infinito di gesti, sguardi, smorfie, posture, contrazioni muscolari talvolta impercettibili. Immobile o in movimento, il corpo è una continua fabbrica di segnali. Un certo modo di accavallare le gambe o di stringere la mano, uno scatto in avanti o un’occhiata possono rivelare molto più che qualche ora di colloquio.
Esistono piccoli movimenti, apparentemente irrilevanti che in realtà esprimono esattamente lo stato d’animo del momento. Un signore legge tranquillamente il suo giornale mentre attende di essere ricevuto per un importante colloquio di lavoro, e intanto allaccia e slaccia in continuazione l’ultimo bottone della giacca. Il suo abbigliamento è perfettamente in ordine, quindi la sua attività automatica non rientra nel quadro delle azioni del “sistemarsi” per apparire in ordine. Questo signore sta semplicemente indulgendo a quella che gli esperti di comunicazione chiamano attività dislocata, tutti quei gesti “inutili” che riflettono un momento di frustrazione o di conflitto interiore. Insomma, quel gesto irrequieto significa ansia. Tutte le attività dislocate rivelano agli altri i nostri impulsi frustrati e diventano così importanti segnali sociali. Ci sono casi in cui i gesti dislocati sono talmente ben mimetizzati che possono passare quasi inosservati. Durante una festa è molto frequente vedere persone che allentano la tensione sorseggiando una bibita senza avere sete o piluccando dal buffet anche se non hanno il minimo appetito. C’è anche chi sviluppa abitudini personali di dislocazione: far tintinnare le chiavi in tasca, sistemarsi i capelli, pulire gli occhiali col fazzoletto.

Fughe di notizie
Chi non cede a questi piccoli gesti di debolezza rappresenta l’eccezione, cioè non è sfiorato dal conflitto. Può essere una persona socialmente dominante, un asceta, un eccentrico, ma anche uno psicotico. Ma la maggior parte degli esseri umani ogni giorno ricorre alla dislocazione per superare lo stress dovuto a pulsioni contraddittorie: si vorrebbe essere lì e contemporaneamente da tutt’altra parte, dire una cosa e allo stesso tempo tacerla, isolarsi dagli altri e socializzare. Nella vita di relazione spesso cerchiamo di nascondere le nostre vere emozioni, ma spesso la mimica contraddice la parola facendoci dire la verità anche quando vogliamo nasconderla. Si verifica cioè una “fuga non verbale di notizie”. Naturalmente ciò che sta dietro una fuga di informazioni non verbali non è sempre una bugia. Talvolta è semplicemente la spia di un conflitto in cui pensiero e azione non coincidono, ma è sempre un modo per “raggirare” l’interlocutore, come quando, per opportunità, fingiamo interesse durante una discussione. Ma è proprio impossibile mentire bene imparando a dominare il corpo? Ci sono zone del corpo più facili di altre da controllare, dicono gli esperti. Il viso è in assoluto la parte che sa mentire meglio perché, chi più chi meno, siamo tutti in grado di gestire la mimica facciale a seconda della circostanza. Gli indizi più utili per scoprire se una persona sta mentendo arrivano dalle mani: o si muovono troppo, a causa della tensione, o troppo poco, perché, coscienti della possibilità di lasciar passare segnali rivelatori, tendiamo a “imprigionarle”, mettendole in tasca o stringendole l’una all’altra. Infine, occhio alle gambe e ai piedi: è la parte del corpo di cui siamo meno consapevoli e dalla quale deriva quindi la maggior fuga di informazioni. Spostamenti repentini dei piedi, calci dati all’aria, gambe rigide che contraddicono i segnali amichevoli o trattenuti delle mani. Il modo migliore per ingannare, dunque, è limitare i messaggi alle parole e alle espressioni del viso, ma siccome immobilizzare il resto del corpo risulterebbe ancora più inverosimile, il consiglio è di mentire esclusivamente quando il fisico è impegnato in un’attività che non consente distrazioni: mentre si parcheggia l’automobile, si sistemano dei documenti sullo scaffale più alto, o si fa sport.

Come si scopre l’inganno
Negli Usa sono stati realizzati molti esperimenti per scoprire quali sono le chiavi che permettono di smascherare un “bugiardo”. Uno dei più interessanti vede protagoniste un gruppo di allieve infermiere alle quali fu chiesto di descrivere ciò che avevano visto in una serie di filmati (interventi chirurgici particolarmente cruenti o scene piacevoli), a volte mentendo e a volte dicendo la verità. Fu chiesto loro di mentire bene per poter valutare la capacità di convincere un malato che un certo intervento chirurgico, particolarmente rischioso, era in realtà del tutto sicuro oppure di rassicurare un paziente ansioso tenendo conto del fatto che quest’ultimo avrebbe potuto scoprire l’inganno al minimo segnale contraddittorio non verbale. Ogni loro gesto venne registrato da alcune telecamere nascoste e studiato attentamente. Risultò che anche le migliori bugiarde non erano in grado di controllare totalmente la comunicazione non verbale. Innanzitutto, evitavano di sottolineare gesticolando parti del discorso che avrebbero dovuto enfatizzare. Tutti sappiamo infatti che basta un tremolio o una tensione delle mani per tradirci. Si toccavano il viso molto più spesso di quanto non accada normalmente. Tra i gesti preferiti, in assoluto: quello di sfregarsi il naso e coprirsi la bocca. Il secondo, da un lato indica la volontà di nascondere un’espressione sincera e che potrebbe smascherarci, dall’altro esprime il desiderio inconscio di imbavagliarsi per bloccare la bugia che sta uscendo.

Come Pinocchio
Anche il gesto di toccarsi il naso ha una duplice spiegazione: la mano si alza per chiudere la bocca, ma il cervello devia la mano per evitare che avvenga ed è sul naso che finisce per ricadere l’azione. Non basta. Il disagio, causato dall’ambiguità della situazione, produce una serie di piccoli mutamenti fisiologici, la mucosa delle narici diventa più sensibile, provocando una sensazione di lieve prurito, quasi impercettibile, ma sufficiente a far sì che il naso attiri la mano. Benché le infermiere fossero sedute si muovevano molto, proprio come chi vorrebbe scappare, ma non può. E infine mostravano delle microespressioni facciali simili, ma non identiche, a quelle associate alle verità. Movimenti dei muscoli appena accennati e che non duravano più di una frazione di secondo. Come se la faccia, per un attimo, si rifiutasse di mentire, l’intenzione però fosse immediatamente bloccata da un contrordine che le comandava di adeguarsi.

I segnali contraddittori
A volte, anche se siamo sinceri, il corpo invia segnali che possono confondere chi ci sta di fronte. Immaginiamo una scena come questa: all’uscita di una discoteca c’è una banda di teppisti, uno di loro rivolge pesanti apprezzamenti a una ragazza. Il suo fidanzato reagisce ma è in preda a desideri opposti: la paura, che vorrebbe farlo scappare, e l’aggressività, che lo spinge all’attacco. Ne deriva un atteggiamento ambiguo: il corpo assume una postura falsamente minacciosa (a esempio, anziché affrontarlo, si sposta di lato rispetto all’aggressore) ma l’espressione del viso è autenticamente aggressiva. Entrambe le azioni sono sincere perché riflettono emozioni davvero sentite anche se opposte. Per decidere come reagire, il teppista deve valutarle entrambe e capire qual è dettata dall’impulso più forte. Ma esistono situazioni difficili da interpretare. Come dovrebbe comportarsi il giovanotto di fronte al sorriso invitante di una ragazza che però tamburella nervosamente con le dita sul banco del bar? Il primo segnale dice: «possiamo fare amicizia», ma le mani avvertono «stai alla larga ». Quale delle due azioni è autentica? Probabilmente la ragazza mostra un sorriso di circostanza ma vuole essere lasciata in pace.

Fingersi bambine
E c’è, infine, un’altra strategia per confondere il prossimo. Consiste nel ricorrere alle cosiddette azioni “rimotivanti”: voglio che tu smetta un certo atteggiamento, quindi cerco di indurne in te un altro. Il funzionamento si basa sul fatto che due emozioni ad alta intensità si sopprimono a vicenda. La più comune azione rimotivante negli adulti è quella a cui ricorrono le donne di fronte a certi comportamenti aggressivi maschili: giocano a fare le bambine per suscitare nel maschio un atteggiamento paterno, un modo per trasformarlo da compagno critico a “papà” tenero e protettivo.

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