Psiche e Soma

Ricette per una vita migliore!

Category: salute (Page 3 of 24)

Cosa fare se… vi punge un’ape o una vespa

ANIMALE: api, vespe e calabroni.
ATTACCO: puntura.
PERICOLO: medio (elevato in caso di shock anafilattico).
SINTOMI: dolore acuto e gonfiore. Nei casi più gravi, anche orticaria e asma bronchiale.
CHE COSA FARE: se l’aculeo è ancora presente, asportarlo, controllando che non rimangano residui. Applicare del ghiaccio. In caso di orticaria, antistaminici. Se si viene punti in bocca, somministrazione endovenosa di cortisone, antistaminici ed eventualmente di adrenalina.
CHE COSA NON FARE: evitare di schiacciare il pungiglione o di rimuoverlo solo parzialmente.
NOTE: sempre più di frequente si verificano shock anafilattici: può esservi una sensibilizzazione nei confronti delle proteine iniettate. È possibile desensibilizzarsi nelle strutture ospedaliere attrezzate. Chi sa di essere allergico alla puntura di questi imenotteri porti sempre con sé una dose di adrenalina: può salvare la vita.

firma.png

“Dica 33” parte 2

Ecco la seconda parte del post sui medici di famiglia. La prima parte la trovate QUA.

2. Depresso? Proprio no In altri casi alla base di una corretta diagnosi c’è la conoscenza umana del paziente. M.M., 55 anni, sembrava per esempio essere caduto in depressione. La moglie l’aveva portato da uno psichiatra, che aveva tentato una cura farmacologica. Il suo medico di famiglia, E. M., lo conosceva da vent’anni come un uomo allegro ed estroverso. Quando la moglie lo portò in ambulatorio, capì che era impossibile che soffrisse di una depressione così grave. Constatò anche che M. M. aveva problemi di equilibrio. Mettendo assieme gli elementi, ebbe un sospetto: quell’uomo forse soffriva di un tumore cerebrale, che alterava anche la psiche. Gli esami confermarono la diagnosi: M. M. fu subito ricoverato. E guarì.
3. Corri anche se non credi Quanto infine sia importante una preparazione specifica lo dimostra quest’ultimo caso. Una notte, quando era medico condotto, P. C. sentì bussare alla porta. «Presto, dottore, mia moglie ha un mal di pancia terribile», implorava un agricoltore della zona. P. C. era perplesso: bisognava proprio uscire in piena notte per un semplice mal di pancia? Poi ricordò le parole di un suo docente universitario: «Dolore addominale, dolore precordiale, trauma cranico: correte anche se non ci credete ». Prese la sua valigetta e si incamminò. Scoprì così che il mal di pancia era in realtà provocato dalle doglie: la donna era incinta. P. C. si improvvisò ostetrico e in pochi minuti il bambino nacque

Mal di schiena: da chi vai?
Il medico di famiglia non è un tuttologo. Se dunque il paziente soffre di un disturbo serio, è corretto che consigli di consultare uno specialista. Spesso, tuttavia, i malati scavalcano il medico di famiglia e decidono da soli a chi rivolgersi. Una scelta simile può rivelarsi fonte di guai: se si consulta il professionista sbagliato, si perdono tempo e denaro. Reumatologo? Un esempio classico è il mal di schiena. Il primo dilemma è: ortopedico o reumatologo? Solo il medico di famiglia può dirlo, verificando se il disturbo alle ossa è di tipo infiammatorio – e allora si va dal reumatologo – oppure no. Ma possono esserci altre cause. Gastroenterologo? Un male alla spalla destra, in una particolare posizione, può essere provocato dalla colecisti, l’organo che raccoglie la bile: in questo caso serve un gastroenterologo. O dentista? Anche un problema di masticazione può causare dolori alla schiena: lo specialista giusto è allora il dentista. Un’ulteriore causa può essere un’ernia al disco, da sottoporre a un neurochirurgo.

Vertigini: dal neurologo? La testa gira, si soffre di vertigini: un errore classico è quello di rivolgersi subito a un neurologo. O otoiatra? I disturbi all’equilibrio, in molti casi, sono determinati dalla labirintite, l’infiammazione di una parte dell’orecchio interno, che dev’essere curata da un otoiatra. E i pruriti? Infine, un altro tranello: un prurito alle gambe accompagnato da problemi alla pelle come eczemi o ulcerazioni non è necessariamente un sintomo da sottoporre al
dermatologo. I disturbi possono essere provocati da vene varicose e in tal caso lo specialista giusto è l’angiologo.

firma.png

“Dica 33” parte 1

Percuote con le dita, usa vecchi trucchi: ma alla fine il medico di famiglia capisce meglio di chiunque come stiamo. Ecco come fa e perché il suo ruolo è così importante

Qual è la figura più gradita ai cittadini-pazienti all’interno del Servizio sanitario nazionale? Secondo un recente sondaggio, è il medico di famiglia. Sì, è proprio il medico della Usl, il medico di medicina generale, quello che la legge di riforma sanitaria definisce “medico di base”. Una figura cruciale nella tutela della salute. A differenza degli specialisti, infatti, che tendono a guardare al paziente “a pezzi”, cioè a vedere solo il suo cuore, il suo fegato o le sue ossa, il medico di famiglia è l’unico professionista della salute che cura in modo globale, e conosce sia il corpo sia la psiche del paziente.

Settemila esami
Il lavoro del medico di famiglia è profondamente cambiato negli ultimi anni. Una volta il rapporto con i pazienti era ancora più stretto. I vecchi medici condotti, che seguivano un territorio con i suoi abitanti, entravano più spesso nelle case della gente. E magari non avevano bisogno di fare un’anamnesi accurata sulle malattie familiari del paziente perché conoscevano personalmente nonni, zii, parenti. Ma era diversa anche la medicina. Alla fine degli anni ’40, gli esami diagnostici che si potevano prescrivere erano in tutto una decina. Oggi si può arrivare a oltre settemila. È ovvio che in queste condizioni per guarire il malato il medico di famiglia doveva basarsi sulle sue conoscenze teoriche e pratiche.

Diagnosi a base di “erre”
Nella preparazione universitaria veniva data grande importanza alla semeiotica, cioè all’esame del paziente con metodi non strumentali. Un esempio classico è il celebre “dica trentatré”. Attraverso la vibrazione vocale prodotta dalle erre in questa parola, il medico può capire se ci sono malattie a livello del torace, appoggiando semplicemente il margine della mano in alcuni punti. In caso di pleurite con presenza di liquido nei polmoni, per esempio, la vibrazione è molto smorzata. Grande rilievo veniva dato anche alla palpazione di tutto il corpo, all’auscultazione – fatta appoggiando l’orecchio sul torace del paziente – e alla percussione – cioè alla tecnica di battere con un dito sul dito medio dell’altra mano appoggiato sulla parte del corpo da esaminare. I suoni erano la Bibbia del medico di famiglia: al suo orecchio allenato ogni piccola variazione era il biglietto da visita di una malattia. C’erano anche meno farmaci pronti, si davano le indicazioni al farmacista per preparare la medicina giusta.

I nuovi medici europei
I progressi degli ultimi decenni hanno portato a una sempre maggiore frammentazione del sapere medico. Ogni specializzazione – in Italia ce ne sono oltre cento – prevede numerose sottospecialità, con il risultato che i giovani laureati che vanno a fare i medici di base non hanno più la capacità di avere una visione d’insieme dei loro pazienti. Per fortuna la situazione sta cambiando, la legislazione europea, alla quale anche l’Italia si è adeguata dal 1995, ha imposto una preparazione specifica. Per diventare medico di famiglia si deve seguire un corso biennale post-laurea, che prevede anche un tirocinio in un ambulatorio, con un medico che fa da “tutor” . E anche l’università si sta adeguando. È in atto una ristrutturazione del curriculum di studi medici, che darà più spazio alla medicina extraospedaliera e al rapporto con il paziente.

Tre casi esemplari
Predisposizione a capire e conoscere il paziente, grande intuito e capacità di prendere decisioni rapide: sono queste le doti che un bravo medico di famiglia deve avere. In situazioni critiche, infatti, i suo ruolo può rivelarsi cruciale. Ecco alcuni casi esemplari.
1. Sorda, non pazza Talvolta gli specialisti non riescono ad avere dal paziente neppure le informazioni più banali. G. A., 70 anni, colta da vertigini, era ricoverata in ospedale. Si sospettava un problema di tipo neurologico: alle domande dei medici, la donna rispondeva infatti in modo sconclusionato. Fu chiamato M. B., da anni medico di famiglia della donna. Che in un attimo risolse il caso. Come? Urlando le domande nell’orecchio della paziente. La signora infatti era sorda e non l’aveva detto. E questo, oltre a causare incomprensioni, aveva orientato in modo sbagliato la diagnosi. La causa delle vertigini doveva essere cercata nell’orecchio.

Fra due giorni la seconda parte! Se ti va, nella parte destra del blog puoi cliccare sull’elefantino per iscriverti ai feed o puoi inserire la tua email per ricevere gli articoli nella tua posta elettronica!

firma.png

Sport fatelo, ma con giudizio. Parte 2

Ecco la seconda parte del post sullo sport. La prima parte la trovate QUA.

Scarpe instabili
Chi pensa che maratone, jogging e footing non siano cambiati perché non dipendono dall’attrezzatura si sbaglia. I piedi non calzano più le familiari scarpe “da ginnastica”. Le moderne scarpe “da running” sono strumenti di alta tecnologia: super imbottite, super molleggiate, con inclusioni d’aria. E c’è una bella differenza anche tra un sentiero di campagna e un tapis roulant molleggiato da palestra. Insomma, con queste premesse le lesioni caratteristiche, distorsioni e lesioni tendinee al piede, alla caviglia, al ginocchio e allo stinco dovrebbero essere scomparse. Ma c’è chi sostiene il contrario. Steven Robbins, esperto in biomeccanica e medicina dello sport a Montreal (Canada), è convinto che alcune attrezzature facciano aumentare le lesioni. «Certe scarpe imbottite possono causare una perdita di stabilità sulle superfici morbide» spiega. «Per compensarla, l’atleta tende ad atterrare più pesantemente, a gamba tesa, mentre normalmente, per assorbire l’impatto col terreno, atterrerebbe a gamba piegata». Insomma anche correre può far male. E non solo alle ginocchia. C’è da ricordare che il rischio per le coronarie è 56 volte più alto se si corre senza allenamento e che l’età media di morte improvvisa nel corso di sforzi eccessivi è scesa da 60 a 47 anni.

Subacquei a rischio
Anche ai sub della domenica la tecnologia consente oggi di scendere a profondità un tempo inavvicinabili; ma questo aumenta anche il rischio di embolia. Fra i fattori predisponenti, i ricercatori dell’Università tedesca di Heidelberg hanno segnalato, sul British medical journal, una correlazione tra le lesioni cerebrali di 87 sub e la presenza di una particolare e diffusa malformazione cardiaca, l’incompleta chiusura del dotto di Botallo, che favorisce la formazione di bolle di azoto nel sangue. Ne è portatore un sub su 4, e basta un esame diagnostico per individuarla.

Pizzicorio in sella
E la bicicletta? È uno degli sport più consigliati dai medici. Non sottopone le articolazioni a sforzi eccessivi, fa bene al cuore, si può fare a qualsiasi età. Tutto bene dunque? No, neppure le bici è immune da rischi. Per chi esagera (o magari ha già problemi nella zona che poggia sul sellino), le conseguenze possono essere serie. Al Policlinico di Trondheim (Norvegia) i neurofisiologi hanno notato sintomi di parestesia (disturbi come pizzicorio, insensibilità ecc.) che suggerivano la compressione di nervi nell’area del sellino. Su 160 ciclisti intervistati che avevano partecipato a un tour norvegese che si svolge ogni anno su un percorso di 540 km, 33 avevano sintomi di anestesia al pene, che in uno su tre è durata più di una settimana; 10 sono diventati temporaneamente impotenti, e in 4 l’impotenza è durata 8 mesi. A questi rischi si aggiungono quelli ambientali. Se l’attività sportiva si svolge in ambiente inquinato, meglio evitare. L’anno scorso, a gennaio, la rivista scientifica Lancet ha pubblicato uno studio condotto da Rob McConnell della Keck School of Medicine dell’University of Southern California a Los Angeles. Studiando 3.500 bambini per 5 anni ne ha identificati ben 265 al primo attacco d’asma: quelli che facevano 3 o più sport all’aperto, in ambiente con alta concentrazione di ozono, avevano il triplo delle probabilità di sviluppare asma rispetto ai bambini che non facevano attività sportiva.

Meglio farlo tutti i giorni
«Prima che si mettano a fare sport è meglio che i non atleti si sottopongano a una visita attitudinale per scoprire quali sono i loro limiti, con prove da sforzo per scoprire quanto il loro corpo e la loro testa possono sopportare» precisa Danilo Tagliabue, ortopedico e traumatologo degli Ospedali riuniti di Bergamo e vice presidente della federazione medico sportiva italiana. Poi ci vuole solo costanza. «E allenamento. Deve essere una goccia quotidiana che incide sul proprio corpo, non una cascata una volta la settimana che può solo fare annegare e non incide» aggiunge Rodolfo Tavana, medico dello sport. «Lo sport fa bene solo se praticato con regolarità, tutti i giorni. Se pretendiamo di improvvisarci sportivi la domenica, allora lo sport può davvero fare male». Il ritmo ideale è 3 allenamenti la settimana di 30-60 minuti l’uno, puntando sugli sport di resistenza: nuoto, bicicletta,camminata a passo veloce. Lo sport, se ben praticato rinforza il cuore, le ossa, le articolazioni, riduce i dolori vertebrali, mantiene costanti le secrezioni ormonali, consente di resistere meglio allo stress e agli sbalzi di umore.

firma.png

Tutto sui gruppi sanguigni. Parte 2

Ecco la seconda parte del post sui gruppi sanguigni. La prima parte la trovate QUA.

Gravidanze a rischio
È dunque evidente che il sangue Rh+ non può essere somministrato a soggetti Rh-, che lo distruggerebbero con i loro anticorpi anti-D… Ma in questo caso il problema riguarda, più che le trasfusioni, le gravidanze “miste”. Mettiamo il caso di una madre Rh- in cui si sta sviluppando un feto Rh+: durante le prime settimane di gravidanza, la donna entra in contatto con il sangue fetale (che si mescola parzialmente con il suo) e ne viene sensibilizzata. In seguito a questo contatto, la madre comincia a produrre anticorpi anti-D. Durante quella stessa gravidanza difficilmente la quantità di anticorpi anti- D (ancora esigua) prodotti dalla madre potrà arrecare danni severi al nascituro. La stessa cosa non avverrà però durante la seconda gravidanza con feto ancora Rh+. La quantità di anticorpi anti-D della madre sarà questa volta sufficiente a determinare la distruzione dei globuli rossi del feto, con conseguenze drammatiche.

Donare a se stessi…
Tutti questi problemi di compatibilità sarebbero risolti dal sangue artificiale, più volte promesso dal mondo della ricerca, ma tuttora ben lontano dall’essere disponibile. Nel frattempo si sono affermati alcuni metodi alternativi alla trasfusione da donatore, in particolare quello dell’autoemotrasfusione: come dice il nome, è lo stesso paziente che si fa donatore per le proprie esigenze di terapia trasfusionale programmata. I vantaggi? Nessun rischio di infezioni, la totale assenza di reazioni febbrili o allergiche e, in generale, migliori condizioni di decorso post-operatorio. L’autotrasfusione consente inoltre di rispettare le credenze religiose contrarie alla trasfusione di sangue da donatore.

… ma senza esagerare
L’ideale, dunque! Peccato che abbia un limite insuperabile: il sangue va usato in tempi brevi, e non si può estrarne troppo da se stessi. Un trapianto di fegato, per esempio, richiede anche 35 litri di sangue (spesso in forma di derivati)… impossibile produrne abbastanza nell’imminenza dell’intervento. Si utilizza perciò questa tecnica per interventi che richiedono al massimo un paio di litri di sangue, dall’asportazione di vene varicose alle protesi d’anca e di ginocchio, dagli interventi per correggere la scoliosi all’asportazione della prostata.

firma.png

Tutto sui gruppi sanguigni. Parte 1

Il sangue non è uguale per tutti. Anzi: lo stesso liquido che può salvare una persona, per un’altra può essere addirittura mortale. Se, per esempio, venisse trasfuso sangue di gruppo A a una persona con sangue di gruppo B, il sistema immunitario del ricevente attaccherebbe i globuli rossi estranei, scatenando una reazione chiamata “emolisi”: in pratica, uccidendoli. Questa guerra fratricida, inoltre, produrrebbe un tale shock nell’organismo da portare, nei casi estremi, alla morte del ricevente.

Un carattere ereditario
La conoscenza di questo fenomeno è piuttosto recente: risale agli esperimenti condotti all’inizio del ’900 da Karl Landsteiner, premio Nobel per la medicina nel 1930. Lo studioso di origine austriaca dimostrò che il siero (cioè la parte del sangue che non coagula) di alcuni individui è capace di “incollare” fra loro i globuli rossi prelevati da altri individui. Sulla base di questo semplice test, Landsteiner giunse a classificare il sangue umano in 4 gruppi distinti:AB, A, B, 0, i cosiddetti gruppi sanguigni. Le differenze sono ereditarie, e consistono in precise caratteristiche dei globuli rossi, identificabili come antigeni a causa della loro reazione con anticorpi specifici. In parole povere: non sono altro che proteine incastonate nella membrana dei globuli rossi. Un soggetto AB ha sulla membrana dei propri globuli rossi due proteine, chiamate per convenzione A e B, e non ha ovviamente nel proprio plasma alcun anticorpo né contro A né contro B. Gli anticorpi sono infatti molecole prodotte dal sistema immunitario per contrastare uno specifico invasore: ogni anticorpo combatte e distrugge uno specifico “antigene” (che può essere un batterio, una proteina eccetera). E se un soggetto avesse anticorpi contro le proteine presenti sui suoi globuli rossi, non potrebbe sopravvivere: infatti l’organismo distruggerebbe i suoi stessi globuli rossi. I soggetti A, invece, hanno sulla membrana dei propri globuli rossi la proteina A… e nel proprio plasma anticorpi contro la proteina B (non anti-A altrimenti distruggerebbe i propri globuli rossi). Allo stesso modo, un soggetto B presenterà sulla membrana dei propri globuli rossi la proteina B e nel plasma anticorpi anti-A. Diversamente da tutti gli altri, un soggetto O non avrà né la proteina A né la proteina B sui propri globuli rossi, mentre nel plasma avrà sia anticorpi anti-A sia anticorpi anti-B.

Donatori e Riceventi
Queste differenti situazioni fanno del soggetto AB un ricevente universale: può essere cioè trasfuso con qualunque tipo di sangue. Non avendo infatti nel proprio plasma alcun tipo di anticorpo, non reagirà contro i globuli rossi trasfusi, di qualunque tipo essi siano. Al contrario, il soggetto 0 viene considerato donatore universale. Non avendo sui propri globuli rossi alcuna proteina, una volta trasfusi questi non verranno distrutti dagli anticorpi del ricevente, di qualunque tipo essi siano. Attenzione, però: quando si trasfonde sangue di tipo 0 in un soggetto di tipo diverso, si trasfondono anche gli anticorpi anti-A ed anti-B del donatore… che attaccheranno e distruggeranno i globuli rossi del ricevente. Questi anticorpi sono però pochissimi rispetto al numero dei globuli rossi del soggetto ricevente e la reazione che il donatore provocherà in quest’ultimo sarà trascurabile. Quello che quindi deve essere tenuto in considerazione è solo la reazione del sistema immunitario del ricevente, che in caso di incompatibilità può avere un danno, più che un vantaggio, dal sangue ricevuto.

Il misterioso fattore RH
Dunque il sangue degli esseri umani può essere soltanto di 4 tipi? No, in realtà esistono altri sistemi di proteine che permettono ulteriori classificazioni: per esempio i sistemi Rh, MNSs e P. Tra questi, il più significativo è il sistema Rh, identificato per la prima volta in una scimmia, il macaco Rhesus (da cui deriva la sigla Rh). Si tratta di un sistema costituito da 13 proteine, incastonate (come avviene per A e B) nella membrana dei globuli rossi. Tutti gli esseri umani sono forniti di questo gruppo di proteine, dunque non dovrebbe esserci alcun problema… tuttavia una di queste proteine (quella denominata D) non è sempre presente. È questo il motivo per cui alcuni gruppi sanguigni sono denominati Rh+ e altri Rh-… i primi hanno il complesso Rh completo, gli altri hanno soltanto 12 proteine e sono privi della D .Fortunatamente, questa mancanza riguarda soltanto il 15 per cento della popolazione umana.

Fra due giorni la seconda parte! Se ti va, nella parte destra del blog puoi cliccare sull’elefantino per iscriverti ai feed o puoi inserire la tua email per ricevere gli articoli nella tua posta elettronica!

firma.png

Che origine hanno e cosa significano i simboli maschio e femmina?

Oggi un’altra domanda e risposta della rubrica: Psichesoma Answers!

In questa rubrica troverete risposta alle domande che mi avete posto via email e che ho reputato essere di interesse generale.

D. Che origine hanno e cosa significano i simboli maschio e femmina?
R. Già nell’antica Grecia e poi nell’impero romano, il cerchiolino con la croce indicava il pianeta Venere ed era simbolicamente associato alla dea e in generale al femminile, cioè alla bellezza e all’amore. Il cerchiolino con la freccia indicava il pianeta Marte ed era associato al dio Ares in Grecia, Marte a Roma, e simboleggiava la forza, la guerra, il maschile. A Venere era collegato il rame e in alcune carte geografiche il cerchiolino con la croce segnalava le miniere di rame. A Marte invece erano collegate le armi e l’acciaio. Questi segni grafici sono stati e sono ancora usati anche nell’alchimia e in vari simbolismi esoterici, nonché nelle scienze naturali, sempre per indicare il maschile e il femminile.

LIBRO CONSIGLIATO

Hai qualche domanda da pormi? Invia subito una mail a GMail

firma.png

Che cos’è l’ossigeno-ozono terapia?

Oggi un’altra domanda e risposta della rubrica: Psichesoma Answers!

In questa rubrica troverete risposta alle domande che mi avete posto via email e che ho reputato essere di interesse generale.

D. Che cos’è l’ossigeno-ozono terapia?
R. È un metodo di cura basato sulla somministrazione di una miscela gassosa, originata mescolando l’ozono con l’ossigeno. L’ossigeno-ozono terapia costituisce, ad esempio, un’alternativa alla chirurgia in caso di ernia del disco: infiltrando nel disco la miscela, si induce un processo che porta alla disidratazione dell’ernia e quindi alla sua sparizione. Inoltre la miscela viene utilizzata nei casi di artrite e nei traumi sportivi per ridurre l’infiammazione, per combattere la cellulite, per la cura di alcune malattie della pelle, per combattere il virus dell’epatite e le infezioni del cavo orale. Ci sono due tipi di somministrazione: la “grande autoemoterapia”, che consiste nel prelevare circa 250 ml di sangue, mescolarlo a una quantità pari di miscela gassosa, e reiniettare il tutto in vena dopo qualche minuto, e la “piccola autoemoterapia”, dove invece si prelevano 10 ml di sangue, si uniscono a 10 ml di ossigenoozono e si reiniettano nel muscolo. A questi metodi si aggiunge l’applicazione locale per mezzo di campane di vetro: si usano per esempio nel caso di ulcere agli arti inferiori. Il paziente infila la gamba nel cilindro, nel quale si immette la miscela.

Hai qualche domanda da pormi? Invia subito una mail a GMail

firma.png

E se ti svegliassi durante l’anestesia? Parte 3.

Ecco la terza parte del post in cui si parla di anestesie e risvegli. La prima parte la trovate QUA, la seconda QUA.

Capire se il paziente è sveglio si può: così…
Esistono diverse tecniche per stabilire l’intensità raggiunta dall’anestesia. Ed eventualmente accorgersi se il paziente si sta svegliando. La più semplice si basa sull’elettroencefalogramma. Seguendo il tracciato elettroencefalografico (che registra l’attività elettrica del cervello) è infatti possibile verificare se vengono emesse le onde tipiche della fase di veglia. Gavin Kenny, un anestesista del Healthcare international hospital scozzese ha da qualche anno introdotto una variante che rende la tecnica più sicura: invia ogni minuto stimoli sonori in cuffia al paziente e controlla sull’elettroencefalografo se c’è una reazione di risposta. Un altro sistema per verificare se il paziente si sta svegliando è controllare la capacità di contrazione del muscolo che sovrintende al passaggio del cibo dall’esofago allo stomaco, uno dei primi a superare gli effetti dell’anestesia. Il fisiologo Mike E. Tunstall nel 1977 ha messo infine a punto una tecnica detta “dell’avambraccio isolato”. Al braccio del paziente viene stretto un manicotto simile a quello normalmente usato per misurare la pressione arteriosa. Con questo sistema si blocca l’afflusso alla mano del farmaco curarico usato per l’anestesia. I muscoli della mano rimangono così “svegli”. Nel corso dell’operazione, l’anestesista invia poi all’orecchio del paziente, per mezzo di un auricolare, semplici ordini come “muovi l’indice”. Se il paziente ubbidisce, vuol dire che ha sentito l’ordine e che quindi il suo cervello è vigile. C’è un unico limite al metodo Tunstall: ogni tre minuti bisogna stimolare il nervo ulnare, che passa nell’avambraccio, per evitare che l’eccessiva compressione crei problemi alla circolazione nel braccio.

Locale o totale: come agisce
L’anestesia ha lo scopo di eliminare la sensibilità al dolore. Questo risultato si ottiene “isolando” i nervi in modo che le sensazioni dolorose non raggiungano il cervello. L’anestesia totale impedisce anche di avere coscienza di quello che accade. Oggi si praticano però anche varie anestesie che consentono di rimanere svegli.
Anestesia tronculare
Si può considerare un’ anestesia locale allargata. Isola tutti i recettori del dolore a valle di un tronco nervoso: per esempio, per isolare la branca sensitiva del nervo sciatico in caso di interventi sulla gamba
Anestesia locale
Si ottiene con piccole iniezioni di farmaci anestetici nella zona cutanea interessata. Si usa per interventi chirurgici di portata limitata.
Anestesia subaracnoidea
Come la peridurale, blocca il nervo spinale, ma l’anestetico viene iniettato oltre le meningi, le membrane che proteggono il sistema nervoso. Si pratica nel caso di interventi addominali impegnativi.
Anestesia peridurale
Isola un nervo spinale a partire dal suo innesto in prossimità del midollo. Elimina la sensibilità al dolore verso il basso a partire dal punto di innesto del nervo. Si usa per interventi in zone al di sotto dell’addome, per esempio, nel parto cesareo: la madre non avverte dolore ma può seguire il parto.

firma.png

E se ti svegliassi durante l’anestesia? Parte 2.

Ecco la seconda parte del post in cui si parla di anestesie e risvegli. La prima parte la trovate QUA

I casi di anestesie troppo leggere e di risvegli intraoperatori sono probabilmente aumentati, negli ultimi anni, anche per scelte tecniche. Secondo gli esperti, l’aumento potrebbe essere dovuto al fatto che ora si usano di più farmaci anestetici liquidi iniettati in vena con la fleboclisi durante tutto il corso dell’operazione, al posto di quelli gassosi comunemente usati fino a pochi anni fa. Gli anestetici endovenosi sono meno fastidiosi di quelli gassosi, che possono avere effetti tossici sul fegato, ma producono un grado di anestesia non facilmente prevedibile. La quantità di anestetico da iniettare viene studiata per ogni paziente in base al suo peso, ma il modo con cui la sostanza agisce varia comunque da persona a persona. Basta che un paziente abbia nel sangue una maggiore o una minore quantità di quelle proteine che hanno il compito di trasportare il farmaco nel sangue per alterare l’effetto dell’anestesia. Conta anche il modo con cui funziona il fegato: se vi è un difetto nella circolazione sanguigna o le cellule deputate a elaborare il farmaco non sono perfettamente efficienti, il farmaco perde parte della sua capacità di addormentare.

Gli interventi chirurgici più a rischio? Sono i parti cesarei
In quali tipi di operazioni chirurgiche è più facile che si verifichi un risveglio? In teoria in tutti, ma quelli più a rischio sono i parti cesarei, poiché i farmaci anestetici “deprimono” il sistema respiratorio e quello cardiovascolare e questi fenomeni sono pericolosi per il neonato, alla madre viene somministrata una dose di anestetico minore di quella normale. Una donna, sottoposta a questa operazione, ha raccontato di avere sentito le voci dei medici, compresa quella del marito chirurgo che la assisteva e, pur non avvertendo dolore ma solo un fastidio profondo, di aver colto nettamente il momento in cui iniziava l’intervento. Le tracce di un risveglio intraoperatorio possono rimanere più o meno profonde nell’inconscio del paziente. C’è chi soffre per mesi o anni di insonnia e di ansia. Molti di coloro che hanno vissuto questa esperienza, rifiutano poi per anni di sottoporsi a visite mediche e terapie. Altri soffrono di fobie meno immediatamente associabili con l’operazione. Probabilmente gli effetti sono più gravi in chi affronta l’anestesia con ansia, anche in rapporto al tipo di intervento previsto. Per esempio, è più facile essere rilassati se ci si prepara a un intervento di chirurgia estetica o a un parto cesareo che a operazioni più difficili.

Si può evitare il risveglio introperatorio?
Il modo migliore è quello di usare costantemente durante l’intervento l’anestetico per via inalatoria. La soluzione ideale è perciò l’anestesia bilanciata, cioè un dosaggio preciso di anestetici liquidi e gassosi. In questo modo si limitano al massimo i rischi di tossicità del gas e contemporaneamente si assicura un isolamento della coscienza del paziente sufficientemente profondo.

Fra pochi giorni la terza parte! Se ti va, nella parte destra del blog puoi cliccare sull’elefantino per iscriverti ai feed o puoi inserire la tua email per ricevere gli articoli nella tua posta elettronica!

firma.png

Page 3 of 24

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén