Psiche e Soma

Ricette per una vita migliore!

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Tre curiosità sui colori. [Tutto sui colori. Parte 5/5]

Rosso come un fischio, sonoro come un limone
Gli italiani sinestetici dovrebbero essere circa duemila: 1.500 donne e 500 uomini. Lo afferma il neurologo inglese Richard Cytowic, il primo ad avere studiato questo singolare fenomeno in maniera sistematica. Di cosa si tratta? Letteralmente “sinestesia” significa fusione dei sensi. In pratica, i sinestetici percepiscono forme, suoni e colori in maniera diversa rispetto alle altre persone: alcuni vedono un colore associato a ciascun numero; altri descrivono un sapore come “appuntito” o “sferico”. Un caso famoso è quello del pittore Vasilij Kandinskij, che vedeva i suoni e sentiva i colori: intitolò addirittura una sua composizione “Il suono giallo”. Il fenomeno della sinestesia dimostra quanto il nostro concetto di colore sia legato all’elaborazione cerebrale, che nei sintestetici non avviene nella corteccia ma nelle zone più “profonde” del cervello. Lo psicologo inglese Baron-Cohen ha addirittura ipotizzato che la fusione dei sensi sia normale nei neonati, e che solo nel successivo sviluppo si perda la capacità di distinguere i “colori della musica”.

Un bagno di giallo, per sconfiggere la gastrite?
Con i colori si può anche guarire? La cromoterapia è il sistema più efficace per curare una delle malattie più gravi dei neonati, l’ittero nel sangue. Da oltre trenta anni, negli ospedali, i piccoli pazienti che nascono con un eccesso di bilirubina nel sangue (cioè la sostanza prodotta dalla disgregazione dei globuli rossi, che vengono sostituiti da quelli nuovi) vengono posti sotto lampade a luce blu: i raggi ultravioletti, combinandosi con questa sostanza, in parte la distruggono, in parte la trasformano in un composto biochimico che l’organismo del neonato riesce a eliminare più facilmente. Questo è l’unico esempio di cromoterapia che la medicina ufficiale applica sistematicamente. Tutti gli altri impieghi, non avendo risultati altrettanto significativi, sono visti con grande scetticismo. «Invece noi conosciamo il colore giusto per ogni patologia, da somministrare nella forma di luce colorata irradiata sulla parte ammalata, alimenti e abbigliamento», sostiene il cromoterapeuta Gianni Camattari, del centro di psicologia integrata di Milano. «Gli stress si curano per esempio somministrando del blu, i disturbi muscolari con il verde, i disturbi polmonari e gastro-intestinali con il giallo, le depressioni e le infiammazioni con il rosso». Già gli antichi facevano ricorso a questo metodo: i templi egizi di Karnak e Tebe erano dedicati infatti alla cura del colore, mentre gli antichi romani usavano impiastri rossi (di porpora) per cicatrizzare le ferite. «L’azione terapeutica del colore si basa su un principio fisico, e cioè l’impatto delle vibrazioni elettromagnetiche prodotte dalla luce di una certa lunghezza d’onda sulle nostre cellule. E’ chiaro tuttavia che i benefici di questa pratica sono molto blandi», ammette Camattari. E infatti non possono sostituire i trattamenti tradizionali. Tutt’al più, sostengono alcuni medici, non essendoci controindicazioni, la terapia dei colori si può usare, ma come appoggio a quella farmacologica.

Ne vediamo al massimo 200
Per tradizione i colori sono sette: rosso, arancione, giallo, verde, azzurro, indaco e violetto. Questa suddivisione fu proposta da Isaac Newton nel 1672, probabilmente sotto l’influenza degli atteggiamenti mistici dell’epoca. Il sette era infatti considerato un numero di alto valore simbolico: sette erano i cieli (e il settimo coincideva con il Paradiso); sette erano le età dell’umanità secondo Sant’Agostino; sette erano i peccati capitali e le virtù teologali, e sette erano anche i sacramenti della Chiesa cattolica. In realtà i colori sono infiniti, poiché basta una minima variazione di lunghezza d’onda perché all’ occhio arrivi uno stimolo differente. Quindi lo “spettro” (cioè l’insieme di tutti i colori) contiene un numero illimitato di tonalità che sfumano l’una nell’altra. Ma quante ne può distinguere l’occhio umano? Indagini sperimentali hanno concluso che una persona con una vista normale arriva mediamente a distinguere 200 colori, ma soltanto se le sfumature simili sono accostate l’una all’altra, permettendo al cervello di notare il contrasto.

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…che più bianco non si può! [Tutto sui colori. Parte 4/5]

Dai detersivi “truccati” ai segreti delle bolle di sapone: tutti i perché dei colori più comuni.

Sono stati contati oltre dieci meccanismi di formazione del colore. Vediamo quali sono i principali, con alcuni esempi. Tutto dipende dal fatto che la luce viene assorbita, deviata e riemessa da atomi e molecole. Solo così si spiegano alcune stranezze, per esempio come mai l’aria è trasparente, mentre il cielo è azzurro.

Esiste il “bianco più bianco del bianco”?
In alcuni rari casi l’energia assorbita da un corpo viene riemessa trasformata: questo fenomeno si chiama fluorescenza, ed è sfruttato, per esempio, negli sbiancanti per i detersivi. Gli sbiancanti assorbono la luce ultravioletta del sole e la riemettono con un’energia inferiore, che cade nella zona del blu. E’ così che si crea l’impressione di un bucato “più bianco del bianco”: la luce “emessa” da lenzuola e tovaglie è effettivamente più intensa di quella che le colpisce, e in più possiede una componente blu che conferisce al bianco una sfumatura “elettrica”.

Perché il cielo è azzurro?
In teoria l’aria è trasparente, perché è composta da innumerevoli molecole di ossigeno, azoto, vapor d’acqua, anidride carbonica, che non sono in grado di assorbire la luce. La presenza di queste molecole, però, dà luogo a un fenomeno che si chiama “diffusione”, cioè una riflessione in tutte le direzioni della luce stessa: è da questa che nasce la luminosità del cielo diurno. La diffusione, però, non è “democratica”: preferisce le onde più corte, cioè quelle azzurre, e quindi il cielo è molto più ricco di azzurro diffuso che non di altri colori. Lo stesso fenomeno si verifica per tutte le sospensioni di particelle microscopiche, come il banale fumo di sigaretta.

Perché il sole è giallo?
La responsabilità è ancora della diffusione: la luce del sole risulta infatti impoverita di azzurro, perché questo colore viene diffuso più degli altri e “trasferito” nella volta del cielo. Il fenomeno si accentua quando i raggi solari seguono una traiettoria obliqua, che allunga il loro tragitto nell’atmosfera. Ecco perché al tramonto il sole si arrossa, mentre il cielo appare di un azzurro più intenso.

Perché la neve è bianca?
L’acqua non assorbe la luce, se non molto debolmente. Nella neve, però, l’acqua si trova in forma di granuli, che provvedono a riflettere o a deviare (in un fenomeno chiamato rifrazione) la luce che li colpisce, e a diffonderla in tutte le direzioni. Il risultato è che tutte le frequenze ritornano all’occhio e la neve appare bianca anziché trasparente. Lo stesso si verifica nelle polveri cristalline che non assorbono luce, come per esempio lo zucchero, il sale, l’aspirina Perché i metalli hanno colori più lucenti? Nei metalli vagano liberi moltissimi elettroni, e ciò li rende ottimi conduttori elettrici. Gli elettroni liberi, però, si oppongono alla propagazione della luce, ed è per questo che l’onda luminosa in arrivo viene riflessa quasi senza perdere energia. I metalli bianchi come l’argento, quindi, sono specchi quasi perfetti (purché siano levigati, altrimenti la luce rimbalza in tutte le direzioni, dando un aspetto opaco alla superficie). Nei metalli colorati alcune frequenze luminose vengono invece assorbite, ma l’intensità della luce rie-messa è comunque maggiore che nelle altre sostanze opache.

Perché sott’acqua i colori sono alterati?
L’acqua riflette un po’ della luce che la colpisce (è questo che ci permette di scorgere la superficie del mare) e assume quindi un colore simile a quello del cielo. Le sue molecole, però, hanno la capacità di assorbire la radiazione infrarossa, ovvero il calore, e questa capacità si estende un po’ anche al colore rosso. Bisogna però scendere almeno fino a trenta metri perché si perda ogni tono di rosso, e tutto assuma un aspetto verdastro.

Perché le bolle di sapone sono iridescenti?
Dipende da un fenomeno chiamato interferenza, che si verifica quando due onde si sommano: nelle bolle di sapone (come anche in uno strato di olio sull’acqua) una parte della luce incidente viene riflessa dalla superficie esterna della bolla, mentre una parte viene riflessa dalla superficie interna dopo una piccola deviazione. La somma delle due componenti dà origine a onde di lunghezza (e quindi di colore) variabile a seconda dell’angolo di osservazione. Quando la pellicola diventa troppo sottile il fenomeno scompare.

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Il colore nasce nel cervello. [Tutto sui colori. Parte 3/5]

Il verde dello smeraldo e il rosso lucente del rubino? Sono semplicemente frutto di impercettibili impurità. Le due gemme, infatti, hanno composizione chimica differente, ma se fossero pure sarebbero entrambe trasparenti. E’ dunque solo l’intrusione di qualche atomo di cromo (circa uno ogni centomila) che genera in essi il colore: gli atomi estranei, infatti, assorbono tutti i colori della luce meno uno, quello che noi vediamo. Le impurità, però, agiscono in modo diverso a seconda del campo elettrico interno della gemma. Ecco perché in un caso si genera il verde e nell’altro caso il rosso.

La luce prosciugata
Nello stesso modo, cioè con processi che coinvolgono una parte minima degli atomi, nasce la maggior parte dei colori che ci circondano. Gli oggetti opachi, per esempio, hanno una sottilissima pellicola superficiale che si comporta esattamente come un filtro: trattiene la maggior parte della luce e riemette soltanto una “porzione” del raggio. Questa porzione impoverita viene captata dai nostri occhi, trasmessa al cervello e infine interpretata come colore. La luce, infatti, è costituita da una miscela di radiazioni di varia frequenza, come si può notare scomponendo un raggio luminoso attraverso un prisma (il primo a farlo fu Isaac Newton). Alcune di queste frequenze corrispondono ai colori; altre, come i raggi ultravioletti o gli infrarossi, sono invece invisibili ai nostri occhi. Più in generale, quando la luce colpisce un oggetto possono verificarsi quattro situazioni: 1) Tutta la luce viene assorbita: la sostanza appare nera. 2) Tutta la luce viene riflessa: la sostanza si comporta come uno specchio. 3) Tutta la luce viene trasmessa: la sostanza è trasparente. 4) Una parte della luce viene riflessa, una parte viene assorbita (contribuendo a scaldare il corpo), e una parte viene riemessa con la stessa lunghezza d’onda: è il colore dell’oggetto.

Bastoncelli e coni
La sensazione di colore, d’altra parte, dipende anche dagli organi umani legati alla visione, ovvero la retina e la corteccia cerebrale. Nella retina ci sono due varietà di cellule: i bastoncelli e i coni. I primi sono sensibilissimi alla luce, ma non ai colori, e quindi sono particolarmente utili nella visione notturna. I secondi si suddividono in tre famiglie che contengono tre diverse proteine sensibili rispettivamente al rosso, al verde e al blu. Quando queste proteine vengono colpite da luce della giusta lunghezza d’onda, “si eccitano” e trasmettono un segnale elettrico al cervello. Ben il 30 per cento della corteccia cerebrale lavora per decodificare questi segnali visivi (contro il 3 per cento destinato ai segnali uditivi), anche se non è ancora chiaro come si svolga il processo, e alcuni fenomeni risultano inspiegabili.
C’è un esperimento facilissimo da fare a casa. Basta illuminare uno schermo con due fari, uno rosso e uno bianco, e mettere una mano davanti alla luce rossa: l’ombra dovrebbe essere bianca su sfondo rosa, perché tutta la luce bianca continua ad arrivare sullo schermo. Invece si vede un’ombra azzurra, perché l’occhio si fa influenzare dal colore adiacente. E’ dunque anche una questione di abitudine, di esperienza: il cervello “sa” che le ombre sono scure, e non accetta di vederle bianche. L’esperienza ha anche il merito di farci vedere i colori sempre uguali, sia alla luce di una candela (1500 gradi: luce con alto contenuto di rosso), sia sotto una lampadina (2200 gradi: luce più giallastra), sia all’aperto (il sole, circa 6000 gradi alla superficie, emette luce con abbondanza di giallo-verde). In ciascun caso gli oggetti illuminati cambiano colore, ma l’occhio compensa la variazione facendo una specie di istantaneo confronto di tutto quello che vede, e ricostruendo così i colori abituali. Questo non avviene con la luce al neon: se si compra una cravatta, si esce dal negozio per controllare qual è il colore autentico, la spiegazione è che la luce al neon contiene sì alcune frequenze che sommate danno il bianco, ma non contiene l’intero spettro dei colori: l’occhio, così, si trova spiazzato e non riesce più a fare le necessarie correzioni.

Scimmie daltoniche
I nostri tre tipi di coni sono il minimo necessario per una visione completa dei colori: ogni sfumatura può essere infatti generata sommando dosi opportune di tre colori “primari” (cioè tali che la loro somma in parti uguali dia il bianco). L’occhio umano è quindi attrezzato per distinguere tutte le tinte della natura, ma non è sempre stato così. Qualche anno fa, infatti, si è scoperto che i nostri più scimmieschi antenati avevano una visione dei colori piuttosto limitata: le due proteine sensibili al rosso e al verde, infatti, sono prodotte grazie a due geni praticamente identici (al 98 per cento), che secondo i genetisti devono essersi differenziati in tempi relativamente recenti… circa 40 milioni di anni fa. Prima di allora, probabilmente, le protoscimmie non distinguevano con chiarezza il colore del sangue da quello del fogliame.

Energie proibite
Per quanto riguarda i meccanismi di formazione del colore, resta da spiegare in che cosa consista l’assorbimento (nonché la riemissione) delle onde luminose da parte della materia. Tutto dipende da alcuni divieti in vigore nel mondo microscopico: ogni atomo ha una serie di livelli energetici permessi, e può quindi aumentare la sua energia soltanto a “balzi”, come se salisse una scala. Fermarsi a metà di un gradino è proibito dalla natura, proprio come è proibito all’acqua di scorrere verso l’alto. Di conseguenza, dal momento che ogni colore corrisponde a un’energia ben precisa, ogni sostanza può assorbire solo alcuni colori (a parte gli oggetti neri, che assorbono tutto), mentre i rimanenti colori vengono espulsi dopo una serie di “rimbalzi” e sono percepiti dai nostri occhi come miscela di colori ormai ben diversa dal bianco di partenza. L’energia catturata dagli atomi del materiale, invece, si trasforma in calore.

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Sei agitato? Mettiti in blu. [Tutto sui colori. Parte 2/5]

Il rosso eccita, il blu calma, il giallo rende allegri, il verde fa sentire più sereni. Molti studi psicologici, negli ultimi anni, hanno avuto come oggetto l’effetto dei vari colori sulla nostra psiche. «Osservare un colore provoca in noi anzitutto risposte di tipo fisiologico », spiega lo psicoanalista Claudio Widmann, collaboratore di Max Lüscher, lo psicologo svizzero più attivo in questo tipo di studi. «Se un soggetto viene sottoposto a una luce rossa, la sua pressione sanguigna, il ritmo cardiaco e il ritmo respiratorio subiscono un’ accelerazione. Diminuiscono, al contrario, se il soggetto viene sottoposto a una luce blu. A queste reazioni si associa poi un effetto psichico: per il rosso l’eccitazione, per il blu l’azione sedativa». Il primo a trovare una prova scientifica dell’influenza del colore sul nostro organismo fu Albert Szent Giörgyi, premio Nobel per la medicina nel 1937: in primo luogo scoprì che ormoni ed enzimi “possiedono” colori propri. Poi scoprì anche che questi ormoni venivano stimolati a svolgere le loro funzioni se sollecitati con luce colorata. «Questo perché il colore non è altro che l’emissione di luce e quindi di un’onda elettromagnetica. Dentro alle nostre cellule noi abbiamo dei recettori in grado di captare queste onde», dice l’immunologo e allergologo Attilio Speciani. «Oggi sappiamo, per esempio, che la melatonina, un ormone secreto dalla ghiandola epifisaria e regolatore delle funzioni immunitarie, agisce soltanto dietro stimolazione luminosa». I colori dunque possono agire sia come regolatori biologici sia come stimolatori psicologici.
L’ industria e la pubblicità sfruttano già da tempo questi principi. I fast food, per esempio, sono sempre di colore rosso e giallo, perché devono attirare l’attenzione e creare uno stimolo alla fame. Per lo stesso motivo gli aperitivi sono sempre di colore rosso: quando negli anni Settanta si tentò di introdurre bevande di colore blu, fu un fiasco clamoroso, perché il blu non ha alcun effetto stimolante.
Queste valenze psicologiche attribuite ai colori sono radicate anche nel linguaggio: in tedesco, per esempio, prendere una sbronza si dice “andare in blu”, per sottolinearne l’effetto depressivo. Per quanto riguarda il giallo, invece, è il colore del sole e della luce e quindi, secondo gli psicologi, evoca liberazione e sollievo dalle tenebre. Forse non è un caso se è anche il colore favorito, nei test, da gran parte delle donne in avanzato stato di gravidanza. Tempo fa, la compagnia aerea Swissair chiese allo stesso Max Lüscher di scegliere un colore che rendesse meno claustrofobici gli interni degli aerei e lui consigliò proprio il giallo. Pare che, di conseguenza, i passeggeri di Swissair siano aumentati del 20 per cento. Un altro esperimento singolare è stato tentato in alcune carceri degli Stati Uniti, dove è stato prescelto, per la divisa dei reclusi, il rosa: sembra che contribuisca a smorzare la tendenza alla litigiosità.
L’effetto psicologico dei vari colori è conosciuto da tempo anche nel settore architettonico. Il blu viene consigliato, negli interni, per arredare la camera da letto, il giallo e il rosso per la cucina e la stanza dei bambini, il verde per pavimenti e moquette (infonde serenità e senso di pulizia). Tuttavia nella scelta degli arredi alla fine prevalgono la moda e la tendenza culturale dei singoli Paesi. Negli anni Ottanta, con il boom dello stile postmoderno, in Italia si usavano soltanto colori pastello. Oggi stiamo assistendo all’impiego di toni più forti. Stanno arrivando anche i primi televisori e frigoriferi colorati. E’ una novità: l’Italia, infatti, a differenza di Stati Uniti e Francia, è un Paese molto refrattario ai colori accesi. Il timore, da noi, pare sia quello di mandare messaggi sbagliati e cioè di trasmettere, anziché vivacità, chiassosità. L’unico momento della nostra storia in cui il colore è entrato con prepotenza nelle case sono stati gli anni Sessanta: si facevano mobili, divani, tendaggi in arancione. Non a caso, sostengono gli psicologi: erano gli anni del boom economico e l’arancio rappresenta la voracità.
Come nell’arredo delle case, anche negli uffici le relazioni tra colore e psiche vengono tenute in scarsa considerazione. Negli standard tecnici per gli ambienti di lavoro non si parla mai di colori: l’unica indicazione è che pareti e oggetti debbano essere chiari e opachi, mai bianchi e lucidi, perché rifletterebbero la luce rendendo difficoltosa la lettura e provocando lacrimazione e annebbiamento della vista.

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Di che colore sei? [Tutto sui colori. Parte 1/5]

Siamo negli anni del blu. Negli ultimi cinquanta anni sondaggi e ricerche di mercato confermano continuamente il dato: il blu è il colore preferito da oltre il 50 per cento di europei, canadesi, americani e australiani. Seguono il verde (21 per cento), il bianco (10) e il rosso (9). Ultimo, in tutti i Paesi, il marrone. Che cosa c’è dietro a questa scelta? Secondo gli storici è tipico di ogni epoca avere un colore dominante: il bianco e il rosso lo sono stati per i romani, il giallo e l’oro per il Medioevo, il verde e il porpora per il Rinascimento, il nero per il Seicento calvinista e luterano, il bianco abbagliante per il Neoclassicismo ottocentesco. Il blu, infine, per l’età contemporanea. Il caso non c’entra: ogni colore ha precisi significati, che l’uomo gli ha attribuito fin dalla preistoria e che, in linea di massima, tali sono rimasti nel corso del tempo. Secondo questa spiegazione, il prevalere di un certo colore nella società, dunque, significherebbe anche il predominio dei valori che esso porta con sé.

Nella preistoria i colori erano considerati una forza sottile, un anello di congiunzione tra cielo e terra, gli antichi ritenevano addirittura che la connessione tra gli uomini e gli dei si palesasse concretamente nell’arcobaleno, incarnato nel mito greco della dea Iris ed esaltato anche nella Genesi biblica come suggello del patto di alleanza tra Dio e gli uomini, alla fine del diluvio universale. Secondo questa concezione, i colori dell’arcobaleno si sostanziavano nella natura e, con maggior vigore, nelle pietre preziose, che proprio per questo assumevano poteri magici. Pensiamo per esempio alle sepolture preistoriche nelle quali il defunto veniva cosparso con ocra rossa: il rosso si sostituiva al sangue per richiamare le forze vitali che avevano abbandonato il morto, e per proteggerlo nel suo cammino nell’aldilà. Per lo stesso motivo, cioè per rendersi amici gli dei attraverso pratiche magiche, i babilonesi costruivano i loro templi, le ziqqurat, dipingendo ogni piano (erano sei o sette) in un colore diverso. Anche gli egizi attribuivano potere al colore, tanto che per i loro geroglifici utilizzavano l’inchiostro nero con valore positivo, quello rosso con valore negativo. Da allora i colori, proprio perché legati all’intima essenza dell’uomo (gli stessi egizi usavano la medesima parola per dire “colore” e per dire “essere”), hanno assunto un significato simbolico universale, valido in ogni cultura e in ogni epoca. Così oggi il nero significa ovunque morte (oppure il suo contrario, cioè la rigenerazione); il bianco è la luce divina e la purezza; il giallo, prezioso perché assimilato all’oro, è la sacralità; il rosso come valenza positiva è sessualità e vitalità, come valenza negativa il furore; il verde, assimilato al manto vegetale, la fertilità. In tutti i popoli i colori simboleggiano questi valori. Quello che cambia, semmai, è l’atteggiamento che ogni cultura assume nei confronti dello stesso colore: per noi occidentali il nero è il colore funerario, per gli orientali il colore funerario è il bianco. Questo perché noi della morte cogliamo il lato distruttivo, gli orientali invece quello di rinnovamento, di rinascita partendo dal nulla. Un altro esempio: le spose, in Cina, si vestono di rosso. Da noi, in bianco. In Oriente infatti, nel giorno delle nozze, si vuole dare risalto al ruolo sessuale della sposa, da noi invece si vuole sottolinearne la purezza.

E il blu? Il blu, almeno in Occidente, si è imposto molto tardi: soltanto nel Medioevo, quando divenne simbolo della purezza (Giotto fu il primo a dipingere i cieli di azzurro e non più d’oro) e della Madonna. Prima, il blu si confondeva con il nero (Omero utilizzava indifferentemente i due colori) oppure simboleggiava l’eternità, perché si identificava con il cielo, che per tutti è la sede divina. Oggi il blu, in Occidente, evoca soprattutto il colore delle divise, delle uniformi e quindi porta con sé un contenuto di autorità.

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I muscoli delle emozioni

Ecco i principali muscoli della faccia, detti “pellicciai” (se si dovessero elencare tutti sarebbero 154), e alcune delle espressioni che consentono di manifestare.

1) Piramidale (arriccia l’attaccatura del naso): perplessità.
2) Frontale (corruga la fronte): impressionabilità, emozione.
3) Frontale laterale (eleva sopracciglia): sorpresa, curiosità.
4) Sopracciliare (corruga la fronte tra le sopracciglia): concentrazione.
5) Sopracciliare verticale (arriccia l’attaccatura del naso): perseveranza.
6) Elevatore della palpebra: rilassato indica distensione.
7) Orbitale (abbassa il sopracciglio): forte attenzione.
8) Presettale (gonfia la palpebra): stanchezza.
9) Orbicolare (curva il sopracciglio): brio, contentezza.
10) Orbicolare palpebrale (avvicina le palpebre): sguardo penetrante.
11) Traverso del naso (lo arriccia): nervosismo
12) Elevatore superficiale del naso: come il numero 11.
13) Dilatatore narici: desiderio sensuale.
14) Mirtiforme (restringe le narici): opposizione.
15) Elevatore profondo (scopre i denti canini): desiderio di imporsi.
16) Piccolo zigomatico (solleva gli angoli della bocca): sofferenza.
17) Grande zigomatico (fa sorridere): piacere.
18) Buccinatorio (sorriso arcuando il labbro inferiore): piacere sensuale.
19) Risorio (arretra l’angolo della bocca): soddisfazione.
20) Orbicolare esterno (curva la bocca): avidità.
21) Orbicolare interno (stringe le labbra): chiusura.
22) Canino (rigonfia il labbro inferiore): autocompiacimento.
23) Triangolare (abbassa le labbra): inclinazione a temere il peggio.
24) Quadrato del labbro (abbassa il labbro inferiore): indecisione.
25) Quadrato del mento (abbassa il mento): forza di volontà.
26) Pellicciaio (pieghe nel collo): intenzione di agire.
27) Auricolare (muove il padiglione): cambiamenti emotivi.

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Dai, prova a mentirmi.

Quando incontriamo una persona, ancora prima di stringerle la mano, elaboriamo inconsciamente un giudizio su di lei semplicemente guardandola in viso.
È un giudizio sommario, intuitivo, che viene poi corretto dalla conoscenza. Ma che spesso influisce notevolmente sull’impressione generale che ci facciamo di lei. E altrettanto spesso azzecca gli elementi essenziali della personalità. Come facciamo? Certo, conta l’esperienza. E, probabilmente, se la faccia di chi incontriamo assomiglia a quella di una zia antipatica tendiamo ad attribuirle gli stessi difetti.

Labbra sottili? Criminale.
Da una decina di anni invece, secondo nuove ipotesi di ricerca, come quelle dei morfopsicologi, sembra confermato che sulla faccia si possano leggere i segni inconfondibili della personalità di ciascuno, ed è questo che inconsciamente abbiamo imparato a fare. Che fra i tratti del viso e il carattere di una persona esistano corrispondenze è stato sostenuto a più riprese in passato. Pioniere, in tal senso fu lo svizzero Gaspard Lavater, che nel 1778 tracciò le basi della fisiognomica. Dopo di lui molti altri hanno cercato di trarre leggi psicologiche dall’osservazione del viso. L’antropologo italiano Cesare Lombroso, per esempio, sosteneva nella seconda metà dell’800 che il “criminale tipo” aveva labbra sottili e fronte bassa. Ma la scarsa scientificità delle sue ricerche ha fatto cadere il discredito su questo tipo di studi.

Bugie rivelate.
Oggi c’è chi cerca di riprendere l’indagine su nuove basi. Talvolta per ragioni futili , in altri casi con intenti più scientifici. Grazie all’enorme quantità di muscoli e alla raffinatezza dei loro movimenti, la faccia è certamente la parte del corpo che meglio esprime il sé, tanto che viene identificata con l’io dell’individuo. Il volto è ciò che mostriamo agli altri o, meglio, ciò che vogliamo far credere di noi. Ma spesso chi ci guarda è in grado di leggere sulla nostra faccia anche le bugie. Per fingere simpatia verso una persona noiosa, ci esibiamo in un ampio sorriso e in un’espressione di attenzione contratta. Ma i muscoli del viso e del collo sono tesi. E la scarsa flessibilità dell’espressione rivela che si tratta di una maschera.

Occhi da depresso.
Se tensioni di questo tipo diventano croniche, se cioè una persona esibisce molto spesso la stessa maschera facciale, i muscoli del volto finiranno per portarne una traccia. Per questo possiamo leggere su un volto le tensioni e le emozioni che hanno strutturato una persona. Si tratta naturalmente di attitudini psicologiche, non certo elementi per previsioni sicure. Tuttavia è vero che il nostro aspetto si modifica anche a causa dei traumi, o delle esperienze positive, che abbiamo vissuto. Il depresso, per esempio, può acquisire col tempo un’espressione accigliata. Un gruppo di ricercatori (o “morfopsicologi”, come si definiscono), che si ispira agli studi compiuti negli anni ’30 dallo psichiatra francese Louis Corman, ha messo a punto una tecnica per interpretare le facce e ne ha individuati otto tipi principali . «Bisogna tenere conto che tutto il nostro corpo si modifica in continuazione, seguendo principalmente due regole: la dilatazione, cioè l’apertura verso l’ambiente esterno, che allarga il viso, e la retrazione, che lo affila», dice Lieta Vitali della Società italiana di morfopsicologia.

Occhi, naso, bocca.
«Questo meccanismo di apertura e chiusura agisce su muscoli e cartilagini lasciando sul volto dei segni», spiega Lieta Vitali. Ma come si legge un volto, secondo la morfopsicologia? «Innanzitutto si fa una valutazione d’insieme, istintiva», risponde Vitali. «Poi si osserva la struttura ossea, se è robusta o gracile, il tono e il volume dei tessuti, la forma delle cartilagini, si analizzano i recettori, cioè occhi, naso e bocca, che sono le nostre finestre sul mondo. Infine si passa all’analisi dei piani del volto». Provare per credere.

Un viso su tre piani

Sempre secondo la morfopsicologia si può dividere il viso in tre aree che sono in relazione con le tre funzioni essenziali dell’uomo: l’azione, il sentimento e il pensiero.
Il piano cerebrale: questa zona può essere divisa, secondo i morfopsicologi, in tre parti. La fascia sopra le sopracciglia, in cui si vedono due prominenze: più sono marcate e maggiore è la capacità di osservazione e di decisione. Un avvallamento a metà della fronte indica la capacità di riflessione. Sopra c’è la zona dell’immaginazione, della formulazione dei concetti e della sintesi.
Il piano affettivo: riguarda la vita affettiva e sociale ed è spesso sede dei principali conflitti che avvengono nell’individuo. Chi si trincera dietro barriere psicologiche, per esempio, avrebbe gli zigomi appiattiti. Naso pronunciato e narici piccole indicano estroversione ma anche capacità di selezione nei rapporti umani.
Il piano istintivo-attivo: è la zona compresa tra la base del collo e la bocca. Semplificando, si potrebbe chiamare questa fascia l’area dell’istinto di sopravvivenza. Qui si manifestano anche la concretezza, la forza di volontà, la capacità di realizzazione. Più la struttura di questo piano è evidente, più è grande il potenziale di energia dell’individuo.

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Si può guarire con una cosa qualsiasi?

Fino a pochi anni fa, una delle prescrizioni più frequenti dei medici inglesi era “Adt”. Serviva per tutto: artrosi, asma, emicrania… A patto che il malato non si accorgesse che non era un farmaco. L’Adt infatti era l’esatto opposto di un farmaco: una sostanza senza alcun effetto farmacologico, come acqua zuccherata, olio d’oliva, lattosio. La sigla Adt stava per “Any damned thing” ovvero “un accidenti qualsiasi”. Il farmacista lo sapeva e dava, a seconda di quel che aveva nel retrobottega, una pillola gialla, o uno sciroppo verde. Ma la cosa più strana era che il paziente guariva. Secondo le più recenti stime, la percentuale di efficacia dell’Adt variava dal 30% al 70%, a seconda delle malattie.

Miracoli?
Oggi i medici inglesi non usano più questa sigla, perché è ormai troppo nota, mentre una condizione indispensabile per l’efficacia dell’Adt è che il paziente creda davvero di prendere una medicina. Ma in tutto il mondo si continua, in modi diversi, a usare e prescrivere (e non solo a malati immaginari) queste sostanze inerti che vengono chiamate “placebo”. E che spesso curano meglio dei farmaci. Come mai? Incuriositi e stupiti dagli effetti “miracolosi” di questi farmaci che non sono farmaci, gli scienziati hanno studiato con molta attenzione il fenomeno. E sono oggi riusciti a scoprire i meccanismi, non solo psicologici, sui quali si basa. Hanno individuato un’enorme quantità di effetti terapeutici che possono essere favoriti da loro, scoperto la possibilità che, come i farmaci veri, diano effetti collaterali e persino accertato che fede religiosa, allegria, fantasia stimolano la guarigione utilizzando gli stessi meccanismi biochimici del placebo.

Non solo suggestione.
La spiegazione più ovvia è che il placebo (la parola deriva dal latino placere e significa “io piacerò”) funzioni grazie a un effetto psicologico. Chi è convinto di prendere un farmaco efficace, si lascerebbe cioè talmente suggestionare, da provare davvero effetti benefici, al di là della reale efficacia del farmaco. Il grado di suggestione (e conseguentemente di efficacia) dipenderebbe in gran parte anche dal modo in cui viene somministrato: per esempio dall’autorevolezza del medico o dalla sua capacità di comunicare al paziente fiducia nel farmaco. Ma il placebo, si è oggi scoperto, non agisce solo sulla psiche, influenza anche la biochimica del corpo.

Il legame mente-corpo.
Per gli antichi era ovvio che mente e corpo si influenzassero a vicenda: «Le passioni dell’anima sembrano essere collegate al corpo, mentre il corpo subisce modificazioni per la loro presenza», diceva Aristotele. Ma la moderna medicina occidentale, influenzata dal pensiero del filosofo francese Cartesio (che teorizzava la netta separazione tra mente e corpo) non ha mai preso in considerazione questo rapporto. Almeno fino a quando, pochi anni fa, Candace Pert, biochimico del National Institute of Mental Health di Bethesda, individuò nel cervello i meccanismi che legano psiche e corpo. In pratica una specie di serrature chimiche, chiamate recettori, nelle quali si adattano perfettamente, come chiavi, l’oppio e i suoi derivati, ma anche le endorfine, analgesici naturali prodotti dal corpo umano su “ordine” della psiche. Quando la chiave chimica giusta fa scattare la serratura, si provano sensazioni benefiche. Oggi una nuova scienza, la psiconeuroimmunologia, è impegnata a decifrare questo dialogo chimico che unisce la mente al corpo, dialogo che viene alterato dalle malattie ed è cruciale nella guarigione. «Cervello, sistema nervoso e sistema immunitario sono come tre amici che vanno a braccetto scambiandosi costantemente le informazioni più intime sul nostro conto», dice Pert. In pratica è come se, quando la psiche sa che sta arrivando un farmaco che ritiene efficace, avvertisse il corpo di prepararsi ai suoi effetti. E anzi lo costringesse ad anticiparli e a produrli, anche se il farmaco è inefficace a livello biochimico.

Serrature occupate.
A produrre gli effetti attesi, in questi casi, sono le endorfine: che stimolano il sistema immunitario contro aggressioni esterne, ne frenano gli eccessi nelle allergie, o fanno secernere gli ormoni sessuali o antiinfiammatori, le sostanze analgesiche o le molecole legate al benessere e al buon umore. La tecnologia disponibile non ci permette ancora di misurare con precisione le variazioni di produzione di queste sostanze nel tessuto cerebrale prima e dopo la somministrazione di un placebo, ma si stanno accumulando le prove indirette. I ricercatori hanno per esempio dimostrato che l’effetto analgesico di un placebo viene impedito somministrando naloxone, una molecola chimica che occupa (senza però farle “scattare” e quindi senza attivare i meccanismi di controllo del dolore) le stesse serrature del cervello che sono addette a ricevere le endorfine. In pratica quel che succede quando si somministra naloxone a una persona, è che questa sostanza occupa tutte le serrature disponibili. Le endorfine eventualmente prodotte dall’effetto placebo non possono così più farle scattare per trasmettere i loro “ordini” al corpo.

Attenti ai “nocebo”.
La suggestione vale anche per gli effetti collaterali. I pazienti trattati con placebo solitamente accusano anche i sintomi negativi attesi per i farmaci che i placebo sostituiscono: nausea, nervosismo, insonnia, costipazione. Perfino calvizie: è successo a un gruppo di pazienti oncologici colpiti da alopecia (caduta dei capelli) per un innocente placebo che credevano un chemioterapico. Si arriva addirittura all’effetto contrario, l’“effetto nocebo” (dal futuro del verbo latino nocere: “io nuocerò”). Come le aspettative positive hanno effetti benefici su psiche e corpo, così le aspettative negative hanno effetti dannosi. Ed è quasi sicuramente all’effetto nocebo che si devono i risultati scadenti di terapie in teoria efficaci, ma delle quali il paziente non è convinto, magari solo perché sono state prescritte da un medico nel quale non ha fiducia.

La prima cura è il medico.
Un ruolo importante lo hanno infatti anche le convinzioni del medico. La situazione ideale si verifica quando il medico crede nell’efficacia della terapia e comunica al paziente questa fiducia arricchita da attenzione, empatia e incoraggiamento. Una delle più evidenti prove dell’importanza del rapporto medico-paziente è uno studio del Massachusetts General Hospital di Boston: l’esito di un intervento di cardiochirurgia è molto meno favorevole nei pazienti che l’anestesista visita solo velocemente rispetto a quello dei pazienti cui dedica un approfondito colloquio. Mediamente, per questi ultimi si è riscontrata una degenza post-operatoria più breve di 2,6 giorni. Anche la religione, l’aiuto psicologico e il buonumore sono efficaci.
Le “magie” di Paracelso.
In fondo, però, tutto quanto si è scoperto sull’effetto placebo c’era già nella saggezza degli antichi. Ippocrate, Galeno, Paracelso non avevano antibiotici, e neppure analgesici. Avevano idee confuse su cuore e cervello, e non conoscevano il sistema immunitario e i virus. Eppure con tisane, estratti e intrugli, astri e un pizzico di magia, ma soprattutto tante parole, sono passati alla storia e la loro fama è immortale. Oggi la medicina dispone di un enorme armamentario tecnologico, ma ha perso la forza della parola, della suggestione, del rapporto con il paziente.

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Geni si nasce o si diventa?

Trentasei quiz in quaranta minuti. Per mettersi in tasca la prestigiosa tessera del Mensa, il club che raccoglie i cervelloni di tutto il mondo, bisogna superare la prova con un punteggio minimo di 148. Tenete presente che l’intelligenza media nel mondo è fissata a quota 100: chi prende 148 entra in un gruppo molto ristretto, che comprende appena il 2 per cento della popolazione umana, se poi prende 170, entra nell’1 per cento, e così via. C’è perfino chi, e sono pochissimi, arriva a superare quota 200. In Italia i membri del Mensa (che ha sede centrale a Montecatini) sono appena trecento, ma in tutto il mondo sono più di 100 mila.

Beethoven? Respinto
«Ma non bisogna prendersela, in fondo il test misura solo un aspetto parziale dell’intelligenza e cioè le attitudini logico- spaziali. Quelle, per intenderci, in cui primeggiava Einstein. Se avesse provato Beethoven, per esempio, di certo sarebbe stato bocciato, eppure ha scritto la Nona sinfonia. Non è stato dunque un genio?. Il fatto è che l’intelligenza è un sistema complesso, in cui rientrano memoria, immaginazione, creatività, capacità di sintetizzare, e molto altro. Per ora non c’è un mezzo per misurare tutto questo. Né quindi per individuare un genio.

L’identikit
Alle stesse conclusioni è arrivato Howard Gardner, psicologo dell’università di Harvard: «L’intelligenza è composta da una serie di abilità intellettuali distinte. Ciascuna serve a risolvere problemi e nello stesso tempo a crearne di nuovi, per preparare il terreno a nuova conoscenza». Le intelligenze secondo Gardner sono sette: linguistica, musicale, logico-matematica, spaziale (necessaria agli architetti), corporeo-cinestetica (quella dei danzatori), personale e interpersonale. Ciascuno di noi le possiede tutte ma in misura di versa e l’intelligenza globale è il risultato della loro cooperazione. «Il genio invece è colui che sviluppa in maniera straordinaria una di queste intelligenze, anche a discapito delle altre», dice Gardner. Per provare la sua tesi ha condotto una ricerca su sette geni riconosciuti, tra loro contemporanei: Eliot, Stravinskij, Einstein, Picasso, Martha Graham, Freud e Gandhi. Ognuno rappresenta l’eccellenza di una delle sette intelligenze individuate.

La regola dei dieci anni
In primo luogo Gardner ripercorre la vita dei sette, trovando parecchie analogie. Poi mette a confronto le sue intuizioni con i risultati di numerose altre ricerche psicologiche sul genio. E tira le somme: il genio non è tale fin dalla nascita. Occorrono almeno dieci anni di pratica perché emerga in tutta la sua importanza: Picasso, per esempio, soltanto con “Les demoiselles d’Avignon” (1907) infrange tutte le regole pittoriche precedenti e si impone come genio creativo. Picasso, come Mozart, era stato un bambino prodigio, ma in effetti dipingeva come Raffaello, cioè nel solco della più classica tradizione. Anche Mozart compose le prime opere notevoli solo dopo dieci anni di lavoro. In tutt’altro settore, Martha Graham: iniziò a ballare addirittura dopo i venti anni e la prima esibizione la fece a 30. E dopo dieci anni di lavoro Einstein elaborò la teoria della relatività, Eliot scrisse La terra desolata, Gandhi enunciò il satyagraha (pratica della non violenza). Con la “regola dei dieci anni” Gardner intende ovviamente controbattere la tesi di chi, come il Nobel John Eccles, sostiene che l’intelligenza abbia per il 60 per cento base genetica. Secondo gli innatisti, appunto, geni si nasce e non c’è alcun modo per contrastare il proprio destino biologico. James Watson, lo scienziato che ha scoperto il Dna, si spinge ancora più in là. Riferisce che da studi sui topi è emerso che le cellule genetiche del maschio nella formazione del cervello contribuiscono a formare l’ippocampo, mentre quelle della femmina “partecipano” anche alla corteccia. «L’intelligenza, conclude Watson, non solo è ereditaria, ma proviene dalla donna». E conclude con una spiegazione di tipo evoluzionistico: il maschio impiega più energia nel trasmettere i caratteri della forza, per procurare il cibo. Allora i geni dovrebbero ringraziare la loro mamma? Certamente l’intelligenza ha basi biologiche, perché è l’espressione dell’attività nervosa, ma non esiste al momento nessuna prova concreta che l’intelligenza sia ereditaria. Oltretutto, l’ereditarietà presuppone lo studio di ogni singolo gene: troppi per poterli individuare. E comunque non è ancora stato fatto. La verità, come sempre, sta nel mezzo. L’ intelligenza è basata sulle funzioni delle cellule nervose, i neuroni, e sui collegamenti tra l’uno e l’altro, detti sinapsi. Non c’è dubbio che più sono le sinapsi, più si è favoriti, ma il numero delle sinapsi dipende in parte da fattori specifici, come gli ormoni, e in parte dalle esperienze che facciamo. È come per il computer: c’è la macchina, ma se non si inserisce nulla in memoria, non parte». Il cervello, cioè, è come un muscolo: più si utilizza, più funziona.

Speranze per tutti
Naturalmente più l’esercizio avviene in tenera età e più è efficace. Il cervello di un bambino infatti possiede lo stesso numero di neuroni di quello di un adulto. Sono le sinapsi che gli mancano: nei primi mesi di vita queste aumentano bruscamente, raggiungono il massimo tra uno e due anni (quando sono il 50 per cento in più della densità media dell’adulto), declinano tra due e sedici anni e poi rimangono costanti fino ai 70 anni. E i conti tornano: lo psicologo americano Colin Berry, che ha studiato le famiglie degli scienziati premiati con il Nobel, ha scoperto che la maggioranza di essi sono figli di professionisti e sono cresciuti in una grande città, cioè hanno avuto stimoli culturali molto intensi durante la prima infanzia. Tra i premi Nobel, tra l’altro, sono più numerosi gli ebrei che i protestanti e i cattolici. Questo, secondo Berry, perché la religione ebraica prescrive ai genitori di istruire i figli fin dalla più tenera età. Un analogo studio, fatto da Gardner, conferma sostanzialmente i risultati di Berry. In più, aggiunge che il genio solitamente vive anche una condizione di marginalità: Einstein e Freud erano ebrei in Paesi di lingua tedesca, la Graham una donna, Gandhi, Eliot e Picasso vivevano in Paesi di lingua diversa dalla loro.

Come amico, un disastro
Ma gli studi psicologici hanno stabilito anche che per essere un genio non basta una super-intelligenza. Sono altrettanto importanti il carattere, la determinazione, l’ambizione. Per questo l’Institute of Personality Assessment dell’università della California ha studiato i ritratti psicologici di un centinaio di uomini creativi di ogni epoca. Ed ecco il risultato: il genio ha fiducia in sé, prontezza nel cogliere le situazioni, dedizione ossessiva al lavoro, vita sociale e hobby praticamente inesistenti, originalità. Caratteristiche dai risvolti spesso negativi: la fiducia in sé per esempio si trasforma in narcisismo, una scarsa vita sociale genera egoismo e indifferenza verso gli altri (Eliot e Einstein), se non vero e proprio sadismo (Picasso). Nello stesso tempo però il genio ha bisogno degli altri, perché l’accettazione da parte della società è l’unico criterio affidabile che ha per misurare la sua creatività. Non esiste quindi genio senza la vanità del successo e dell’esibizione di sé, cioè un misto di egocentrismo e desiderio di conquistare il mondo. E forse a questo si riferiva Baudelaire: «Il genio è la capacità di ristabilire i contatti con la propria infanzia».

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Ansiolitici: lo sapevate che…?


In questo post prendo in esame i farmaci ansiolitici, soffermandomi sul Delorazepam, di cui esiste sia il generico che il commerciale (il famoso “En”). E’ uno degli ansiolitici più venduti al mondo, è un farmaco derivato dalla benzodazepine.

Ci sono alcune informazioni che riguardano questi farmaci che non sempre il paziente riceve al momento della prescrizione, o, se le riceve, è il paziente stesso a sottovalutarle.

Lo sapevate che viene spesso prescritto inutilmente?
Partiamo dalle indicazioni terapeutiche e p
rendiamo i dati dal bugiardino: “Stati di ansia. Squilibri emotivi collegati a stress situazionali, ambientali e ad affezioni organiche acute e/o croniche. Distonie neurovegetative e somatizzazioni dell’ansia a carico di vari organi ed apparati. Sindromi psiconevrotiche. Nevrosi depressive. Agitazione psicomotoria. Stati psicotici a forte componente ansiosa e con alterazioni dell’umore. Disturbi del sonno di varia origine.”
E infine, da notare bene: “Le benzodiazepine sono indicate soltanto quando il disturbo è grave, disabilitante o sottopone il soggetto a grave disagio.”

A questo punto sorge una domanda: chi deve prescrivere l’ansiolitico? Ovvero chi è meglio in grado di diagnosticare uno dei disturbi elencati fra le indicazioni terapeutiche?
I più indicati sono gli psichiatri, i neurologi e i medici di famiglia. Agli altri specialisti, ad esempio quelli che sospettano “somatizzazioni dell’ansia a carico di vari organi ed apparati”, suggerirei solo di indicare l’ansia come possibile causa della patologia che hanno diagnosticato e di indirizzare il paziente presso uno dei tre specialisti prima elencati. I motivi principali, per cui i colleghi delle altre discipline dovrebbero solo indicare la via e non prescrivere il farmaco sono:  la somministrazione va seguita nel tempo; va valutato il percorso che porta alla sospensione; va fatta una visita finale. Ve lo immaginate ad esempio un cardiologo che vi visita per sapere come va l’ansiolitico? Non vi sembra un po’ fuori luogo?

In qualsiasi caso andrebbe comunque fatta una corretta a approfondita anamnesi (soffermandosi sugli aspetti psicologici del paziente) che miri a capire le cause e a trovare le soluzioni adatte ad ogni singolo caso.

La parte che però ritengo fondamentale è quella finale. Siamo certi che le benzodiazepine siano prescritte solo quando il disturbo è grave, disabilitante o sottopone il soggetto a grave disagio? Se fosse così sarebbe difficile spiegare il motivo per cui sono fra i farmaci più venduti al mondo. Un’ipotesi potrebbe essere questa: i medici non conoscono o non si fidano delle alternative. Quali sono? La psicoterapia e/o i rimedi naturali (tra questi i più utilizzati e conosciuti sono la valeriana, la passiflora, il biancospino e l’iperico). Come molte ricerche scientifiche dimostrano (ad esempio “Efficacia della psicoterapia nel trattamento del disturbo di panico con agorafobia” link), non c’è nessuna differenza fra questi rimedi e il farmaco.

Lo sapevate che viene spesso assunto per mesi o per anni?
Adesso vediamo la posologia e modo di somministrazione, s
empre dal bugiardino: “Il trattamento dell’ansia dovrebbe essere il più breve possibile. Il paziente dovrebbe essere rivalutato regolarmente e la necessità di un trattamento continuato dovrebbe essere valutata attentamente, particolarmente se il paziente è senza sintomi. La durata complessiva del trattamento, generalmente, non dovrebbe superare le 8-12 settimane, compreso un periodo di sospensione graduale. In determinati casi, può essere necessaria l’estensione oltre il periodo massimo di trattamento; in tal caso, ciò non dovrebbe avvenire senza rivalutazione della condizione del paziente.

Una domanda: quante persone conoscete che prendono ansiolitici senza sosta da diversi anni? C’è davvero qualcosa che non quadra! Questa è una di quelle informazioni che dovreste sapere tutti, la prima informazione che il medico dovrebbe dare al paziente, preoccupandosi che il paziente l’abbia ricevuta bene sia in prima battuta che nelle successive visite di controllo.  A giudicare dai risultati non credo che sia così.

Lo sapevate che l’assunzione causa una dipendenza difficile da curare?
Vediamo le speciali avvertenze e precauzioni per l’uso, d
al bugiardino: “L’uso di benzodiazepine può condurre allo sviluppo di dipendenza fisica e psichica da questi farmaci. Il rischio di dipendenza aumenta con la dose e la durata del trattamento; esso è maggiore in pazienti con una storia di abuso di droga o alcool. Una volta che la dipendenza fisica si è sviluppata, il termine brusco del trattamento sarà accompagnato dai sintomi di astinenza.
Lo sapevate? Sapevate anche che aumenta con il passare del tempo? Che dopo anni di uso continuato curare la dipendenza da ansiolitici è difficile quanto curare la dipendenza da alcool o droghe?
Infatti i pazienti che sono diventati dipendenti dalle benzodiazepine, alle dosi terapeutiche, normalmente sono accumunati da diverse delle seguenti caratteristiche (cfr. The Ashton Manual):

  • Hanno assunto benzodiazepine su prescrizioni mediche in dosi “Terapeutiche” (normalmente basse) per mesi od anni.
  • Hanno, gradualmente, sentito il bisogno di assumere benzodiazepine per svolgere le normali attività quotidiane.
  • Hanno continuato ad assumere benzodiazepine, nonostante il motivo che ne aveva in origine fatto scaturire la prescrizione fosse cessato.
  • Hanno difficoltà a sospendere l’assunzione del farmaco, o a ridurlo, a causa dell’insorgere dei sintomi da astinenza.
  • Nell’assunzione di benzodiazepine ad emivita breve,  sviluppano sintomi di ansia, tra una somministrazione e l’altra, o hanno un forte desiderio di assumere la dose seguente.
  • Contattano regolarmente il loro medico per ottenere ripetutamente le ricette necessarie per continuare il trattamento.
  • Diventano ansiosi se la ricetta successiva non è subito disponibile. Devono avere sempre con sé il farmaco. Possono assumerne una dose prima di un evento che ritengono possa loro generare stress, o nel caso di dover trascorrere una notte in un luogo diverso dalla solita camera.
  • Possono aver aumentato la dose, rispetto a quella indicata, inizialmente, nella prima prescrizione medica.

Se la risposta a tutte e tre le domande è stata si vi faccio i miei complimenti, siete persone ben informate e probabilmente anche il vostro medico ha saputo fornirvi tutte le indicazioni necessarie. Se invece la riposta anche ad una sola delle domande è risultata negativa ed assumente una benzodiazepina da più di 8-12 settimane, vi consiglierei di tornare dal vostro medico (o da uno specialista) e cercate urgentemente una soluzione.

Bibliografia
Monografia Delorazepam
The Ashton Manual
Articolo scientifico “Efficacia della psicoterapia nel trattamento del disturbo di panico con agorafobia”
Pagina wikipedia Delorazepam

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