Psiche e Soma

Ricette per una vita migliore!

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“La casa sull’albero”, apre a Bari il primo Studio di Psicologia per la Famiglia!

A Bari apre un nuovo studio di psicologia dedicato alla famiglia e ai bambini

Lo studio di psicologia per la famiglia “La casa sull’albero” è attivo dal primo settembre in Via Guarnieri 24 a Bari, giusto in tempo per l’ apertura delle scuole, visto che molti dei servizi proposti interesseranno proprio quest’ambito.
Lo studio è composto da psicologi e psicoterapeuti dedicati a fornire supporto psicologico per la famiglia. La particolarità dello studio è nella creazione di spazi di ascolto dedicati ad ogni membro della famiglia.
I professionisti dello studio “La Casa sull’albero” rispondono al genitore che può avere dei dubbi su come comportarsi con il figlio, supportano l’adolescente che vive un momento complesso della sua vita, e seguono il bambino attraverso l’analisi dei suoi disegni, del gioco e del comportamento ricavando indicazioni utili per i genitori e anche per gli insegnanti in modo da rendere più agevole l’apprendimento.
Sempre dedicati a bambini, saranno anche attivi, presso lo studio, corsi di “educazione alla grafia” ossia come educare attraverso i gesti, corsi di “arteterapia” ed altre attività utili e terapeutiche per i bambini.
Molto ricco è anche lo spazio di supporto e cura per l’adulto che prevede percorsi di Psicoterapia individuale e di gruppo e di Training autogeno.
“Supportare i bambini e la famiglia è doveroso in un momento come questo di crisi dei valori e degli equilibri sociali. L’unico mezzo che abbiamo per contenerne i riflessi sul mattoncino fondante della società è dare consapevolezza, strumenti validi e supporto concreto impiegando le forze migliori”, così ha commentato l’apertura dello studio la Dr.ssa Carmen Donato La Vitola, presidente delle cooperativa Nuova Città , una ONLUS molto attiva nel campo del privato sociale, che oltre a promuovere questo progetto, gestisce il famoso “Poliambulatorio sociale”.
Il sito web dello studio è www.psicologiainfantilebari.it, e i professionisti cono raggiungibili via mail a info@psicologiainfantilebari.it o telefonicamente (080 4550079 – 335 8177630)

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L’ha detto la Televisione

Le notizie possono modificare idee e comportamenti? Si, ma solo in pochi casi…

Quasi tutti gli italiani guardano il telegiornale e seguono regolarmente alla tivù programmi culturali e d’attualità, per la precisione il 68,6 per cento (rispetto all’83 per cento che guarda la tivù ogni giorno). Il 60,2 per cento legge i quotidiani e il 32,6 ascolta abitualmente i radiogiornali. Lo rivela l’ indagine dell’Istat (l’Istituto di statistica) sui nostri comportamenti quotidiani. Riceviamo dunque ogni giorno da giornali, radio e televisione un vero bombardamento di informazioni. Secondo una teoria psicologica ogni notizia è come l’iniezione di un farmaco: ha un’influenza immediata sul comportamento delle persone, proprio come una medicina che, appena iniettata, scatena subito una reazione dell’organismo. Qual è dunque l’effetto delle notizie sulle persone? Davvero riescono a modificarne opinioni, comportamenti e scelte? E possono anche influire sul nostro inconscio? La risposta è sì, ma in modo diverso a seconda delle caratteristiche individuali, dei mezzi di informazione che ce le danno e di come ce le presentano di volta in volta.

In realtà i mezzi di comunicazione, più che alterare direttamente il modo di pensare e di agire del pubblico, selezionano gli argomenti sui quali tutti “devono” avere un’opinione. Quando i giornalisti diffondono determinate notizie, escludendone altre, creano una specie di “mappa dei fatti” sulla quale si concentra, e discute, la popolazione. C’è poi una seconda selezione: fra le notizie proposte da stampa, radio e televisione, ognuno sceglie quelle che lo interessano di più. Sui quotidiani, per esempio, gli adulti e i ragazzi leggono soprattutto gli articoli di politica e di attualità (70,3 per cento dei lettori), mentre le donne si concentrano sulla cronaca locale (76 per cento). Tutti, però, tendono a rivolgersi alle fonti d’informazione con le quali si sentono più in sintonia. Perfino durante le campagne elettorali, invece di confrontare il programma dei vari partiti, ci si informa prevalentemente attraverso i giornali che rispecchiano la propria ideologia. E si seguono i programmi radio e televisivi che danno più spazio al partito di appartenenza. Insomma, ognuno cerca di costruirsi un’ informazione su misura, che rispecchi il più possibile il proprio punto di vista.

E se, invece, non si ha ancora un’opinione su un avvenimento?
In questo caso, i servizi giornalistici possono influenzare i giudizi delle persone. Ma, per riuscirci, ne devono prima catturare l’attenzione. Il pubblico, in realtà, riesce a memorizzare soltanto una minima parte delle notizie diffuse dai vari canali d’informazione. Ecco perché più i messaggi sono brevi, ripetuti e semplici (richiedono, cioè, un minimo sforzo di comprensione), più vengono recepiti e hanno, quindi, possibilità di orientare le scelte delle persone. Lo confermano tutte le ricerche psicologiche più recenti, condotte sia in Europa che negli Stati Uniti, nelle quali sono state analizzate anche le caratteristiche più efficaci delle informazioni “persuasorie” per eccellenza: quelle pubblicitarie e quelle diffuse durante le campagne elettorali. I risultati sono identici: in entrambi i casi, infatti, le persone condividono, o comunque accettano più facilmente, i messaggi che hanno uno o più elementi a loro familiari. Ciò favorisce un processo di identificazione con l’autore, e perfino con il contenuto che le sue parole hanno espresso. Inoltre, di solito ci si lascia convincere più facilmente se chi lancia il messaggio è un personaggio di successo, sul quale inconsciamente si trasferisce la responsabilità della propria, eventuale adesione. Le informazioni “persuasorie” producono, secondo gli studiosi, “effetti limitati” sulle persone, proprio perché di solito hanno un unico obiettivo da raggiungere, e in breve tempo: durante e subito dopo una “campagna” sulla ricerca scientifica, per esempio, la popolazione reagisce versando ai centri di ricerca una maggior quantità di finanziamenti. Poi, però, la campagna d’informazione finisce e tutto torna come prima.

Le notizie, dunque, esercitano soltanto un’influenza temporanea?
Niente affatto. Anzi, possono anche suscitare reazioni profonde, imprevedibili. E’ accaduto con la guerra del Golfo, nel 1991: durante la prima settimana, le immagini del conflitto tennero incollati davanti allo schermo 9 milioni di italiani. Suscitando nelle persone anziane insonnia, paura, ricordi angosciosi della seconda guerra mondiale.

Oggi, insomma, le notizie puntano sempre più spesso sul coinvolgimento emotivo del pubblico. Ma, in questo modo, colpiscono direttamente l’inconscio delle persone. In particolare, le notizie presentate in modo drammatico e che riguardano un episodio violento, come un omicidio, stimolano in ognuno sia le tendenze sadiche che quelle masochistiche. Cioè le due forze aggressive contrapposte che covano in ognuno di noi, così scatta una doppia paura: quella di essere violenti e quella di subire un’aggressione. Eppure, le centinaia di informazioni su incidenti, rapine, violenze d’ogni tipo che tutti ricevono quotidianamente sembrano cadere nell’indifferenza. Il fatto è che non siamo in grado di sopportare notizie sconvolgenti. Mancano sicurezze, e modelli di riferimento precisi attraverso i quali filtrare la realtà. Inoltre non riusciamo a elaborare tutte le informazioni che riceviamo ogni giorno. Risultato: ci difendiamo con il distacco. Si tratta, però, di un distacco apparente. Perché, dietro l’indifferenza, le notizie continuano a esercitare in ognuno una profonda influenza, in modo diverso a seconda della personalità. I messaggi violenti o preoccupanti possono far vacillare o, addirittura, far crollare le difese di un individuo. Provocando in lui forti angosce, o liberando i suoi aspetti più nascosti. Per esempio, di fronte alla notizia di un suicidio, in chi ha represso per anni il desiderio di compiere quel gesto può scattare l’impulso ad agire. Secondo lo studio di un sociologo australiano, Riaz Hassan, la media quotidiana dei suicidi sale di circa il 10 per cento nei 2 giorni successivi alla comparsa sui giornali della notizia di un suicidio.
Secondo gli psicologi, infatti, c’è una parte inconscia in noi che, assistendo alle tragedie altrui, riesce a scaricare tensioni e provare in qualche modo sollievo. Un meccanismo morboso, cioè quasi patologico e in genere del tutto incontrollabile. Le notizie, dunque, possono provocare ansia, angoscia, liberare gli aspetti repressi di sé, spingere alla violenza, alimentare un sottile compiacimento sadico. Tutto questo accade, in particolare, a chi non possiede una “interiorità strutturata”, cioè alle persone psicologicamente più deboli, come disturbati psichici o semplici depressi, o a chi attraversa un momento di particolare fragilità. Ma tutti, in un modo o nell’altro, subiscono l’influenza delle notizie.

Come difendersi? L’unico modo, dicono gli esperti, è utilizzare più canali d’informazione, per contrapporre alle insidie delle tecniche giornalistiche una preparazione più solida e una maggiore capacità di giudizio.

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Che cosa sono le cellule staminali?

Sono cellule allo stadio iniziale dello sviluppo cellulare. Vengono prelevate soprattutto da embrioni.
L’embrione, infatti, è formato inizialmente da poche cellule uguali che solo in seguito si specializzano e danno vita ai diversi tessuti dell’organismo. Le cellule staminali, dunque, sono in grado di produrre qualsiasi tessuto se stimolate in modo opportuno.Anche l’organismo adulto in realtà continua a produrre cellule staminali e in particolare ciò avviene nel midollo spinale. Se per rigenerare un tessuto malato vengono usate queste cellule, che provengono dallo stesso organismo, e non le staminali di un embrione, si superano i rischi di rigetto degli attuali trapianti. Per esempio, cellule staminali prelevate dal midollo possono essere trasformate in cellule cardiache e trapiantate nel cuore dello stesso paziente per riparare i danni causati da un infarto. Per la ricerca scientifica, gli embrioni prodotti nei tentativi di fecondazione artificiale sono una fonte preziosa di cellule staminali. L’uso di embrioni a tale scopo è però limitato da opposizioni sul piano bioetico.

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Che riflessi!

Lo scatto fulmineo non è una questione di nervi, ma di esperienza.

E’ la rivincita del sedentario sull’atleta. Nel laboratorio di ricerche sullo sport dell’università di Grenoble hanno messo schermidori provetti e persone comuni davanti allo stesso apparecchio: un interruttore da spegnere allo scoccare di un lampo. I tempi di reazione sono stati pressoché uguali per tutti: da 110 a 130 millisecondi. Per tempo di reazione si intende quello che passa tra l’inizio del segnale e l’inizio della risposta. «Gli sportivi non sono stati più veloci degli altri», raccontano i ricercatori che hanno condotto l’esperimento. Un’eccezione? Niente di strano: i riflessi sono una naturale reazione dell’organismo a una stimolazione del sistema nervoso: una risposta automatica. I sensi, come gli occhi o le orecchie, colgono il segnale e lo trasmettono sotto forma di impulso nervoso al midollo spinale. Da qui arriva al cervello, che lo interpreta e lo invia di nuovo alla periferia con un messaggio preciso: reagire. A quale velocità? Fino a 120 metri al secondo nelle fibre mieliniche, quelle che controllano i muscoli scheletrici, a meno di 5 metri al secondo nelle altre. Velocità uguali per tutti. In altre parole, essere sportivi non è una garanzia di velocità e di prontezza di riflessi sempre e in tutte le circostanze: se un pedone compare all’improvviso davanti all’auto, tutti hanno le stesse possibilità di evitarlo. Ma allora, perché il centometrista scatta solo 130 millesimi di secondo dopo lo “start”, mentre una persona normale ha bisogno di almeno un secondo? Perché un bravo portiere riesce in 0,3 secondi a fermare la palla del rigore, mentre uno qualsiasi non ha nessuna probabilità di riuscirci? Le ragioni sono altre e diverse e solo il perfetto equilibrio tra di esse consente di ottenere i migliori risultati.

1. La motivazione.
La velocità dipende dalla concentrazione e dalla carica emotiva. «Se dalla mia reazione dipendono le sorti della squadra, se voglio battere un record, se la conquista di quella medaglia è il sogno della mia vita, la mia attenzione sarà totalmente concentrata su ciò che sto facendo », spiega Marco Camozzini, insegnante di educazione fisica (Isef), esperto in scienze motorie. La tensione stimola le ghiandole surrenali a produrre cortisolo e adrenalina, ormoni che “attrezzano” l’organismo alla reazione: aumentano il ritmo respiratorio e le pulsazioni cardiache. E i muscoli vengono irrorati maggiormente di ossigeno dal sangue. Se l’ansia da prestazione è eccessiva, invece, rallentano i tempi di reazione: infatti, gli ormoni prodotti in eccesso, “intasano” le fibre muscolari, rallentando la capacità di risposta.

2. L’allenamento.
E’ necessario che l’apparato locomotorio sia in perfetta efficienza. Se l’ordine di reagire arriva a un muscolo atono, a un’articolazione poco elastica, l’esecuzione del gesto sarà necessariamente lenta.

3. Gli automatismi.
Si chiama schema motorio prestabilito e si acquisisce con l’esperienza: a un determinato segnale, reagiamo istintivamente con un gesto appropriato. Più sono numerosi e complessi gli automatismi acquisiti, minore è il coinvolgimento della coscienza, e anche il tempo di reazione diminuisce. E’ un meccanismo neurologico che somiglia a una scorciatoia: quando l’impulso arriva al midollo spinale, questo impartisce direttamente ai muscoli il comando di reagire e contemporaneamente invia al cervello una copia del messaggio per informarlo di ciò che sta accadendo. A questo punto però la reazione è già avvenuta.

4. La capacità di previsione.
Per reagire velocemente bisogna anticipare, cioè codificare e riunire in pochi millesimi di secondo le informazioni che giungono dall’ambiente circostante prevedendo ciò che accadrà. In un tempo che va da 300 a 600 millesimi di secondo, un tennista può prevedere a quale velocità e con quale traiettoria viaggia la palla che dovrà ribattere. Come? «Osservando la posizione del corpo, lo sguardo dell’avversario, l’inclinazione della racchetta», continua Camozzini. La velocità di reazione è proporzionale alla qualità e non alla quantità di informazioni che l’atleta riesce a cogliere. Il centometrista ai blocchi di partenza sa bene che tipo di segnale riceverà (il colpo di pistola), sa cosa dovrà fare appena arriverà. E sa che esso è preceduto da altri segnali preparatori (“Ai posti di partenza”, “Pronti”). L’unica incertezza riguarda il momento in cui verrà. E’ su questo che lui concentrerà tutta la sua attenzione.

Esiste una predisposizione a “prevedere”, una capacità innata di coordinare le informazioni e di rispondere più rapidamente di altri? Forse sì, ma nessuno è riuscito a dimostrarlo. Invece, è ormai dimostrato che si sta creando una nuova generazione di persone che questa capacità la possiede in misura finora del tutto sconosciuta: è la generazione del “joystick”, i giovani allenati da ore e ore passate davanti ai videogiochi. Gli istruttori dei giovani carristi dell’esercito francese hanno scoperto che hanno capacità di osservazione delle situazioni e di anticipazione delle scelte, di cui i loro genitori erano del tutto sprovvisti.

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Paure sane, fobie e terrori

Il corpo sa come reagire al pericolo. Ma la mente può sbagliarsi…

In circostanze normali la paura rappresenta un meccanismo “salvavita”, talvolta però diventa irrazionale, cieca, devastante. C’è chi arriva a ferirsi le mani a furia di strofinarle con l’alcol per timore dei germi, chi sviene sulla poltrona del dentista e chi ripete ossessivamente lo stesso gesto, come chiudere il rubinetto del gas, anche se sa perfettamente di averlo appena fatto. È allora che la paura si trasforma in una malattia in grado di condizionare una persona fino a non farla più uscire di casa, avere un amico, mantenere il lavoro. I sintomi? Vanno dalla difficoltà a respirare alla tachicardia, ai brividi, alla sudorazione eccessiva, fino allo svenimento. Le paure patologiche sono distinte in due gruppi: le fobie e le ossessioni.

Fobie: paure ingiustificate
Le prime sono emozioni molto intense, immaginarie e irrazionali, che provocano reazioni esagerate rispetto allo stimolo. Per intenderci, se è normale avere paura di fronte a una tigre, è ingiustificato il panico alla vista di una formica. In linea generale si può dire che esistono tre diversi tipi di fobie: quelle semplici, scatenate da un oggetto o da una situazione, per esempio un animale o la vista del sangue; le fobie sociali, come quella di parlare in pubblico, ma anche (è abbastanza diffusa) quella di mangiare di fronte a estranei. Infine ci sono le paure che hanno a che fare con l’ambiente. Tra queste la più diffusa è la claustrofobia: la paura di rimanere chiusi in luoghi ristretti e bui: una cantina, l’ascensore, la metropolitana. Nei casi più seri il soggetto non riesce neppure ad andare al cinema o al ristorante. Qua un elenco delle fobie più strane e curiose

Le ossessioni
Le ossessioni invece sono un chiodo fisso che tortura la mente. Chi ne soffre sa di essere tormentato da una sorta di parassita mentale e per eliminare l’intruso mette in atto un meccanismo di reazione chiamato compulsione. Ma la risposta è sempre esagerata e anziché risolvere finisce per alimentare il problema. Chi ha l’ossessione dei furti, per esempio, uscendo di casa spranga porte e finestre e torna indietro per assicurarsi di avere chiuso bene pur sapendo di avere appena controllato.

C’è chi non vola più
Non ci sono confini precisi tra paura sana e malata, ma rientrano nella seconda categoria gli stati di panico suscitati da situazioni cui la maggioranza delle persone è indifferente. Chi ha paura di volare, sale controvoglia in aereo, ma non rinuncia a viaggiare. Chi ne ha la fobia rimane a casa. Caratteristica della paura patologica è la rinuncia a ciò che procura angoscia. Ovviamente, le fobie limitano la vita in misura diversa: chi non sopporta i ragni avrà un’esistenza abbastanza normale, ma chi ha paura di usare i mezzi pubblici oppure dei temporali avrà non pochi problemi. In questi casi, a fare scattare l’ “ansia anticipatoria”, può infatti bastare una nuvola nera all’orizzonte.

La scuola fonte di paure
La maggior parte delle fobie nasce nell’infanzia: intorno ai 4-5 anni se ne possono già riscontrare i primi segni. La paura del buio e le fobie scolari, quelle che iniziano al momento di andare all’asilo, sono le più frequenti tra i bambini. Ma la vera età critica è l’adolescenza, fase della vita in cui si è costretti a dare dimostrazioni di capacità. Non per nulla la scuola è l’ambiente in cui le paure si manifestano di più. Anche le ossessioni possono avere un esordio precoce: l’età di rischio maggiore, per i maschi, è tra i 12 e i 14 anni. Per le femmine, tra i 18 e i 20 anni. Secondo alcuni studi la differenza dipende dall’effetto protettivo degli ormoni femminili.

Che cosa scatena questo terrore irrazionale?
Le fobie hanno radici fisiche, psicologiche e altre non ancora conosciute. Valide sono le interpretazioni psicanalitiche, che fanno capo alle tesi di Sigmund Freud, in base alle quali chi soffre di una fobia, inconsciamente sostituisce la causa della sua paura, con un oggetto simbolico, più accettabile. Per gli psicologi junghiani invece le fobie affondano le radici nelle esperienze negative infantili.

C’è una terapia?
Per fortuna i metodi per curare le fobie non mancano. Uno dei più usati è la desensibilizzazione o autoesposizione progressiva. Consiste nell’abituare gradualmente la persona ad affrontare la situazione o l’oggetto che generano paura, finché il panico scompare. Può sembrare un sistema violento perché il paziente viene messo di fronte alla propria paura, e deve imparare a superarla.
Per chi non si accontenta di cancellare il sintomo ma cerca anche le cause, c’è il lettino dello psicoanalista: la terapia in questo caso è meno brutale, e va più a fondo.
C’è anche il metodo farmacologico, la cui soluzione principale è rappresentata dai cosiddetti farmaci “anti-mao” (monoamino-ossidasi), che agiscono stimolando la produzione di serotonina, un neurotrasmettitore che regola il tono dell’umore. Per ridurre i sintomi della paura si può ricorrere ai beta-bloccanti. Altri farmaci vengono usati contro le ossessioni. Tutto, naturalmente, dietro prescrizione medica.

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La scienza dà i voti allo sport

Lo sport ideale? Si chiama triathlon: un misto di corsa, nuoto, bicicletta. Fa bene più di ogni altro, non comporta rischi, è ecologico. Eppure in Italia è sconosciuto: praticato da poco più di 4 mila persone. A decretarlo sport ideale è stato lo studio più completo mai effettuato sui benefici dell’attività sportiva, realizzato da Raimund Sobotka, direttore dell’Istituto di scienza dello sport dell’università di Vienna. Al secondo posto nella speciale classifica da lui redatta è il canottaggio. Al terzo l’atletica leggera. Per arrivare a queste conclusioni Sobotka ha passato in rassegna 50 tra le discipline sportive più diffuse e le ha messe a confronto, utilizzando dati emersi da oltre un centinaio di ricerche scientifiche. Per ogni sport ha vagliato la capacità di migliorare caratteristiche fisiche quali la resistenza, la velocità, la forza, la coordinazione, ha valutato la probabilità di subire infortunarsi o di farsi male e ne ha misurato l’impatto sull’ambiente. Il primo posto del triathlon si deve soprattutto alla completezza atletica e alla regolarità degli sforzi che richiede. Ovviamente, Subotka non pensa certo al triathlon dell’ironman. L’ironman (letteralmente “uomo d’acciaio”) è una famosa gara di triathlon che si svolge ogni anno alle Hawaii: 3,8 chilometri a nuoto nell’oceano Pacifico, 180 chilometri in bicicletta, 42 chilometri e 195 metri di corsa. Il triathlon normalmente praticato è decisamente meno faticoso: una gara media consiste di 750 metri a nuoto, 30 chilometri in bici, 5 chilometri di corsa. Con questa combinazione di attività si coinvolgono tutte le grandi masse muscolari e si sollecita il sistema cardio-vascolare e respiratorio, con uno sforzo regolare e prolungato nel tempo. Nuotando, pedalando e correndo regolarmente si riesce ad abbassare il tasso di colesterolo “cattivo” e ad alzare quello del colesterolo buono, si diminuisce di molto il rischio di ipertensione, obesità, malattie cardiovascolari, infarto, osteoporosi, insonnia, depressione, stati ansiosi. E gli altri sport? Hanno i loro meriti. L’atletica leggera e il canottaggio sono ottimi per la salute. Nuoto, golf e karate sono i meno pericolosi. Il pattinaggio è il più rispettoso dell’ambiente.

E’ sempre meglio non esagerare con gli sport pericolosi
La classifica penalizza decisamente gli sport “pericolosi”: il kayak fluviale ha un ottimo punteggio sotto il profilo del benessere fisico per chi lo pratica, ma crolla in classifica a causa dell’elevata probabilità di farsi male tra scogli affioranti e rapide. Il volo in deltaplano presenta un rischio di incidente mortale 56 volte più elevato di quello del nuoto. Agli ultimi tre posti si classificano snowboard, paracadutismo e volo a vela con alianti. Qualche sorpresa? Lo sci alpino è più sicuro di quanto non si pensi: non corre, sotto il profilo statistico, più pericoli rispetto a chi va in bicicletta o a chi fa pattinaggio sul ghiaccio. Ed è più al sicuro di chi gioca a basket o a pallavolo. Ma lo sport fa sempre e solo bene? «A patto di non esagerare», osserva David Nieman, ricercatore della State university di Boone (Usa). Nieman ha esaminato 2.300 maratoneti e ha scoperto che chi corre per più di 90 chilometri ogni settimana subisce il doppio di infezioni alle prime vie respiratorie rispetto a chi si limita a correre per una trentina di chilometri. E dopo aver concluso una maratona, gli atleti corrono sei volte di più il rischio di avere un raffreddore o un mal di gola rispetto a chi si è allenato allo stesso modo ma non ha partecipato alla gara. Una pratica regolare dello sport migliora le difese immunitarie e diminuisce il numero e la durata delle infezioni, mentre il superallenamento riduce lo scudo immunitario ed espone l’atleta a un maggior numero di episodi infettivi. A definire che cosa significa quantitativamente una “pratica regolare” sono stati i ricercatori dell’università Harvard, negli Usa. Secondo loro bisogna fare sport almeno 2-3 volte alla settimana, fino a consumare circa 2 mila chilocalorie. Pari a 4 ore di jogging, 3 di tennis, una e mezza di calcio.

Anche chi fa sport, nel suo piccolo, distrugge l’ambiente.
Anche le attività sportive più sicure e salutari possono però avere un impatto negativo sull’ambiente in cui vengono praticate. La ricerca di Sobotka ha il merito di aver considerato un aspetto in genere dimenticato dello sport. L’11% di tutti i chilometri percorsi dalle automobili ha, secondo uno studio recente, motivazioni sportive: il che significa che per raggiungere la palestra o il bosco dove fare jogging o la piscina, si immettono nell’aria milioni di tonnellate di anidride carbonica e di ossidi di azoto. Negli ultimi decenni 200 mila ettari di bosco e alpeggio sono stati sacrificati ai comprensori sciistici sulle Alpi e si calcola che siano 850 milioni i kilowattora consumati ogni anno per alimentare gli impianti di risalita del grande lunapark alpino della neve, una quantità di energia elettrica pari a quella utilizzata da 230 mila abitazioni. Dopo recenti proteste, in Alto Adige è stato vietato l’eliski, cioè l’elicottero che porta in cima alle piste, ma sono sempre vive le polemiche degli ambientalisti contro i golfisti, accusati di fare un gran uso di diserbanti per mantenere perfetti i green e sono noti gli attacchi dell’alpinista Reinhold Messner contro chi dissemina le pareti di montagna di migliaia di chiodi da arrampicata o contro le funivie che profanano il monte Bianco. Le proteste dei “verdi” tedeschi hanno avuto successo contro i canoisti bavaresi: la tradizionale discesa del fiume Isar, dal 1921 disputata a primavera, è stata spostata in agosto per non turbare le nidiate della rondine di mare, del piovanello e del martin pescatore.

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Che cos’è la morte in culla? Come prevenirla?

La “morte in culla” detta anche Sids (dall’inglese Sudden infant death syndrome, Sindrome della morte infantile improvvisa) è la morte di un neonato apparentemente sano che si manifesta senza sintomi e cause evidenti. Questo evento può accadere senza preavviso nel primo anno di vita del bambino. Ha un’incidenza molto bassa, un caso ogni 1.500 neonati.

Pur non essendo ancora chiari i motivi che portano alla morte in culla, numerosi studi scientifici hanno permesso di stilare una lista di comportamenti che possono servire come prevenzione.
Su tutti l’indicazione di fare dormire il neonato sempre a pancia in su. Inoltre si consiglia alle mamme di non fumare soprattutto in gravidanza né successivamente in presenza del piccolo, e di preferire l’allattamento al seno. Sembra utile anche fare dormire il bambino nella sua culla sopra un materasso rigido, senza cuscino, senza piumini ingombranti o vestiti che ne aumentino troppo il calore corporeo e in un ambiente che possibilmente non superi i 20 °C.

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Sport: l’età per cominciare? Zero anni!

Non c’è mai stata tanta offerta di sport per i bambini. Eppure mai come oggi ne fanno così poco.
Una recente ricerca ha dimostrato che solo il 20 per cento tra i ragazzi e le ragazze tra gli 11 e i 15 anni svolge uno sport in modo regolare. Mentre l’obesità è sempre più diffusa: colpisce dal 5 al 6 per cento dei ragazzi e dal 6 al 7 per cento delle ragazze.

Cominciare presto
Sull’opportunità di cominciare presto a muovere i muscoli non ci sono dubbi. Tanto prima il bambino viene avvicinato, sia pure gradualmente, allo sforzo muscolare, tanto più aumenterà la sua abitudine alla fatica fisica e psicologica. Il piacere per un certo tipo di stanchezza muscolare, la sensazione di padroneggiare il proprio corpo si imparano proprio da piccoli.

Quale sport?
Innanzitutto non solo uno sport, ma più sport e un bimbo di cinque, sei, otto anni dovrebbe praticarrne il più possibile. Portare un bambino solo in piscina, oppure solo nel campo di atletica è un errore. E’ noioso perfezionare fino all’esasperazione lo stesso movimento.

Una vasta scelta
Si può scegliere a seconda dell’età del bambino. Ci sono sport che per essere praticati bene richiedono un’età più matura: la vela, la canoa, il windsurf, la mountain-bike sui sentieri di montagna, il tiro con l’arco o l’atletica leggera presuppongono una coscienza di sé e dei propri limiti, oppure una coordinazione muscolare tali da essere meglio affrontabili alle soglie dell’adolescenza.

Per piccolissimi
Già a partire dalla primissima infanzia si può invece iscrivere un bimbo a un corso di nuoto, fargli fare massaggi o esercizi di ginnastica guidata, o semplicemente regalargli un triciclo. Verso i 2-3 anni si può portarlo a fare passeggiate nei boschi o perfino su qualche facile sentiero di montagna. Può anche cominciare a giocare a palla con un adulto, dare le prime pedalate in bicicletta e, come sempre, nuotare. Lezioni di calcio e di minibasket possono essere affrontate a 5-6 anni, mentre per pallavolo, pattini a rotelle, tennis è meglio attendere i 7-8 anni.

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Brufoli: cosa bisogna sapere


Lo hanno paragonato a un vulcano in eruzione. O, meglio ancora, a un campo di battaglia. Dentro un foruncolo si combatte infatti una microguerra, con morti, feriti, vittime innocenti e perfino sciacalli pronti ad approfittare della situazione. Ed è proprio questo combattimento a provocare l’esplosione del “cratere”.

In principio è il punto nero
Tutto comincia con l’infezione di un comedone, cioè di un punto nero.  Sulla nostra pelle vivono infatti alcuni batteri di solito del tutto innocui come il Propionibacterium acnes e lo Staphylococcus epidermis. Essi possono penetrare all’interno dei pori otturati dai punti neri e provocare l’eruzione dei foruncoli. I batteri passano attraverso il poro e scendono nel follicolo dove si trovano le cellule che fanno crescere i peli e quelle che producono sebo, la sostanza oleosa che li protegge.

Guerra sotto la pelle
Questa infezione richiama subito le difese dell’organismo. Dai vasi sanguigni e dal derma circostante (il tessuto sotto l’epidermide) accorrono globuli bianchi e anticorpi. L’intera zona si gonfia: è nato il foruncolo. È rosso perché i capillari si dilatano per favorire l’afflusso dei “difensori”, che di solito nel giro di 24-48 ore distruggono i batteri. È una battaglia senza esclusione di colpi, che coinvolge anche gli innocenti: i globuli bianchi emettono infatti enzimi capaci di distruggere la membrana esterna dei batteri. Ma gli enzimi non fanno distinzione, e disgregano anche la parete delle cellule circostanti, quelle che formano il follicolo. Ecco perché, quando i foruncoli sono molti e profondi (come nei casi di acne grave), possono rimanere cicatrici. Verso la fine della battaglia, poi, dal sangue arrivano i macrofagi, cellule specializzate che fanno piazza pulita dei resti dei combattenti morti.

Cos’è il liquido giallo?
A questo punto il foruncolo è pieno di un liquido giallo, fatto di acqua, un po’ di sebo, anticorpi e batteri “sconfitti”, che riesce a farsi strada verso la superficie e a uscire dal poro. L’infezione è vinta. Il brufolo guarito. Lentamente anche il rossore diminuisce: i capillari si stringono e tornano di dimensioni normali.

Ormoni in campo
Perché ci sia un foruncolo, dunque, occorre che sulla pelle esista almeno un punto nero. È una specie di “reazione a catena”, che si innesca soprattutto durante l’adolescenza, ma che è alla base della formazione dei foruncoli anche negli adulti. Gli androgeni (ormoni sessuali) stimolano le ghiandole sebacee, che si trovano annesse a ognuno dei peli dell’epidermide, a produrre più sebo.

Uscita bloccata
La pelle diventa lucida, grassa, e reagisce facendosi più spessa: ciò fa sì che il poro si chiuda. La ghiandola continua a funzionare, ma il sebo non esce più: nel giro di qualche giorno si forma il punto nero.

È rosso? Non spremerlo
Serve schiacciare i foruncoli? Solo se hanno la puntina gialla leggermente in rilievo sul gonfiore circostante: significa che ormai l’apparato immunitario ha svolto fino in fondo il suo compito e si può fare uscire il liquido. Basterà tendere e poi premere un po’ la pelle intorno. Se invece il foruncolo è ancora soltanto rosso, schiacciare può addirittura essere dannoso: il liquido non può uscire perché il gonfiore ha stretto il canale che porta verso il poro e, premendo la zona con le dita, le pareti interne del follicolo possono rompersi, propagando l’infezione al derma circostante, con il risultato di aumentare il diametro del brufolo e quindi il rischio di cicatrici. Schiacciare i punti neri serve invece a impedire che si trasformino in foruncoli.

I brufol-esenti
Il brufolo, comunque, non è da tutti: ci sono persone che passano l’adolescenza senza un foruncolo, la pelle liscia come la seta, e altre che devono combattere con essi tutta la vita. La spiegazione è semplice: dipende dal numero e dal funzionamento dei recettori per gli ormoni che ognuno di noi ha sulle ghiandole sebacee. Alcune persone nascono con ghiandole dotate di molti recettori: alla pubertà esse cominceranno a funzionare e, ricevendo più ormoni, produrranno più sebo, dunque comedoni e foruncoli. Altri hanno meno recettori e quindi la pelle liscia. Non a caso ci sono popolazioni che non hanno quasi mai brufoli, come i giapponesi e i coreani: nelle loro ghiandole, pochi recettori.

Il cioccolato non c’entra nulla
Il cioccolato è innocente. Si può mangiarne a volontà e non avere un brufolo in più. Lo stesso vale per gli alimenti piccanti o per altri tipi di dolci. Diversi esperimenti condotti negli Stati Uniti hanno ormai dimostrato in modo inequivocabile che non sono gli alimenti a riempire la faccia di brufoli (a meno di non essere allergici, naturalmente).

Dieta dolce.
I ricercatori hanno messo due gruppi di adolescenti a diete differenziate: una ricca di cioccolato e dolciumi, l’altra del tutto priva di leccornie dolci. Dopo alcune settimane hanno messo a confronto le foto del viso dei ragazzi scattate prima e dopo l’esperimento. Il risultato? Le facce piene di brufoli prima della “cura al cioccolato” erano ancora foruncolose, ma l’acne non era aumentata, mentre la pelle dei ragazzi che non soffrivano di acne non aveva neanche un brufolo, come sempre. In compenso, i giovani del gruppo più fortunato erano ingrassati

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Ecco i danni provocati nel tempo da una prolungata esposizione solare.

Quando andate via dalla spiaggia purtroppo ciò che vi portate a casa non è solo l’abbronzatura. Un’eccessiva esposizione al sole è infatti responsabile della maggior parte dei problemi cutanei che si possono verificare con il passare degli anni, poiché si accumulano lentamente nel tempo e iniziano in tenera età. Mentre alcuni effetti sono puramente cosmetici, altri, come il cancro della pelle, sono più gravi.

Sapete come il sole danneggia la pelle? Vediamo insieme i risultati delle radiazioni ultraviolette in modo da poter riconoscere i segni del troppo sole

Pigmentazione irregolare
Per proteggersi dagli effetti dannosi del sole, la pelle aumenta la sua produzione di melanociti. Queste cellule producono un pigmento marrone scuro chiamato melanina. La melanina rende la pelle più scura o abbronzata. In alcuni casi, il sole provoca però un aumento irregolare produzione di melanina o nel numero dei melanociti, che produce causa una colorazione irregolare della pelle. Il sole può anche causare un allungamento permanente (dilatazione) dei vasi sanguigni di piccole dimensioni, dando alla vostra pelle un aspetto rossastro a chiazze.

Lentiggini solari sulla parte anteriore del corpo
Le lentiggini solari, dette anche macchie di età, sono macchie piatte e di colore scuro (di solito marrone, nero o grigio) legate ad un aumento della pigmentazione. Esse variano in dimensioni e di solito appaiono sul viso, mani, braccia e parte superiore della schiena, ovvero le zone più esposte al sole. Anche se comune nelle persone anziane, le lentiggini solari si possono trovare anche sulla pelle dei giovani adulti e dei bambini che passano troppo tempo al sole.

Lentiggini solari sulla parte posteriore del corpo
Le lentiggini solari tendono a diventare più numerose con l’esposizione al sole e con l’avanzare dell’età. A volte si sviluppano in gran numero, come si può vedere sulla parte superiore della schiena di quest’uomo. Sono diverse dalle classiche lentiggini che invece sono di colore rosso o marrone chiaro, sono più piccole di dimensioni, tendono a svilupparsi in tenera età, e a schiarirsi di solito nei mesi invernali.

Lentigo labiale
Una lesione marrone scuro, chiamata lentigo labiale, si può sviluppare sulle labbra dopo esposizioni ripetute al sole. Nella maggior parte dei casi, il lentigo labiale è un singolo segno che si forma sul labbro inferiore, spesso più esposto alla luce solare.

Elastosi solare
Le radiazioni ultraviolette rompono il tessuto connettivo della pelle – le fibre di collagene ed elastina – che si trovano nello strato più profondo della pelle (derma). Senza il tessuto connettivo di sostegno, la pelle perde la sua forza e flessibilità. Questa condizione, nota come elastosi solare, è caratterizzata da pieghe verticali (A), rughe profonde, e da pelle flaccida e cascante.

Poichilodermia
Aree irregolari di pigmentazione bruno-rossastra caratterizzano la poichilodermia. Questa condizione, che si verifica più spesso nelle donne di mezza età e negli anziani, è probabilmente causata da esposizione al sole cronica in combinazione con alcune sostanze chimiche presenti nei prodotti cosmetici o profumi. Molto spesso, la poichilodermia appare sul lato del collo o sulle guance.

Cheratosi attiniche
Conosciuto anche come cheratosi solare, le cheratosi attiniche appaiono come macchie ruvide, squamose e sollevate che variano di colore dal color carne al rosa scuro o marrone. Si trovano comunemente sul viso, orecchie, braccia e mani di persone di carnagione chiara la cui pelle è stata danneggiata dal sole. Se non trattata, la cheratosi attinica può progredire ad un tipo di cancro della pelle conosciuto come carcinoma a cellule squamose.

Lentigo maligna
La lentigo maligna è un tipo di melanoma che si sviluppa nella aree maggiormente sottoposte all’esposizione solare, come viso, mani o gambe. La lentigo maligna inizia come una macchia scura piatta che si scurisce lentamente e si allarga. E’ consigliabile consultare un dermatologo se si nota un ispessimento o un cambiamento fastidioso della pelle, un cambiamento dell’aspetto o del colore di un neo o nel caso una ferita non guarisca normalmente.

 

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