Psiche e Soma

Ricette per una vita migliore!

Month: maggio 2011 (Page 2 of 2)

Che origine hanno e cosa significano i simboli maschio e femmina?

Oggi un’altra domanda e risposta della rubrica: Psichesoma Answers!

In questa rubrica troverete risposta alle domande che mi avete posto via email e che ho reputato essere di interesse generale.

D. Che origine hanno e cosa significano i simboli maschio e femmina?
R. Già nell’antica Grecia e poi nell’impero romano, il cerchiolino con la croce indicava il pianeta Venere ed era simbolicamente associato alla dea e in generale al femminile, cioè alla bellezza e all’amore. Il cerchiolino con la freccia indicava il pianeta Marte ed era associato al dio Ares in Grecia, Marte a Roma, e simboleggiava la forza, la guerra, il maschile. A Venere era collegato il rame e in alcune carte geografiche il cerchiolino con la croce segnalava le miniere di rame. A Marte invece erano collegate le armi e l’acciaio. Questi segni grafici sono stati e sono ancora usati anche nell’alchimia e in vari simbolismi esoterici, nonché nelle scienze naturali, sempre per indicare il maschile e il femminile.

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E’ la volontà che ci fa agire? Parte 2.

Ecco la seconda parte del post sulla volontà. La prima parte la trovate QUA.

Risposte automatiche
Tutto ciò è ancora più evidente nelle risposte automatiche, come premere l’acceleratore quando il semaforo diventa verde o frenare quando un’auto ci taglia la strada. Lì la reazione automatica ha luogo in 200-300 millisecondi e addirittura il movimento si verifica prima che la coscienza abbia preso nota dello stimolo. Eppure a posteriori siamo sicuri di aver voluto frenare. Sono più veloci della volontà cosciente anche i processi diventati automatici: un dattilografo digita 120 parole al minuto, cioè due parole al secondo. Per digitare la frase “due parole al secondo” ci vogliono 2 secondi, quindi in 500 millisecondi si digita una parola. La digitazione, insomma, procede così veloce che non c’è spazio per la volontà cosciente, tanto che quando ci si accorge di aver fatto un errore, la frase è già finita. Lo stesso si verifica quando parliamo: la scelta dei vocaboli di solito non è cosciente, e non è cosciente neppure il tiro al volo del centravanti. Insomma, la volontà cosciente è la lumaca della situazione, arriva per ultima. Ma se non è la volontà, che cosa ci fa veramente agire?

La nostra firma
Secondo alcune ricerche, a farci agire in questi casi sarebbe direttamente l’inconscio. L’influenza dell’inconscio sulle azioni è stata dimostrata chiaramente nel 1996 studiando un gruppo di studenti universitari. Bastava fare un test in cui fossero presenti vocaboli tipici dell’invecchiamento come rugoso, brizzolato, pensionato, saggio e vecchio per indurre in questi studenti baldanzosi un passo rallentato rispetto a coetanei sottoposti a un test in cui non c’erano quei vocaboli. Basterebbe quindi pensare a chi cammina lentamente per camminare lentamente. Così come basta pensare di vincere per aver maggiori probabilità di successo.
«A meno che si agisca molto, molto lentamente e ci si pensi sopra così tanto da farsi venire mal di testa, si è inevitabilmente portati a fare molte cose che non sono state coscientemente valutate» dice Daniel Wegner, docente di psicologia a Harvard. Ma se la volontà non causa l’azione, a che serve? «È un segnale che assomiglia per molti versi a un’emozione: attraversa la mente e il corpo per darci la paternità delle nostre azioni» spiega Wegner. «Serve a segnare nella memoria le azioni che abbiamo identificato in questo modo. A riconoscerle come nostre. Ci aiuta a distinguere fra le cose che stiamo facendo e tutte le altre cose che si verificano intorno. E ha una funzione chiave nel dominio della morale e del successo. La sensazione che siamo autori del nostro agire è la base su cui valutiamo se ci siamo comportati bene o male. Ci dice dove siamo e ci fa sentire l’emozione appropriata alla moralità dell’azione che stiamo facendo: colpa, fierezza e altre emozioni morali non ci attanaglierebbero tanto se non sentissimo che abbiamo voluto compiere le azioni».

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E’ la volontà che ci fa agire? Parte 1.

Secondo alcuni scienziati, l’esperienza di volontà cosciente che precede l’azione è un falso, creato dal cervello. In genere, di qualsiasi azione ci rendiamo responsabili, abbiamo la netta convinzione di averla fatta in base alla nostra volontà cosciente. Se diamo un calcio a una palla pensiamo che il calcio l’abbia dato il nostro piede e che il calcio sia stato preceduto dalla nostra decisione di darlo.
Vero? Forse no: oggi la ricerca sembra dimostrare che gran parte delle nostre azioni “ci capitano” e che l’esperienza di volontà cosciente che precede l’azione è in realtà un falso, generato dal cervello.

Mani estranee
Il caso più clamoroso è stato scoperto studiando una malattia chiamata “sindrome della mano estranea”. Chi soffre di questa sindrome ha l’impressione che una delle sue mani sia mossa da una volontà estranea. Come il paziente descritto nel 1989 in un articolo su Archives of Neurology: «Mentre in un’occasione giocava a scacchi, la mano sinistra fece una mossa che lui non voleva fare. La corresse con la mano destra. Allora la mano sinistra, con grande frustrazione del paziente, ripeté la mossa sbagliata. In altre occasioni egli girava le pagine di un libro con la destra mentre la sinistra cercava di chiuderlo; si sbarbava con la destra mentre la sinistra gli apriva la lampo della giacca…». Per un verso, quindi, la mano estranea fa cose complicate, atti classificabili come volontari. Per l’altro il paziente, il “proprietario” della volontà cosciente, non sente queste azioni come volute, tanto da attribuirle addirittura a entità diverse. Un caso per alcuni aspetti simile è quello dell’ipnosi, durante la quale la coscienza dell’azione è presente, ma sembra mancare la volontà. Chi viene ipnotizzato afferma infatti di sentire se stesso agire, ma senza partecipazione di volontà. Basta che l’ipnotista dica: «Il tuo braccio è pesante, molto pesante, sta diventando così pesante che non puoi resistere» perché ad alcuni il braccio si sposti senza che intervenga la volontà. Ma c’è sempre l’intervento della corteccia cerebrale.

Decisioni e lampadine
È studiando questi casi che gli scienziati si sono chiesti come si poteva fare per determinare se la volontà cosciente era o meno presente durante un’azione. Nei cartoni animati è semplice. A un certo punto si accende una lampadina sulla testa del personaggio che,dopo aver guardato prima a destra, poi a sinistra, si precipita a compiere l’azione volontaria ideata. L’uomo non ha lampadine che si accendono sopra la testa, ma i ricercatori possiedono ora gli strumenti per vedere il succedersi delle varie fasi di una azione: l’elettromiografia, che misura il movimento muscolare, e l’Eeg o elettroencefalogramma, che misura l’attività elettrica cerebrale. È stato usando questi strumenti nell’analisi del movimento di un dito che Benjamin Libet, celebre fisiologo dell’Ucla di Los Angeles, ha capito, 10 anni fa, che circa 535 millisecondi prima del movimento del dito il cervello inizia a fare qualcosa di cui non abbiamo alcuna coscienza; che 204 millisecondi prima che il dito si muova arriva la coscienza di voler muovere il dito; 86 millisecondi prima arriva la coscienza che il dito si muove (ma il dito è ancora fermo), e infine si muove finalmente il dito. Insomma, nel cervello il movimento di un dito viene innescato da quello che i ricercatori chiamano RP, o readiness potential (potenziale di prontezza) che si verifica 331 millisecondi prima della volontà cosciente di muoverlo. In base a questo tipo di esperimenti, i ricercatori hanno dedotto che la volontà cosciente è un evento mentale causato da eventi precedenti e che nella realtà non innesca la decisione di fare un movimento volontario, ma è solo uno degli eventi di una cascata che alla fine porta al movimento.

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Un attimo di relax #144

Foto, citazione e libro della settimana sono il mio modo per regalarvi un minuto di relax.

“Non ti preoccupare mamma, torno presto.”

Gli errori rendono l’uomo amabile.” ~ Johann Wolfgang Göethe

Libro della settimana:

Autobiografia di un Gatto

Che cos’è l’ossigeno-ozono terapia?

Oggi un’altra domanda e risposta della rubrica: Psichesoma Answers!

In questa rubrica troverete risposta alle domande che mi avete posto via email e che ho reputato essere di interesse generale.

D. Che cos’è l’ossigeno-ozono terapia?
R. È un metodo di cura basato sulla somministrazione di una miscela gassosa, originata mescolando l’ozono con l’ossigeno. L’ossigeno-ozono terapia costituisce, ad esempio, un’alternativa alla chirurgia in caso di ernia del disco: infiltrando nel disco la miscela, si induce un processo che porta alla disidratazione dell’ernia e quindi alla sua sparizione. Inoltre la miscela viene utilizzata nei casi di artrite e nei traumi sportivi per ridurre l’infiammazione, per combattere la cellulite, per la cura di alcune malattie della pelle, per combattere il virus dell’epatite e le infezioni del cavo orale. Ci sono due tipi di somministrazione: la “grande autoemoterapia”, che consiste nel prelevare circa 250 ml di sangue, mescolarlo a una quantità pari di miscela gassosa, e reiniettare il tutto in vena dopo qualche minuto, e la “piccola autoemoterapia”, dove invece si prelevano 10 ml di sangue, si uniscono a 10 ml di ossigenoozono e si reiniettano nel muscolo. A questi metodi si aggiunge l’applicazione locale per mezzo di campane di vetro: si usano per esempio nel caso di ulcere agli arti inferiori. Il paziente infila la gamba nel cilindro, nel quale si immette la miscela.

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Come valutiamo le persone? Parte 2.

Ecco la seconda parte del post su come valutiamo le persone. La prima parte la trovate QUA.

L’importanza del naso
Risultano poi più simpatici gli ottimisti e le persone felici rispetto ai pessimisti infelici. Mentre l’attrazione sessuale si basa, secondo Claus Wedekind, biologo dell’Università di Edimburgo, su analogie e differenze di alcuni messaggi odorosi legati al sistema immunitario che percepiamo inconsciamente. Poi c’è la stretta di mano, gesto che, secondo gli psicologi dell’Università dell’Alabama, consente di giudicare il carattere in base al calore, alla forza, alla durata della stretta e al contatto dello sguardo. Le donne che stringono in modo risoluto passano per aperte, intellettuali e socievoli. Gli uomini, al contrario, sono giudicati aperti quando la loro stretta è ferma senza essere una morsa.

Specchi nel cervello
Con cosa valutiamo chi ci sta di fronte? Coi “neuroni specchio”, scoperti da Vittorio Gallese e Giacomo Rizzolatti dell’Università di Parma, che ci aiutano a interpretare il comportamento altrui. Entrano in funzione quando si compiono certe azioni, per esempio nel cervello delle scimmie si accendono quando l’animale rompe il guscio di una nocciolina. Ma anche quando vede altri farlo e persino quando ne sente il rumore. Rappresentano il significato delle azioni: non importa se l’animale le ha eseguite o solo viste, o udite. Il concetto di “rompere una nocciolina” è registrato in quel neurone. Questo potrebbe spiegare come facciamo a decodificare gli atteggiamenti degli altri. I neuroni specchio ci consentono di proiettarci negli altri, di leggere i loro pensieri, di prevederne le azioni. Perché per farsi un giudizio sulle intenzioni altrui è necessaria una simulazione nel proprio cervello, che senza neuroni specchio sarebbe impossibile.

Attendibile con giudizio
L’intuizione sociale è quindi attendibile, ma non al 100%: innamoramento, depressione, ormoni, alterano la capacità di giudizio. E così gli stereotipi: la bionda è oca, il funzionario noioso, l’artista bizzarro… Una volta formulato, lo stereotipo è un marchio indelebile. Col rischio della reciprocità: si è antipatici a chi ci è antipatico.

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Come valutiamo le persone? Parte 1.

Bastano 200 millisecondi, quanto uno sbattere di ciglia, per farsi un’idea dello sconosciuto appena incontrato.
«In quel quinto di secondo viene valutato ogni particolare» dice John Bargh, psicologo della New York University. Non c’è da stupirsi: quando il nostro antenato ominide andava a spasso per la savana, doveva capire al volo se chi gli veniva incontro era amico o nemico. Chi azzeccava la valutazione aveva maggiori probabilità di sopravvivere e lasciare discendenti, e questo spiega perché ancora oggi siamo in grado di intuire nel nostro interlocutore rabbia, tristezza, paura o piacere anche se lui tenta di nasconderli. Si chiama intuizione sociale, è una capacità che attraversa tutte le culture ed è uno strumento notevolmente specializzato: ci consente di capire quasi tutto in 10 secondi.

Intuito attendibile
Che si tratti di un colloquio di lavoro, di una festa, di un appuntamento galante o del professore al primo ingresso in classe, basta uno sguardo. E gli studi hanno dimostrato che è attendibile. Nalini Ambady e Robert Rosenthal, ricercatori di Harvard, hanno dimostrato che 3 spezzoni video, di 10 secondi l’uno, registrati rispettivamente all’inizio, a metà e alla fine della prima ora di lezione di 13 insegnanti, bastavano agli allievi per valutarne sicurezza, attivismo e passione per la materia. Impressioni confermate dalle valutazioni ripetute alla fine del semestre. In base a che cosa si decide? Età, sesso, fascino sono i primi criteri. L’abito fa il monaco, e ci facciamo un’idea di chi abbiamo di fronte anche da abbigliamento e pettinatura. E da mimica, andatura, odore e voce. Per una prima impressione sulla personalità può bastare una foto. E questo vale anche per gli stranieri: da un ritratto i cinesi sono in grado di capire se un americano è estroverso e piacevole, e lo stesso possono fare gli americani con la foto di un cinese. Abito fuori luogo, pettinatura “sbagliata”, tono di voce inadeguato possono dare un’impressione negativa. Lo sa bene il venditore di professione, che indossa abiti curati, porta i capelli in ordine e tiene la voce bassa. In tal modo riesce a guidare l’intuito altrui (che comunque cade a volte in errori clamorosi, come con le “intuizioni matematiche”).

Marcia eloquente
L’orientamento sessuale viene desunto dai gesti: ad Harvard hanno proiettato registrazioni di una persona senza volto: bastava un secondo per catalogare l’attore come etero o omosessuale. Con 90 secondi di camminata si desume la leadership, e questo permette di scegliere il passante al quale chiedere un’informazione o la carità. La voce, anche se recita l’alfabeto, dà indicazioni sulla sicurezza di sé. E sull’intelligenza: è impossibile dedurre l’intelligenza da un filmato muto. Attribuiamo forte energia mentale a chi parla in modo scorrevole e pulito, ma sono importanti pure i contenuti: attenti a come si parla degli altri; accusare qualcuno di un difetto rischia di far attribuire quello stesso difetto all’accusatore.

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Un attimo di relax #143

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“Anestesia fai da te.”

Gli errori rendono l’uomo amabile.” ~ Johann Wolfgang Göethe

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Respira Profondamente e Fai il Pieno di Energia

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