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Si può morire di dolore?



Un grande dolore è in grado, se non di uccidere, di far morire prematuramente una persona. Dati di tipo statistico provano che un dolore eccezionale, come quello provocato dalla morte di un figlio in giovane età, riduce l’aspettativa di vita dei genitori e in particolare delle madri. Uno studio dell’Università di Aarus, in Danimarca, ha rilevato che nel periodo immediatamente successivo al lutto il decesso di uno o di entrambi i genitori è prevalentemente dovuto a suicidi o a cause accidentali; negli anni seguenti invece le cause di morte sono prevalentemente legate a fattori naturali.

Il rischio riguarda soprattutto le madri, per le quali la possibilità di morire per suicidio aumenta del 40%. Se la perdita del figlio è stata improvvisa o la morte violenta, la percentuale aumenta ulteriormente. Sul lungo periodo il decesso avviene per malattie cardiovascolari e forme tumorali. All’origine di queste patologie i ricercatori individuano una condizione di forte stress psicologico che, oltre ad avere conseguenze debilitanti sull’organismo, può indurre comportamenti rischiosi per la salute come l’abuso di alcol e di tabacco e abitudini alimentari dannose.

Si è notato che in genere gli uomini hanno maggiori difficoltà a reagire alla perdita del partner rispetto alle donne. Anche in questa specifica circostanza cresce il rischio di morte per cause naturali.

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1 Comment

  1. Assolutamente vero. La sofferenza può produrre un vuoto tale da creare nel “tessuto emotivo” una cicatrice con le stesse caratteristiche di una nel tessuto cardiaco. E’ come se a livello emotivo si venisse a creare del tessuto non funzionale, e se il danno è abbastanza esteso, allo stesso modo in cui un cuore può andare incontro ad arresto a causa di un infarto sufficientemente massiccio, anche la psiche può cedere.
    Si tende sempre a considerare le strutture emotive come separate da quelle fisiche, nonostante l’evidenza della loro reciprocità.
    Ma non è così. Un forte stress infatti nasce a livello emotivo, ma poi si trasmette al corpo e proprio al sistema cardiovascolare come bersaglio finale.

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