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Come si protegge il cervello?

Ecco il quarto ed ultimo articolo su quest’organo a dir poco fondamentale. Sarà possibile leggerli tutti cercandoli nella categoria Salute del Cervello.

Per i neuroni il pericolo viene dai radicali liberi, cioè molecole che si formano durante il metabolismo dell’ossigeno, e che col tempo possono danneggiare la membrana cellulare, rendendo il neurone più sensibile agli stimoli esterni, e alterandone la capacità di risposta elettrica. Inoltre i radicali liberi incidono sulla corretta produzione del DNA cellulare. Alla fine quindi accelerano il processo di invecchiamento. Per questo la scienza ha concentrato la propria attenzione sulle sostanze ad azione antiossidante, che possono contrastare il danno indotto dai radicali liberi.
Tra i difensori dei neuroni ci sono innanzitutto le vitamine. L’alfatocoferolo, o vitamina E, sembra correlata con una maggior fertilità e longevità. Inoltre la vitamina E è necessaria perché alcuni “scavengers” (spazzini) intracellulari riescano a ripulire le cellule dai composti tossici. E’ il caso del glutatione, una sostanza che favorisce l’azione di alcuni enzimi con effetti antiossidanti.

I carotenoidi, precursori (cioè sostanze che intervengono nel processo di formazione) della vitamina A, vengono invece sintetizzati dalle piante per proteggersi dai radicali liberi che si producono nel corso della fotosintesi. Pare che un’azione simile, pur se non dimostrata, sia possibile anche nell’uomo. L’osservazione che nel sangue delle specie animali più longeve, e dotate di maggior intelligenza, l’acido urico sia presente in concentrazioni elevate ha posto l’attenzione su questa sostanza. Sembra davvero che l’acido urico protegga i lipidi della membrana ellulare dalla perossidazione, cioè dal danno provocato dai radicali liberi. Ma è altrettanto vero che valori di acido urico superiori alla norma possono scatenare attacchi di gotta, perché la sostanza si deposita nelle articolazioni creando un’infiammazione, e danneggiare anche arterie e reni.

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Quali malattie colpiscono il cervello?

Ecco il terzo articolo su quest’organo a dir poco fondamentale. Sarà possibile leggerli tutti cercandoli nella categoria Salute del Cervello.

Le malattie che colpiscono il cervello sono diverse, e seguono una evoluzione che dipende dall’età del soggetto interessato. Ci sono cioè disturbi tipici della gioventù, della maturità e della vecchiaia, sempre diversi.
Vediamo i principali.

Peccati di gioventù
La completa maturazione dell’encefalo avviene nei primi anni di vita, quando i neuroni, ovviamente già presenti al momento del parto, vengono stimolati dall’esterno. In questa fase possono comparire i primi attacchi epilettici. L’epilessia è la malattia neurologica (si manifesta con convulsioni, alterazioni dello stato di coscienza o altri disturbi legati alla zona encefalica colpita dal fenomeno patologico) più frequente nei bambini e nei giovani. In circa tre quarti dei malati non è però possibile trovarne la causa. I primi attacchi compaiono normalmente tra i 2 e i 14 anni. Quando i fastidi si presentano in età neonatale bisogna pensare invece a malformazioni, malattie metaboliche rare o traumi da parto, mentre un’epilessia che compare in età adulta può essere il primo segno di un tumore cerebrale o di altre malattie. Come funziona l’epilessia? Nel caso di epilessia a insorgenza focale (cioè in un punto determinato del cervello) un certo numero di neuroni, spontaneamente o in seguito a uno stimolo (per esempio, rumori o luci intense) produce una scarica elettrica anomala. Da questa può derivare un transitorio stato confusionale oppure anche scosse muscolari ripetute in una parte del corpo. In questo caso si parla di crisi parziali. Se l’epilessia è generalizzata invece la scarica anomala si diffonde immediatamente all’intero cervello. Attenzione però anche un cervello normale, in condizioni di ipoglicemia o carenza di ossigeno, oppure quando stimolato con farmaci che possono indurre convulsioni, può essere soggetto a crisi epilettiche. La cura dell’epilessia, che in molti casi può anche sparire da sola, prevede diverse possibilità: dai farmaci che mettono “a riposo” il potenziale elettrico cerebrale (per esempio i barbiturici) a quelli che aumentano la disponibilità di mediatori cerebrali a funzione inibitoria (come l’acido gamma aminobutirrico o Gaba), fino a piccoli interventi chirurgici che rimuovono il nucleo di cellule responsabile degli attacchi. Se le crisi sono invece legate alla presenza di un tumore, o sono l’esito di un passato trauma cerebrale, la terapia va ovviamente scelta in base alla causa.

Crescendo, crescendo
Più si va avanti con gli anni, più i neuroni si deteriorano. Questo avviene per un normale fenomeno di invecchiamento che può però essere accelerato dalla presenza di malattie cerebrovascolari o malattie cerebrali. Il cervello ha costantemente bisogno di nutrimento, tanto che almeno il 15 per cento del sangue circolante è destinato proprio a questo organo. Ed è irrorato da una rete di vasi che può compensare, almeno per un certo tempo, eventuali deficit dovuti alla presenza di lesioni aterosclerotiche. Ma a volte questi meccanismi compensativi non bastano. E’ in questi casi che possono comparire le patologie cerebrovascolari: dall’attacco transitorio, causato da una temporanea ma reversibile alterazione dell’apporto di sangue a una zona cerebrale, fino al vero e
proprio ictus, legato alla morte di un certo numero di neuroni per un blocco della circolazione sanguigna. Anche un’emorragia cerebrale può causare un ictus. Per la terapia occorre anzitutto diagnosticare con certezza se si tratta di una forma ischemica o emorragica. Si deve cioè fare una Tac per conoscere l’origine della lesione. Poi si procede al trattamento: nella forma ischemica si cerca di far ricircolare il sangue aumentandone l’afflusso e riducendo l’edema che comprime le cellule colpite. Nella forma emorragica bisogna, al contrario, evitare che la pressione arteriosa elevata faccia aumentare la perdita di sangue.

Anziani a rischio
La forma più diffusa di malattia cerebrale negli anziani è il morbo di Alzheimer: nelle prime fasi esso induce confusione e perdita delle memoria, in un secondo momento porta il paziente a una totale scomparsa dell’indipendenza psicofisica. Per ora ci sono soltanto ipotesi sui meccanismi che conducono all’Alzheimer. Probabilmente esiste una predisposizione genetica (sul cromosoma 21 c’è infatti un gene che codifica la proteina precursore della sostanza amiloide che invade i neuroni nella malattia). Di sicuro nei malati esiste un difetto nell’attività di alcuni neurotrasmettitori, in particolare dell’acetilcolina, con conseguente allentamento nello scambio di informazioni all’interno del cervello. Nel tessuto cerebrale dei malati si formano placche che lentamente portano a una degenerazione dei neuroni, in particolare nella corteccia e nell’ippocampo una formazione interna del cervello che coordina la memoria, il pensiero e la percezione). Piano piano vengono danneggiate anche le sinapsi, cioè le zone di contatto tra i diversi neuroni, e si crea così una sorta disconnessione tra le cellule. Oggi non esistono farmaci risolutivi, per l’Alzheimer. Quadri clinici simili a quello della malattia di Alzheimer, si possono avere anche in altre patologie: soprattutto nel morbo di Parkinson, una malattia dovuta alla riduzione el numero dei neuroni cerebrali, e da un deficit di dopomina, una sostanza che favorisce il passaggio dei messaggi tra le terminazioni nervose. Si manifesta con lentezza e povertà dei movimenti, rigidità muscolare, tremori.

A tutte le età
Indipendentemente dall’età, poi, una serie di malattie può in effetti interessare il cervello. Alcune infezioni come la meningite o le malattie fungine, per esempio, possono avere gravi conseguenze. Anche alcuni virus del gruppo herpes possono entrare nel tessuto cerebrale, causando una encefalite erpetica: si tratta di una patologia grave, perché il virus avanza distruggendo le cellule cerebrali e formando aree “vuote” di tessuto. Anche il morbillo può provocare una encefalite, e per questo è sempre bene provvedere a una vaccinazione. Lo stesso Aids può interessare l’encefalo: nelle fasi più gravi della malattia si possono avere manifestazioni già definite, come “Aids dementia complex”, che portano a difficoltà di concentrazione, debolezza e difficoltà di mantenere la posizione eretta. Influenza possono avere anche le malattie respiratorie e renali. Una grave bronchite o un enfisema polmonare inducono per esempio un ridotto apporto di ossigeno al cervello, mentre una insufficienza renale può provocare un accumulo di sostanze tossiche non adeguatamente eliminate dai reni. In questo caso i messaggi nervosi non vengono condotti nel modo migliore, e si ha un rallentamento dell’attività cerebrale. Qualcosa di simile accade anche in caso di grave insufficienza epatica legata soprattutto alle cirrosi. Infine le malattie ormonali. Alcune di esse (come l’ipotiroidismo o il morbo di Cushing) possono realmente provocare quadri di demenza, che si manifestano anche con disturbi nei movimenti

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La manutenzione del cervello.

Ecco il secondo articolo su quest’organo a dir poco fondamentale. Sarà possibile leggerli tutti cercandoli nella categoria Salute del Cervello.

Le malattie del cervello vanno divise in due grandi gruppi: quelle dovute a carenza di sangue, o malattie cerebrovascolari, e quelle di altra origine. E’ soprattutto per le prime che si può tentare qualche misura preventiva.
Ecco i principali fattori di rischio per il cervello: una buona manutenzione di quest’ultimo si effettua proprio tenendo sotto controllo una serie di disturbi.

● Alcol: aumenta la pressione. Un bicchiere di vino a pranzo e cena (un quarto di litro o poco più al giorno) non sembra particolarmente pericoloso. L’assunzione abbondante di alcolici può invece aumentare il rischio di ictus, soprattutto quelli di tipo emorragico, perché favorisce notevolmente l’ aumento della pressione.

● Ipertensione: incontro all’ictus. E’ il fattore di rischio più significativo. Oltre a favorire la formazione di una placca ateromatosa (cioè una placca che si forma all’interno delle arterie colpite da arteriosclerosi) nelle grandi arterie che irrorano il cervello, con conseguente diminuzione della quantità di sangue che giunge a esso, la pressione alta tende col tempo a indurire la parete dei vasi più piccoli, e a renderli meno adattabili alle situazioni di emergenza (per esempio un deficit di ossigeno). Si è calcolato che chi ha una pressione massima più alta di 180 millimetri di mercurio corre un rischio di ictus sei volte superiore rispetto a chi ha la pressione normale.

● Diabete: meno sangue al cervello. Il danno si esplica in due modi. La “macroangiopatia” diabetica, che interessa i grandi vasi, amplifica i danni dell’aterosclerosi favorendo la progressione della placca ateromatosa. La “microangiopatia”, che colpisce soprattutto le piccole arterie e i capillari, può invece provocarne la chiusura e quindi indurre piccole zone ischemiche (cioè non irrorate dal sangue) molto localizzate in alcune parti dell’encefalo.

● Obesità: assolto il colesterolo? Il sovrappeso e la scarsa attività fisica possono incrementare il rischio di malattia cerebrovascolare. Non è del tutto chiaro, anche se si consiglia comunque una dieta povera di grassi di origine animale, invece il ruolo dei lipidi alimentari. A differenza di quanto avviene per le coronarie, in cui il rischio è ampiamente dimostrato, sembra che un aumento del colesterolo totale e della sua frazione LDL sia meno significativo come fattore di rischio per ictus. In realtà l’ictus può essere di due tipi: ischemico, dovuto a un blocco della circolazione del sangue, o emorragico, legato invece a un’emorragia cerebrale. Normalmente nel nostro Paese il rapporto è di quattro a uno a favore dell’ictus ischemico. Ma in altre zone del mondo, come il Giappone, ove la dieta prevede un’elevata assunzione di grassi insaturi ad azione protettiva (per esempio quelli contenuti nei pesci) e i valori di colesterolemia sono sotto la norma, l’ictus emorragico è più frequente.

● Sigarette: sangue impoverito. Il fumo rende più rigidi i vasi sanguigni e favorisce l’ispessimento della placca aterosclerotica delle carotidi. Aumenta quindi il rischio di ictus ischemico. Inoltre nei grandi fumatori il sangue è più povero di emoglobina, la proteina che trasporta l’ossigeno, e più ricco di carbossiemoglobina. Anche questo elemento può favorire l’anossia cerebrale, cioè la carenza di ossigeno.

● Traumi: nasce così l’epilessia? I traumi cranici sono la lesione neurologica che più di frequente causa invalidità o morte nelle persone con meno di 50 anni. Dopo la fase acuta, tuttavia, possono rimanere disturbi. In pochi casi di trauma cranico chiuso (cioè senza esposizione dell’encefalo) dopo alcuni mesi (al massimo due anni) può comparire una epilessia post traumatica, localizzata nella sede della cicatrice.

● Farmaci: memoria a rischio. Alcuni tipi di farmaci, come le benzodiazepine, gli antidepressivi e i barbiturici, ad alti dosaggi possono ridurre le capacità di apprendimento e memoria negli anziani. Nel primo caso sembra che l’azione di riduzione della memoria a breve termine sia legata a una depressione dei sistemi di veglia, che assicurano una maggior facilità di attenzione e recepimento degli stimoli. Lo stesso sembra avvenire anche dopo abuso di barbiturici. Gli antidepressivi possono invece avere azione anticolinergica, cioè bloccare l’attività dell’acetilcolina.

● Psicostimolanti: mai più di sei caffè. Esistono sostanze di uso comune, come la caffeina, che agiscono sulla “sostanza reticolare”, una struttura cerebrale che attiva la corteccia, migliorando l’attenzione. In dosi elevate (oltre le sei tazzine quotidiane) possono comparire però segni di eccitazione e ipertensione. Qualcosa di simile può avvenire anche con la cocaina o altri derivati dell’oppio. Nel lungo periodo questo meccanismo esaurisce il cervello.

Minerali: a colpi di alluminio. Secondo alcuni studiosi, un eccessivo introito di alluminio potrebbe essere correlato con un maggior rischio di ammalarsi di morbo di Alzheimer. L’ipotesi è nata dopo l’osservazione di disturbi cerebrali in persone sottoposte a dialisi, che introducevano con il liquido di lavaggio anche alluminio. Pare che il minerale possa alterare la membrana della cellule cerebrali. Altri metalli: sembra che l’intossicazione da mercurio e piombo, e l’accumulo di queste sostanze all’interno delle cellule cerebrali, sia in grado di interferire con la salute dei neuroni, distruggendoli e rallentando la trasmissione dei messaggi nervosi.

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Il cervello: conosciamolo meglio.

Con questo articolo inizia una serie di ben 4 articoli su quest’organo a dir poco fondamentale. Sarà possibile leggerli tutti cercandoli nella categoria Salute del Cervello.

Pesa poco meno di un chilo e mezzo, e ha la forma di un grosso pompelmo. Al tatto ha la consistenza di un budino. Eppure, insieme con cuore e reni, è uno degli organi “nobili” del corpo umano, quelli che debbono essere costantemente riforniti di sangue e ossigeno. Altrimenti, dopo pochi minuti, i neuroni (cioè i miliardi di cellule che lo formano) cominciano a soffrire e dopo alcune ore muoiono. E, si pensa, non possono più essere sostituiti. Il cervello, il nostro elaboratore centrale, è strutturato in maniera assai complessa.

L’encefalo, la porzione principale, ha la forma di una cupola. E’ composto dalla corteccia cerebrale formata di cellule (sostanza grigia), e dalle strutture sottostanti prevalentemente formate di fibre nervose (sostanza bianca). Nella corteccia vengono decodificate e, se necessario, immagazzinate le informazioni in arrivo. L’encefalo è diviso in due emisferi, scomposti in quattro parti ciascuno (i lobi cerebrali) separate tra loro da una serie di solchi.

L’emisfero destro e quello sinistro sono tra loro collegati attraverso fibre nervose, che trasportano informazioni da un emisfero all’altro: ognuno infatti è specializzato in particolari funzioni. A sinistra sono localizzati i centri del linguaggio, e a destra le capacità di organizzazione dello spazio in cui si vive. Il lobo frontale contiene i centri motori. Lateralmente, nel lobo temporale, c’è il centro uditivo. Il lobo parietale, è il punto di arrivo degli stimoli sensitivi. Infine nel lobo occipitale vengono gestite e interpretate le immagini provenienti dalla retina. Questa grossolana divisione (nell’ambito di ogni zona della corteccia vengono svolte anche funzioni più specifiche, come la gestione del linguaggio), spiega perché quando si verifica un danno localizzato ci sono deficit circoscritti. Per esempio se un ictus, cioè una lesione circolatoria che porta a morte i neuroni, interessa l’emisfero sinistro, vengono bloccate le funzioni motorie del lato opposto e il malato non riesce a muovere braccio e gamba destra. Questa apparente discrepanza si spiega col fatto che le fibre nervose si incrociano nel tronco encefalico, interessando quindi il lato opposto a quello della lesione.

L’encefalo è collegato attraverso il tronco encefalico al midollo spinale, che invia e registra tutti i segnali nervosi in arrivo e in partenza per le parti più lontane del corpo. Dietro al tronco encefalico, infine, c’è il cervelletto, di otto volte più piccolo rispetto all’encefalo. A esso tocca il mantenimento dell’equilibrio nello spazio e il coordinamento dei movimenti.

Ogni giorno si perdono circa centomila neuroni ( e durante i 5 minuti impiegati per leggere questo post ne avete persi ben 350… ), sugli oltre venti miliardi disponibili. E in ottanta anni di vita quasi un quinto del totale va perduto. Il cervello, insomma, sembra perdere le proprie capacità, con l’andare del tempo, visto che la maggior parte dei neuroni, le sue cellule, viene distrutta. Ma è proprio così? In realtà esistono meccanismi di compenso, perché i neuroni disponibili sono più numerosi rispetto al fabbisogno, e altre cellule vanno a supplire la funzione di quelle mancanti. E si creano nuovi circuiti. Per questo è utile mantenere attivo il cervello fornendo costantemente ai neuroni stimoli (per esempio con la lettura e la discussione). L’invecchiamento, contro cui si può fare poco, non è però l’unico elemento di pericolo. Le cellule cerebrali, infatti, per poter funzionare hanno costante bisogno di “rifornimento”. E non solo di ossigeno, ma anche di altre sostanze. Prima fra tutte il glucosio, anch’esso trasportato dal sangue. Questo zucchero è infatti il carburante preferenziale dei neuroni: non a caso, quando si verifica una crisi ipoglicemica, spesso si perde conoscenza. Anche il calcio, cioè il minerale che consente gli scambi “elettrici” tra i neuroni e l’ambiente extracellulare circostante, è necessario per le normali attività cerebrali. Infine, perché il segnale nervoso passi correttamente, e in tempo, da una cellula all’altra, è indispensabile la presenza di sostanze particolari, in grado di facilitare questo passaggio. Sono i cosiddetti neurotrasmettitori, particolari molecole che hanno proprio questa funzione di “lasciapassare”. Un deficit di acetilcolina, per esempio, o dei suoi recettori all’interno delle cellule, è certamente causa di gravi disturbi cerebrali, che portano alla demenza.

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