Le voci sommesse, le luci della sala operatoria appena filtrate dalle palpebre chiuse, la sensazione di essere svegli e non potersi muovere, non riuscire a parlare. La situazione da incubo di un risveglio durante l’anestesia è stata descritta da molti pazienti, anche se non sempre con la lucidità della testimonianza che pubblichiamo in questa pagina. Fino a oggi però, si pensava che episodi di risveglio intraoperatorio fossero rari. Secondo le statistiche, poteva accadere non più di una volta ogni diecimila anestesie. Alcune ricerche mettono in dubbio questi dati. A lanciare l’allarme sono stati soprattutto, due ricercatori britannici. Secondo l’anestesista Ian Russel e il suo collega Michael Wang, direttore del dipartimento di psicologia dell’università di Hull, almeno la metà dei pazienti sottoposti ad anestesia totale rimane sufficientemente sveglia da rispondere, muovendo le dita di una mano isolata dall’anestesia, sì o no a domande semplici. Altre ricerche hanno confermato che il problema esiste e ha conseguenze significative, anche se non facilmente quantificabili, sulla salute dei pazienti. Una ricercatrice olandese, Nelly Moerman dell’università di Amsterdam, ha accertato per esempio che il 40 per cento delle persone che si svegliano durante un intervento riescono anche a percepire il dolore fisico provocato dai ferri dei chirurghi. «Potevo sentire i chirurghi che tagliavano il mio torace con il bisturi, ma non riuscivo ad avvisarli», ha raccontato a un quotidiano britannico Norman Dalton, un elettricista inglese operato al cuore. E altre ricerche condotte in Australia hanno accertato che anche se il risveglio è solo parziale o non ne rimane traccia nella memoria, il ricordo può sopravvivere a livello inconscio e provocare insonnia, fobie, stati di ansia e di sofferenza psichica nel paziente.
Le ricerche inglesi e olandesi hanno suscitato preoccupazione. E molte polemiche. Wang e Russel sono stati accusati di allarmismo. I loro dati sono stati contestati. E nuovi studi sono stati avviati per verificarli. Ma tra gli esperti è diffusa la sensazione che il problema, anche se non nelle dimensioni segnalate da Russel e Wang, esista. Che bisogna identificarne le cause. E che si devono e si possono mettere a punto tecniche che evitino o limitino al minimo il rischio di risveglio per i pazienti. C’è chi ricorda soltanto a livello inconscio
Come tutti gli esperti sanno bene, ogni persona reagisce in modo diverso a un’anestesia. Non esiste un confine netto tra coscienza e incoscienza. E non è neppure facile descrivere con esattezza che cosa accade nella mente di una persona durante un’anestesia.
A seconda dell’intensità dell’anestesia e dalle reazioni del paziente si possono distinguere quattro diversi livelli di coscienza. Il livello uno è contraddistinto dal fatto che il paziente si rende conto di quanto sta avvenendo sul letto operatorio, immagazzina quanto gli succede nella memoria a lungo termine e quindi lo ricorda nel tempo. Al livello due l’anestesia, pur non essendo totalmente efficace, può indurre solo un ricordo grossolano degli eventi operatori. Al terzo livello, invece, si verifica la registrazione di alcuni stimoli nella memoria a lungo termine, sensazioni destinate a rimanere solo a livello inconscio. Infine, al quarto livello, si può avere una percezione di stimoli esterni, che non viene in alcun modo memorizzata.

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