Psiche e Soma

Ricette per una vita migliore!

Category: Psicoterapia

Convegno “Amore sano e Amore Malato nelle varie stagioni della vita” – Castello Angioino, Mola di Bari, sabato 14 Maggio 2016

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AMORE SANO E AMORE MALATO NELLE VARIE STAGIONI DELLA VITA
Castello Angioino, Mola di Bari, sabato 14 Maggio 2016, ore 9:30 – 19:00.

Amore sano e amore malato nelle varie stagioni della vita” è un evento organizzato dalla cooperativa Nuova Città Scs, con il coordinamento scientifico della prof.ssa Nunzia Tarantini, psicologo psicoterapeuta di orientamento junghiano, ricercatore dell’Associazione per la Ricerca in Psicologia Analitica (ARPA), docente a contratto presso lo Psychological Innovations and Research Training Centre (PTMC) dell’Università di Vilnius, Lituania.
Il convegno, che si svolgerà il 14 Maggio 2016 nella suggestiva cornice del Castello Angioino di Mola di Bari, è il cuore dell’evento ed è stato accreditato dal provider Motus Animi Sas con 10 crediti ECM per le figure professionali di psicologo, psicoterapeuta, psichiatra, infermiere pediatrico, educatore professionale (codice di riferimento RES n. 2112-16009).
Che cos’è l’amore? Sappiamo davvero rispondere a questa domanda?
Di sicuro sappiamo che ne hanno scritto poeti, filosofi, pensatori, l’hanno rappresentato artisti e scultori, e tutti si sono sforzati di comprenderne l’essenza.
“Amore” è parola usata e abusata, e non esiste attività umana in cui questo vocabolo non venga utilizzato, talvolta sfruttato e spremuto fino in fondo. Amore è il sentimento che si prova per il prossimo, per se stessi, per un amico, per l’umanità nel suo complesso, per la casa, per tutto ciò che è bello e buono. Lo si usa per denominare un attaccamento affettivo particolarmente forte che unisce un uomo ad una donna, o un bambino ad un genitore, così come l’infatuazione di due giovani, di due adulti, di due anziani. Ovunque vi sia un sentimento forte ed elevato, una spinta energetica all’azione, una volontà d’essere fino in fondo, lì c’è amore.
L’amore però, come tutti i sentimenti, è spesso un gioco di opposti: dà origine a tendenze opposte, pronte, se non dialogate, ad irrompere nelle nostre vite e a catapultarci da un amore che muove entusiasmo, ardenti desideri e perfino estasi, in un “amore alla rovescia” che genera disillusione, perdita, fallimento, angoscia, lutto, morte. Ed è così che per amore un bambino piange quando l’amata madre è assente. Per amore si soffre, perdere un amore può far impazzire o uccidere
Il convegno indagherà su come si può intercettare in questo tipo di legame un segno di salute o di malattia, su come tale legame possa sfociare in una timorosa ritirata dal mondo oppure in uno sforzo per espanderlo, e su quanto esso possa essere consapevole o terribilmente inconsapevole. Non si tratterà di definire semplicisticamente ciò che è sano e ciò che è malato in amore – sarebbe forse una ingiustificabile presunzione – ma di mostrare come l’amore si situa su una drammatica linea di confine, un confine che da una parte si affaccia sull’abbagliante e meravigliosa energia di vita, e dall’altra sull’agghiacciante e caotica energia distruttiva.
Relatori, oltre alla già citata prof.ssa Nunzia Tarantini, la dr.ssa Carmen Donato La Vitola, psicologo psicoterapeuta, direttore del centro di psicoterapia per la famiglia “La casa sull’albero”, e il dr. Daniele Aprile, medico psicoterapeuta, direttore sanitario del Poliambulatorio Sociale. Saranno inoltre presenti artisti italiani, lituani, russi e ungheresi che con le loro espressioni culturali e artistiche si confronteranno con il tema del convegno usando il proprio personale linguaggio, intrecciandosi con le relazioni scientifiche in una reciproca contaminazione.
Sul sito ufficiale del convegno www.amoresanoamoremalato.it è disponibile il programma completo, oltre al modulo di iscrizione, e tutte le informazioni utili sull’evento.
Contatti: tel. 080 4550079, info@amoresanoamoremalato.it.

“La casa sull’albero”, apre a Bari il primo Studio di Psicologia per la Famiglia!

A Bari apre un nuovo studio di psicologia dedicato alla famiglia e ai bambini

Lo studio di psicologia per la famiglia “La casa sull’albero” è attivo dal primo settembre in Via Guarnieri 24 a Bari, giusto in tempo per l’ apertura delle scuole, visto che molti dei servizi proposti interesseranno proprio quest’ambito.
Lo studio è composto da psicologi e psicoterapeuti dedicati a fornire supporto psicologico per la famiglia. La particolarità dello studio è nella creazione di spazi di ascolto dedicati ad ogni membro della famiglia.
I professionisti dello studio “La Casa sull’albero” rispondono al genitore che può avere dei dubbi su come comportarsi con il figlio, supportano l’adolescente che vive un momento complesso della sua vita, e seguono il bambino attraverso l’analisi dei suoi disegni, del gioco e del comportamento ricavando indicazioni utili per i genitori e anche per gli insegnanti in modo da rendere più agevole l’apprendimento.
Sempre dedicati a bambini, saranno anche attivi, presso lo studio, corsi di “educazione alla grafia” ossia come educare attraverso i gesti, corsi di “arteterapia” ed altre attività utili e terapeutiche per i bambini.
Molto ricco è anche lo spazio di supporto e cura per l’adulto che prevede percorsi di Psicoterapia individuale e di gruppo e di Training autogeno.
“Supportare i bambini e la famiglia è doveroso in un momento come questo di crisi dei valori e degli equilibri sociali. L’unico mezzo che abbiamo per contenerne i riflessi sul mattoncino fondante della società è dare consapevolezza, strumenti validi e supporto concreto impiegando le forze migliori”, così ha commentato l’apertura dello studio la Dr.ssa Carmen Donato La Vitola, presidente delle cooperativa Nuova Città , una ONLUS molto attiva nel campo del privato sociale, che oltre a promuovere questo progetto, gestisce il famoso “Poliambulatorio sociale”.
Il sito web dello studio è www.psicologiainfantilebari.it, e i professionisti cono raggiungibili via mail a info@psicologiainfantilebari.it o telefonicamente (080 4550079 – 335 8177630)

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Ansiolitici: lo sapevate che…?


In questo post prendo in esame i farmaci ansiolitici, soffermandomi sul Delorazepam, di cui esiste sia il generico che il commerciale (il famoso “En”). E’ uno degli ansiolitici più venduti al mondo, è un farmaco derivato dalla benzodazepine.

Ci sono alcune informazioni che riguardano questi farmaci che non sempre il paziente riceve al momento della prescrizione, o, se le riceve, è il paziente stesso a sottovalutarle.

Lo sapevate che viene spesso prescritto inutilmente?
Partiamo dalle indicazioni terapeutiche e p
rendiamo i dati dal bugiardino: “Stati di ansia. Squilibri emotivi collegati a stress situazionali, ambientali e ad affezioni organiche acute e/o croniche. Distonie neurovegetative e somatizzazioni dell’ansia a carico di vari organi ed apparati. Sindromi psiconevrotiche. Nevrosi depressive. Agitazione psicomotoria. Stati psicotici a forte componente ansiosa e con alterazioni dell’umore. Disturbi del sonno di varia origine.”
E infine, da notare bene: “Le benzodiazepine sono indicate soltanto quando il disturbo è grave, disabilitante o sottopone il soggetto a grave disagio.”

A questo punto sorge una domanda: chi deve prescrivere l’ansiolitico? Ovvero chi è meglio in grado di diagnosticare uno dei disturbi elencati fra le indicazioni terapeutiche?
I più indicati sono gli psichiatri, i neurologi e i medici di famiglia. Agli altri specialisti, ad esempio quelli che sospettano “somatizzazioni dell’ansia a carico di vari organi ed apparati”, suggerirei solo di indicare l’ansia come possibile causa della patologia che hanno diagnosticato e di indirizzare il paziente presso uno dei tre specialisti prima elencati. I motivi principali, per cui i colleghi delle altre discipline dovrebbero solo indicare la via e non prescrivere il farmaco sono:  la somministrazione va seguita nel tempo; va valutato il percorso che porta alla sospensione; va fatta una visita finale. Ve lo immaginate ad esempio un cardiologo che vi visita per sapere come va l’ansiolitico? Non vi sembra un po’ fuori luogo?

In qualsiasi caso andrebbe comunque fatta una corretta a approfondita anamnesi (soffermandosi sugli aspetti psicologici del paziente) che miri a capire le cause e a trovare le soluzioni adatte ad ogni singolo caso.

La parte che però ritengo fondamentale è quella finale. Siamo certi che le benzodiazepine siano prescritte solo quando il disturbo è grave, disabilitante o sottopone il soggetto a grave disagio? Se fosse così sarebbe difficile spiegare il motivo per cui sono fra i farmaci più venduti al mondo. Un’ipotesi potrebbe essere questa: i medici non conoscono o non si fidano delle alternative. Quali sono? La psicoterapia e/o i rimedi naturali (tra questi i più utilizzati e conosciuti sono la valeriana, la passiflora, il biancospino e l’iperico). Come molte ricerche scientifiche dimostrano (ad esempio “Efficacia della psicoterapia nel trattamento del disturbo di panico con agorafobia” link), non c’è nessuna differenza fra questi rimedi e il farmaco.

Lo sapevate che viene spesso assunto per mesi o per anni?
Adesso vediamo la posologia e modo di somministrazione, s
empre dal bugiardino: “Il trattamento dell’ansia dovrebbe essere il più breve possibile. Il paziente dovrebbe essere rivalutato regolarmente e la necessità di un trattamento continuato dovrebbe essere valutata attentamente, particolarmente se il paziente è senza sintomi. La durata complessiva del trattamento, generalmente, non dovrebbe superare le 8-12 settimane, compreso un periodo di sospensione graduale. In determinati casi, può essere necessaria l’estensione oltre il periodo massimo di trattamento; in tal caso, ciò non dovrebbe avvenire senza rivalutazione della condizione del paziente.

Una domanda: quante persone conoscete che prendono ansiolitici senza sosta da diversi anni? C’è davvero qualcosa che non quadra! Questa è una di quelle informazioni che dovreste sapere tutti, la prima informazione che il medico dovrebbe dare al paziente, preoccupandosi che il paziente l’abbia ricevuta bene sia in prima battuta che nelle successive visite di controllo.  A giudicare dai risultati non credo che sia così.

Lo sapevate che l’assunzione causa una dipendenza difficile da curare?
Vediamo le speciali avvertenze e precauzioni per l’uso, d
al bugiardino: “L’uso di benzodiazepine può condurre allo sviluppo di dipendenza fisica e psichica da questi farmaci. Il rischio di dipendenza aumenta con la dose e la durata del trattamento; esso è maggiore in pazienti con una storia di abuso di droga o alcool. Una volta che la dipendenza fisica si è sviluppata, il termine brusco del trattamento sarà accompagnato dai sintomi di astinenza.
Lo sapevate? Sapevate anche che aumenta con il passare del tempo? Che dopo anni di uso continuato curare la dipendenza da ansiolitici è difficile quanto curare la dipendenza da alcool o droghe?
Infatti i pazienti che sono diventati dipendenti dalle benzodiazepine, alle dosi terapeutiche, normalmente sono accumunati da diverse delle seguenti caratteristiche (cfr. The Ashton Manual):

  • Hanno assunto benzodiazepine su prescrizioni mediche in dosi “Terapeutiche” (normalmente basse) per mesi od anni.
  • Hanno, gradualmente, sentito il bisogno di assumere benzodiazepine per svolgere le normali attività quotidiane.
  • Hanno continuato ad assumere benzodiazepine, nonostante il motivo che ne aveva in origine fatto scaturire la prescrizione fosse cessato.
  • Hanno difficoltà a sospendere l’assunzione del farmaco, o a ridurlo, a causa dell’insorgere dei sintomi da astinenza.
  • Nell’assunzione di benzodiazepine ad emivita breve,  sviluppano sintomi di ansia, tra una somministrazione e l’altra, o hanno un forte desiderio di assumere la dose seguente.
  • Contattano regolarmente il loro medico per ottenere ripetutamente le ricette necessarie per continuare il trattamento.
  • Diventano ansiosi se la ricetta successiva non è subito disponibile. Devono avere sempre con sé il farmaco. Possono assumerne una dose prima di un evento che ritengono possa loro generare stress, o nel caso di dover trascorrere una notte in un luogo diverso dalla solita camera.
  • Possono aver aumentato la dose, rispetto a quella indicata, inizialmente, nella prima prescrizione medica.

Se la risposta a tutte e tre le domande è stata si vi faccio i miei complimenti, siete persone ben informate e probabilmente anche il vostro medico ha saputo fornirvi tutte le indicazioni necessarie. Se invece la riposta anche ad una sola delle domande è risultata negativa ed assumente una benzodiazepina da più di 8-12 settimane, vi consiglierei di tornare dal vostro medico (o da uno specialista) e cercate urgentemente una soluzione.

Bibliografia
Monografia Delorazepam
The Ashton Manual
Articolo scientifico “Efficacia della psicoterapia nel trattamento del disturbo di panico con agorafobia”
Pagina wikipedia Delorazepam

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I quattro fini della psicoanalisi. [parte 3]

psicoterapia

Terza è ultima parte, nelle due parti precedenti ho parlato dell psicoanalisi come terapia e della psicoanalisi come trattamento rieducativo.
Oggi quindi vediamo insieme gli ultimi due scopi.

3. Psicoanalisi come processo di conoscenza.

È indubbio che il trattamento psicoanalitico dischiude nuovi orizzonti alla conoscenza di sé stessi perché apre una finestra attraverso la quale si può prendere visione del proprio mondo inconscio, cioè di parti di sé non note né immediatamente accessibili.
È l’ideologia che guida Freud man mano che si addentra nello studio delle strutture e delle dinamiche psichiche, ed è l’ideologia che ogni psicoanalista che sia veramente tale non può non condividere. Infatti è la conoscenza delle dinamiche sottese alla patologia che permette una ristrutturazione più equilibrata e armonica di tutta la personalità del paziente.
Questa ideologia induce perciò una strategia che valorizza al massimo la regressione, l’esplorazione dei rapporti preoggettuali e con essa la relazione duale primaria, ove si può raggiungere il massimo di empatia, che permette massicci movimenti transferali e un altrettanto profondo coinvolgimento controtransferale. Ne consegue che la vita fantasmatica e la dinamica degli oggetti interni assumono quel ruolo primario che la Klein per prima ha individuato e che i suoi seguaci hanno sviluppato.

4. Psicoanalisi come processo maturativo

Il trattamento psicoanalitico costituisce l’esperienza più approfondita che a tutt’oggi un essere umano possa fare della propria vita interiore, e questo induce necessariamente una maturazione, analoga a quella che inducono in noi le esperienze della vita che siano state intensamente vissute ed elaborate (es. lutti, viaggi e anche l’elaborazione di un amore).
La nevrosi, con le fissazioni che comporta, mantiene l’individuo in parte legato e bloccato a fasi di sviluppo infantili. Compito dell’analisi è rimuovere fissazioni e blocchi, in modo che l’individuo possa raggiungere la piena maturità (o genitalità in termini psicoanalitici)
Gli strateghi di questa ideologia tendono a favorire progressi verso l’individuazione e l’emancipazione.

Credo che si possa tranquillamente affermare che nessun analista aderisce rigidamente a una delle ideologie illustrate senza tener conto anche delle altre. Le differenze tra un analista e un altro sono caso mai maggiori a livello di strategie adottate, perché la strategia è collegata, più di quanto non si pensi, alla personalità dell’analista, alla sua identità, al suo stile o modo di operare in analisi.

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I quattro fini della psicoanalisi. [parte 2]

psicoanalsi

Nel post precedente avevamo visto come gli scopi di un trattamento analitico possono essere quattro ed avevamo analizzato insieme il fine terapeutico. Oggi affrontiamo il secondo fine.

2. Psicoanalisi come trattamento rieducativo

Freud in Vie della terapia psicoanalitica (1918) afferma: “Non possiamo evitare di prendere in cura anche dei malati talmente sprovveduti ed incapaci di condurre una vita normale che per essi l’influsso analitico non può non combinarsi con quello pedagogico”.
Anche Groddeck sostiene che i risultati terapeutici si ottengono “insegnando” all’Es nuove modalità, meno dolorose, di autoespressione, e definisce l’analisi una “ginnastica dello spirito” attraverso la quale “si impara” a conoscersi o a modificarsi. Alexander e French (1946) parlano dell’analisi come di un processo di rieducazione emotiva, che avviene tramite esperienze correttive. Certamente i pazienti con disturbi del comportamento, di tipo perverso oppure tossicomanico, si aspettano dal trattamento una modifica del proprio comportamento, una sorta di rieducazione. Chi si sottopone a un trattamento analitico acquisisce sempre e comunque, attraverso la maggior conoscenza e consapevolezza di sé, una nuova “cultura” sul funzionamento della mente e dei sentimenti umani. Dopo l’analisi egli non è più quello di prima, è in qualche modo rinnovato, “rieducato”.
L’ideologia rieducativa comporta che l’analista sia soprattutto attento alle modalità di relazione che il paziente attua nella situazione analitica e nella realtà. L’analisi delle relazioni oggettuali è il mezzo per ottenere che queste relazioni e tutte le modalità del paziente di disporsi verso il reale diventino più mature, come è nei propositi di analisti quali Fairbairn (1958), Guntrip (1961) ecc.

Per oggi può bastare così, nei prossimi post parleremo degli atri due fini.

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I quattro fini della psicoanalisi.

psicoanalisi

Iniziamo oggi a parlare un po’ di psicoanalisi dato che della psiche si è parlato poco su questo blog avendo finora approfondito più la seconda parte del titolo del blog (il soma ovvero il corpo).
Ritengo che una delle informazioni più importanti per un lettore di questo blog che vorrebbe intraprendere un percorso di psicoanalisi sia sapere lo scopo di questo processo terapeutico. Aiutandomi con il “Trattato di Psicoanalisi” di A. Semi, analizzeremo e commenteremo i quattro fini/scopi della psicoanalisi che corrispondono alle quattro impostazioni ideologiche principali (sentiti quindi libero di lasciare nei commenti i tuoi pensieri e le tue domande).

Psicoanalisi come terapia

L’ideologia terapeutica è quella che orginariamente guidò Freud nella formulazione del metodo psicoanalitico.
Lo scopo terapeutico è una delle motivazioni fondamentali per la quale un paziente si rivolge a uno psicoanalista, spesso dopo aver tentato senza successo altre forme di terapia psichiatrica o di medicina alternativa. Il paziente è perlopiù una persona sofferente, che chiede di essere “guarita” o quanto meno aiutata a migliorare la qualità della sua vita, ed è disposta a pagare per questo.
L’ideologia terapeutica è stata oggetto di critiche, soprattutto quando l’analista (sotto pressioni personali o dell’analizzato) mira al risultato rapido e di effetto, che talora può essere ottenuto con espedienti psicoterapeutici più che analitici, senza cioè dar modo e tempo alla sofferenza e alla frustrazione di svolgere il loro ruolo.

Quello che si nota sempre di più nella nostra società di stampo capitalistico è la fuga dalla sofferenza e soprattutto dalla frustrazione (voglio il pc nuovo-compro il pc nuovo, il tempo che intercorre fra questi due passaggi va diminuendo di giorno in giorno) proprio perchè ritarda gli acquisti e quindi la crescita del PIL. La fuga dalla frustrazione è poi chiaramente legata ad una mancata educazione del bambino alla frustrazione, educazione che dovrebbe iniziare già dalla fase dell’allattamento. La sensazione netta è che tutto ciò che ci circonda abbia come unico fine quello di far vivere il “pieno” coprendo così, con un telo molto pesante, il vuoto insito nell’essere umano, che andrebbe quanto meno attraversato per poterlo, se possibile, fecondare.

Ritengo che tutta questa storia della psicoanalisi breve e velocemente efficace sia uno dei cortocircuiti più gravi creati da questo tipo di impostazione culturale: ti “ammali” o soffri perchè ti hanno tolto i mezzi per collegarti al tuo corpo (per non dire al tuo inconscio) e tu vorresti imporre gli stessi modi per curare la sofferenza… Pensi anche tu che ci sia qualcosa che non quadra in questo tipo di ragionamento? Se poi è lo stesso psicoanalista o psicoterapeuta a godere e vantarsi dei suoi “successi terapeutici” ottenuti in sole 5 sedute mi sa che il cortocircuito si è definitivamente completato.

Certamente onnipotenza e maniacalità (che poi sono i risultati dell’evitare la sofferenza e la frustrazione) sono presenti anche nello psicoanalista quando aspira ad essere terapeuta “guaritore” o “stregone”. Qua il Semi pone una domanda: “Non è forse questa l’estrema difesa per non essere travolti dall’impotenza e dalla depressione che, come dice Racker (1968), minacciano continuamente lo psicoanalista?”.

Per oggi può bastare così, nei prossimi post parleremo degli atri tre fini.

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Critiche varie alla Terapia Cognitivo-Comportamentale.

TCC

La terapia cognitivo-comportamentale  negli ultimi anni è stata messa sotto accusa da diversi psicoterapeuti.

Vediamo insieme cosa dicono.

I relatori di un congresso di psicoterapia dell’Università di East Anglia (UEA) nel luglio 2008 hanno criticato la credenza diffusa che la terapia cognitivo-comportamentale (TCC) sia più efficace di altre forme di psicoterapia (Link). In questi congresso il professor Mick Cooper e Robert Elliott (entrambi all’Università di Strathclyde), William B. Stiles (Università di Miami) e Art Bohart (Saybrook Graduate School) hanno pubblicato una dichiarazione, che in breve diceva:

  • Dato che ci sono molte ricerche sulla TCC vengono pubblicati anche più studi scientifici sulla TCC. Ciò rinforza l’errore logico che la TCC sia superiore e questo ha un effetto negativo diretto su altre forme di terapia, che sono ben documentate ma hanno meno ricercatori.
  • La gente che fa psicoterapia migliora sostanzialmente, senza differenza fra il tipo di terapia che sceglie.
  • Si è visto che quando le terapie vengono confrontate fra di loro, sono ugualmente efficaci.
  • Il fatto che molti terapeuti TCC scoraggino altre forme di terapia danneggia il pubblico.

Allo stesso congresso, i professori Robert Elliott e Beth Freire hanno presentato la loro meta-analisi di più di 80 studi dove si dimostrava che la psicoterapia centrata sulla persona è efficace quanto altre forme di psicoterapia, compresa la TCC (Link).

In un articolo del 2009, pubblicato nella rivista Psychological Medicine, dal titolo “Terapia cognitivo comportamentale nelle principali patologie psichiatriche: funziona veramente? ” (link), gli autori hanno trovato che nessun trial clinico ha dimostrato che la TCC è efficace nella schizofrenia. Gli autori inoltre hanno trovato pochi studi che hanno dimostrato che questa terapia sia efficace e che questo tipo di terapia è inefficace nelle prevenire le ricadute nei pazienti affetti da disordine bipolare.

Il mio punto di vista.

Trovo che rincorrere il metodo scientifico a tutti i costi non sia sempre la soluzione giusta, si rischia di finire nello scientismo.
Attenzione però con questo non voglio dire che rinnego la scienza ma che questa non va esaltata perchè qualsiasi forma di fanatismo è sbagliata. Dire “io seguo il metodo scientifico mi baso su prove scientifiche etc etc” non ti fa sembrare più serio ma semplicemente ti fa sembrare uno che ha un profondo timore di dire fesserie e che ha bisogno di qualcosa su cui appoggiarsi. I veri Maestri che ho incontrato durante i miei studi e la mia vita mi hanno insegnato che la scienza è basata su dati statistici ma che per curare davvero non bisogna vivere il paziente come un numero ma come un essere umano uguale e forse anche migliore di te. La ricerche scientifiche troppo spesso forniscono dati che saranno poi soggetti a diverse interpretazioni e questo permette a chi ha intenzioni fraudolente consce (vd la case farmaceutiche e la recente “pandemia” di influenza suina) o inconsce di poter portare tanta acqua al proprio mulino.

Trovo che sia fondamentale essere aperti e conoscere tutte le diverse teorie psicoterapeutiche perché ognuna ha la sua preziosità (chiaramente anche la TCC che può essere molto efficace e utile per diversi tipologie di pazienti), e questo non solo ci può permettere di avere più strumenti per curare la persona ma saremo anche in grado di consigliare la giusta terapia a seconda del tipo di persona e a seconda del tipo di patologia che ci troviamo di fronte.

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