Psiche e Soma

Ricette per una vita migliore!

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Convegno:” L’adolescente traumatizzato e la sua cura” – 30 Settembre e 1° Ottobre, Castello di Conversano

Adolescente

Convegno:”L’adolescente traumatizzato e la sua cura. Storie di abuso, deprivazione, suicidio, omicidio”
Sala convegni Castello degli Acquaviva d’Aragona – Conversano (Ba)
30 settembre, ore 16-19 – 1 ottobre 2016, ore 10-18
Ingresso libero

Associazione COMUNIONE E’ VITA

La nostra associazione si sta occupando in particolar modo, in questi ultimi anni, delle problematiche dei bambini e degli adolescenti. Nel 2015 abbiamo organizzato a Casamassima il convegno “Esplorando il disagio: il progetto Ars Pueri® ”. In questo evento, fortemente voluto dal Comune di Casamassima e che ha visto la partecipazione di Istituzioni per la protezione del bambino dell’Europa dell’Est, sono stati presentati i risultati degli studi sul disagio infantile e adolescenziale rilevato attraverso il disegno, condotti in scuole di Casamassima. Volendo
approfondire questa bellissima esperienza, promuovere il volontariato in questo campo e sensibilizzare i partecipanti su un fenomeno in crescita tanto da divenire una vera e propria emergenza sociale, la nostra associazione organizza il convegno “L’adolescente traumatizzato e la sua cura. Storie di abuso, deprivazione, suicidio, omicidio”.
Nel Sud-Est barese i casi di adolescenti deprivati e traumatizzati che hanno messo in atto un suicidio hanno subito una notevole impennata. Il suicidio rappresenta anche una perdita devastante per la famiglia, gli amici e la comunità.
Il più importante fattore di rischio per il suicidio rimane la depressione, ma anche altri fattori come i disturbi comportamentali e le dipendenze; inoltre, i problemi familiari, sociali e psicologici sono associati ad un aumentato rischio di suicidio.
Di fronte a violenze, abusi sessuali e maltrattamenti, l’adolescente perde in modo drammatico la certezza su ciò che è bene e ciò che è male, e smarrisce la percezione della propria inviolabilità e del proprio valore.
Il convegno si propone di promuovere la cultura del volontariato nel campo della prevenzione, assistenza e cura dei ragazzi traumatizzati e a rischio di suicidio, di sensibilizzare aspiranti volontari e operatori sociali sulle gravi problematiche psicologiche e psicosomatiche dei ragazzi traumatizzati, sui piu’ importanti fattori di rischio per il suicidio degli adolescenti e sui modelli di intervento per una efficace prevenzione, stimolando un volontariato più consapevole e partecipe.
Come frutto di una intensa e coinvolta partecipazione ai lavori del convegno, inoltre, i partecipanti e, nello specifico, i volontari, i genitori, gli insegnanti e gli operatori socio-assistenziali, avranno un’opportunità ricca di basi scientifiche e cliniche di acquisire una maggiore consapevolezza del mondo dell’adolescente traumatizzato, un mondo popolato di fantasmi terrificanti: caos, rabbie
indicibili, mostri, ricordi terribili e dolorosi. I volontari che lavorano con i ragazzi potranno meglio cogliere i segni di un disagio profondo, fare una più efficace prevenzione, intervenire attraverso validi modelli psicologici. avranno una maggiore consapevolezza del mondo dell’adolescente traumatizzato, saranno informati sui fattori di rischio che possono portare un adolescente al suicidio.
In particolare il convegno sarà centrato sulla:
• conoscenza delle origini dei disturbi psichici del bambino e dell’adolescente;
• conoscenza dei segnali comportamentali, grafici e artistici indicanti un disagio profondo;
• capacità di interpretazione del disagio familiare;
• sviluppo della capacità di individuare il disagio anche attraverso disegni e test specifici;
• conoscenza di modalità di prevenzione e d’intervento;
• maggiore consapevolezza anche dei propri punti di criticità in famiglia, a scuola o sul lavoro.
Sarà uno stimolo all’incremento delle abilità di ascolto ed empatia attraverso la visione della storia di alcuni suicidi, per promuovere un volontariato consapevole e partecipe.
Il convegno si terrà il 30 settembre, dalle 16 alle 19, e il 1° ottobre, dalle 10 alle 18, prossimi, nella sala convegni del Castello degli Acquaviva d’Aragona in Conversano.
Relatore sarà la prof.ssa Nunzia Tarantini, psicologo-psicoterapeuta, analista ad orientamento junghiano, associato ricercatore dell’Associazione per la Ricerca in Psicologia Analitica (ARPA), docente a contratto di “Interpretazione psicodinamica del disegno infantile e adolescenziale” presso lo Psychological Innovations and Research Training Centre (PTMC) dell’Università di Vilnius, Lituania.
Il suo lavoro, svolto da anni, insieme ad un’équipe di psicologi, anche nelle scuole pugliesi, terra dove vive ed esercita privatamente, ha portato all’elaborazione di un modello che supporta l’esperienza clinica con i risultati derivanti  all’interpretazione di migliaia di test grafici e artistici.

Convegno “Amore sano e Amore Malato nelle varie stagioni della vita” – Castello Angioino, Mola di Bari, sabato 14 Maggio 2016

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AMORE SANO E AMORE MALATO NELLE VARIE STAGIONI DELLA VITA
Castello Angioino, Mola di Bari, sabato 14 Maggio 2016, ore 9:30 – 19:00.

Amore sano e amore malato nelle varie stagioni della vita” è un evento organizzato dalla cooperativa Nuova Città Scs, con il coordinamento scientifico della prof.ssa Nunzia Tarantini, psicologo psicoterapeuta di orientamento junghiano, ricercatore dell’Associazione per la Ricerca in Psicologia Analitica (ARPA), docente a contratto presso lo Psychological Innovations and Research Training Centre (PTMC) dell’Università di Vilnius, Lituania.
Il convegno, che si svolgerà il 14 Maggio 2016 nella suggestiva cornice del Castello Angioino di Mola di Bari, è il cuore dell’evento ed è stato accreditato dal provider Motus Animi Sas con 10 crediti ECM per le figure professionali di psicologo, psicoterapeuta, psichiatra, infermiere pediatrico, educatore professionale (codice di riferimento RES n. 2112-16009).
Che cos’è l’amore? Sappiamo davvero rispondere a questa domanda?
Di sicuro sappiamo che ne hanno scritto poeti, filosofi, pensatori, l’hanno rappresentato artisti e scultori, e tutti si sono sforzati di comprenderne l’essenza.
“Amore” è parola usata e abusata, e non esiste attività umana in cui questo vocabolo non venga utilizzato, talvolta sfruttato e spremuto fino in fondo. Amore è il sentimento che si prova per il prossimo, per se stessi, per un amico, per l’umanità nel suo complesso, per la casa, per tutto ciò che è bello e buono. Lo si usa per denominare un attaccamento affettivo particolarmente forte che unisce un uomo ad una donna, o un bambino ad un genitore, così come l’infatuazione di due giovani, di due adulti, di due anziani. Ovunque vi sia un sentimento forte ed elevato, una spinta energetica all’azione, una volontà d’essere fino in fondo, lì c’è amore.
L’amore però, come tutti i sentimenti, è spesso un gioco di opposti: dà origine a tendenze opposte, pronte, se non dialogate, ad irrompere nelle nostre vite e a catapultarci da un amore che muove entusiasmo, ardenti desideri e perfino estasi, in un “amore alla rovescia” che genera disillusione, perdita, fallimento, angoscia, lutto, morte. Ed è così che per amore un bambino piange quando l’amata madre è assente. Per amore si soffre, perdere un amore può far impazzire o uccidere
Il convegno indagherà su come si può intercettare in questo tipo di legame un segno di salute o di malattia, su come tale legame possa sfociare in una timorosa ritirata dal mondo oppure in uno sforzo per espanderlo, e su quanto esso possa essere consapevole o terribilmente inconsapevole. Non si tratterà di definire semplicisticamente ciò che è sano e ciò che è malato in amore – sarebbe forse una ingiustificabile presunzione – ma di mostrare come l’amore si situa su una drammatica linea di confine, un confine che da una parte si affaccia sull’abbagliante e meravigliosa energia di vita, e dall’altra sull’agghiacciante e caotica energia distruttiva.
Relatori, oltre alla già citata prof.ssa Nunzia Tarantini, la dr.ssa Carmen Donato La Vitola, psicologo psicoterapeuta, direttore del centro di psicoterapia per la famiglia “La casa sull’albero”, e il dr. Daniele Aprile, medico psicoterapeuta, direttore sanitario del Poliambulatorio Sociale. Saranno inoltre presenti artisti italiani, lituani, russi e ungheresi che con le loro espressioni culturali e artistiche si confronteranno con il tema del convegno usando il proprio personale linguaggio, intrecciandosi con le relazioni scientifiche in una reciproca contaminazione.
Sul sito ufficiale del convegno www.amoresanoamoremalato.it è disponibile il programma completo, oltre al modulo di iscrizione, e tutte le informazioni utili sull’evento.
Contatti: tel. 080 4550079, info@amoresanoamoremalato.it.

Manteniamo le distanze…

Lo spazio tra le persone ha regole e significati precisi.

Il sociologo americano John Gueldner ha osservato le persone che entrano in un ascensore e si è accorto che il modo con cui lo occupano risponde a regole fisse. La prima persona che entra  si sistema nell’angolo dove c’è il pannello dei comandi, oppure in uno dei due angoli sul fondo. La seconda occupa l’angolo diagonalmente opposto. La terza e la quarta occupano gli angoli restanti, la quinta si appoggia al centro della parete di fondo. Solo l’ultimo passeggero, non avendo alternative, si pone al centro della cabina. Tra le tante cose che il nostro cervello deve fare in continuazione, c’è anche quella di amministrare lo spazio intorno al nostro corpo. Noi non ce ne accorgiamo, ma avvicinarsi o scostarsi, di poco o di molto da un un’altra persona, oppure da un oggetto, risponde a esigenze precise di tipo biologico e psicologico. La distanza a cui teniamo la fidanzata, il passante che chiede un’informazione, il vicino di ombrellone al mare o quella a cui il capo ufficio tiene i suoi dipendenti quando parla con loro, è sempre la stessa, o varia di poco. E ha un significato preciso: serve a comunicare sensazioni e intenzioni che vengono comprese intuitivamente da tutti. Così, se ci avviciniamo a una persona a distanze inferiori a quelle che queste regole inconsce impongono, immediatamente subentra imbarazzo, disagio. E può perfino scattare una reazione di difesa. Perché imponendogli la nostra vicinanza gli stiamo inviando un messaggio che non si aspetta. Un po’ come se dicessimo “ti amo” al primo passante che incontriamo per strada. Che cosa regola queste distanze? Le norme dell’occupazione dello spazio, spiegano gli esperti, sono comuni non soltanto agli esseri umani, ma anche agli animali. Non a caso la zona cerebrale che le governa si trova nella parte più antica del cervello, quella che ancora li accomuna entrambi.

Leggi ataviche
La logica degli spazi risponde a due leggi ataviche, sviluppatesi insieme all’uomo in milioni di anni di evoluzione: il riflesso di avvicinamento, alle cose vitali o comunque piacevoli, e il riflesso di fuga, da ciò che ci minaccia o ci fa paura, entrambi presenti fin dalla nascita. Sfiorando con i polpastrelli la guancia di un neonato, il bambino sposta automaticamente la testa, portando la bocca verso lo stimolo. Toccando la pianta del piede con una bacchetta, il bambino ritrae immediatamente la gamba: il ginocchio si flette e la coscia si piega sull’anca. Eppure, fino ai due anni, il bambino non ha la nozione di distanza, che acquisisce soltanto quando impara a parlare. Crescendo, questi due riflessi scompaiono da un punto di vista neurologico, ma rimangano sul piano psicologico. Istintivamente andiamo verso ciò che troviamo piacevole oppure portiamo l’oggetto del desiderio verso il nostro corpo, se invece siamo troppo vicini a qualcosa di minaccioso ce ne allontaniamo, oppure allontaniamo l’oggetto aggredendolo: fisicamente o verbalmente.

Attacco e fuga
Negli animali sia che si scelga la via dell’attacco che quella della fuga, la reazione è immediata: brontolii, soffi, il pelo si arruffa, la schiena si inarca, i muscoli si irrigidiscono per spiccare il balzo. Reazioni fisiologiche abbastanza simili a quelle umane: si sbuffa e si brontola contro chi vuole prendere il nostro posto in coda allo sportello postale, si indietreggia di fronte a chi ci opprime dall’alto, ci si irrigidisce come statue tra la folla per non rinunciare al nostro spazio vitale. Ma ci sono molte altre circostanze, meno appariscenti, in cui la distanza assume un significato preciso. Il dirigente che riceve stando seduto dietro una larga scrivania sottolinea la distanza e il rapporto di gerarchia che lo rende superiore all’ospite, anche se l’espressione del suo viso è improntata alla massima disponibilità.  Ma se lo spazio attorno a noi è davvero così prezioso, ogni giorno sui vagoni della metropolitana o sull’autobus, dove la distanza tra le persone è ridotta ai minimi termini, dovremmo assistere a continue liti, tensioni, imbarazzi. Perché in realtà ciò accade raramente? In questa situazione “l’altro” non viene vissuto come un individuo, ma come un oggetto, fastidioso finché si vuole, ma sempre oggetto.E’ qualcosa che ci costringe ma non ci aggredisce. “L’altro” diventa un potenziale invasore soltanto quando ci rivolge la parola, cioè si anima. E’ a quel punto che indietreggiamo, o tentiamo di farlo, per guardarlo in faccia e ristabilire le distanze.
Ma chi stabilisce il confine tra il proprio spazio e quello degli altri? Secondo i ricercatori, ogni individuo si sposta portandosi dietro una parte di spazio, una sorta di cilindro invisibile costituito da quattro aree concentriche, nelle quali accetta che qualcuno entri secondo una logica ben precisa: la zona intima, quella personale, quella sociale e quella pubblica.

Area confidenziale
Il suo raggio va da 0 a 45 centimetri. Corrisponde all’incirca alla lunghezza dell’avambraccio. E’ l’area privata degli affetti, nella quale gli altri hanno il permesso di entrare solo in circostanze particolari. In questa zona possiamo anche appoggiare le mani sulle spalle di un altro o intorno ai suoi fianchi. Tra amanti questo spazio si annulla, ma anche gli amici possono avvicinarsi molto, fino ad abbracciarsi. Per gli estranei è una zona pressoché vietata: il rischio è quello di causare fastidio o paura. Basta pensare all’irritazione che si prova sul treno quando si condivide il bracciolo del sedile con uno sconosciuto. Nella zona intima è possibile sentire il respiro di chi ci sta di fronte, percepirne il calore e l’odore della pelle, cogliere le sue emozioni, controllare l’espressione del viso.

Territorio per conoscenti
Il suo raggio va da 45 centimetri a 1,30 metri. Oltre quest’area si esaurisce la nostra capacità immediata di influire sull’ambiente. Si estende infatti fino al punto in cui arriva il nostro braccio teso: se vogliamo andare oltre dobbiamo spostarci o prolungarlo con uno strumento. E’ la distanza che di solito poniamo durante una conversazione con una persona appena conosciuta. Il controllo su ciò che accade nella zona personale viene però applicato anche agli oggetti che rientrano in quest’area: la scrivania, il letto, la poltrona. In particolare, quando si è in auto, lo spazio privato si estende a tutto l’abitacolo. Ecco perché ci si sente in un territorio sicuro, si diventa più affabili e intraprendenti con gli eventuali passeggeri. Non a caso i ragazzi spesso hanno il coraggio di dare il primo bacio proprio in macchina.

Relazioni professionali
Il suo raggio va da 130 a 360 centimetri. In pratica è la somma di due aree personali: possiamo immaginarla come la distanza che intercorre tra due individui, posti frontalmente, con le braccia tese e le dita in contatto. In questa zona si svolgono soprattutto le relazioni professionali. La scrivania di un addetto alla reception di solito viene sistemata a non meno di 2 metri dalla sala d’attesa per evitare ai visitatori di entrare nella zona privata dell’impiegato e di disturbare il suo lavoro. D’altra parte inconsapevolmente ognuno regola la distanza sociale in funzione dello status.

Zona pubblica
E’ l’enorme area posta al di là della zona sociale. Quindi, all’incirca, oltre un raggio di 3 metri e 60 centimetri. Corrisponde allo spazio che di solito si mette tra noi e un individuo o un gruppo che, a prima vista, non sembra avere caratteristiche sociali comuni con noi. Le famiglie che fanno un pic-nic nel parco, i bagnanti sulla spiaggia, i capannelli di amici nella piazza del paese sono tutti esempi di “distanza pubblica”. Quando il luogo è superaffollato e la distanza non può essere rispettata, si delimita il territorio con oggetti personali: asciugamani, zainetti, borse, sedie. Si tratta di una regola non scritta ma, almeno nel mondo occidentale rispettata. Delimitare il territorio è un’esigenza irrinunciabile anche nel mondo animale e coincide con lo spazio necessario per cacciare, riprodursi, decidere se difendere o attaccare. Negli animali da laboratorio è stato verificato un legame stretto tra sovraffollamento e aggressività. Nei topi, tenuti in gabbie che venivano progressivamente riempite, si sono verificate modificazioni biochimiche: le ghiandole endocrine hanno iniziato a produrre una quantità superiore di ormoni dell’aggressività e gli animali sono diventati estremamente violenti, fino al cannibalismo. Per quanto riguarda l’uomo numerosi sociologi hanno più volte ipotizzato una relazione tra l’alta densità abitativa di un quartiere e il suo tasso di criminalità.

Zona di elezione
Oltre che una dimensione fisica e biologica la distanza è una dimensione psicologica, strettamente legata alla personalità. Si sa che gli introversi mantengono distanze maggiori rispetto agli estroversi. Tutti noi abbiamo una zona che spontaneamente privilegiamo. Ci sono persone che riescono a comunicare soltanto nella zona intima o personale, per cui, riducono le distanze anche nelle relazioni di lavoro. C’è invece chi si sente al sicuro soltanto nella zona sociale ed evita di avvicinarsi troppo persino ai familiari. Anche se esiste una zona di elezione, le circostanze spesso ci costringono a spostarci da un’area all’altra.

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Il corpo? Non sa dir bugie.

Soltanto il sette per cento dei nostri messaggi è fatto di voce. Il resto lo diciamo con le gambe, le braccia, e perfino con il naso.

Quanto sono importanti le parole nella comunicazione? Non molto. Secondo una recente ricerca la comunicazione verbale ha un peso minimo nel bilancio dei rapporti sociali: appena il sette per cento, tutto il resto è affidato al linguaggio del corpo, un alfabeto infinito di gesti, sguardi, smorfie, posture, contrazioni muscolari talvolta impercettibili. Immobile o in movimento, il corpo è una continua fabbrica di segnali. Un certo modo di accavallare le gambe o di stringere la mano, uno scatto in avanti o un’occhiata possono rivelare molto più che qualche ora di colloquio.
Esistono piccoli movimenti, apparentemente irrilevanti che in realtà esprimono esattamente lo stato d’animo del momento. Un signore legge tranquillamente il suo giornale mentre attende di essere ricevuto per un importante colloquio di lavoro, e intanto allaccia e slaccia in continuazione l’ultimo bottone della giacca. Il suo abbigliamento è perfettamente in ordine, quindi la sua attività automatica non rientra nel quadro delle azioni del “sistemarsi” per apparire in ordine. Questo signore sta semplicemente indulgendo a quella che gli esperti di comunicazione chiamano attività dislocata, tutti quei gesti “inutili” che riflettono un momento di frustrazione o di conflitto interiore. Insomma, quel gesto irrequieto significa ansia. Tutte le attività dislocate rivelano agli altri i nostri impulsi frustrati e diventano così importanti segnali sociali. Ci sono casi in cui i gesti dislocati sono talmente ben mimetizzati che possono passare quasi inosservati. Durante una festa è molto frequente vedere persone che allentano la tensione sorseggiando una bibita senza avere sete o piluccando dal buffet anche se non hanno il minimo appetito. C’è anche chi sviluppa abitudini personali di dislocazione: far tintinnare le chiavi in tasca, sistemarsi i capelli, pulire gli occhiali col fazzoletto.

Fughe di notizie
Chi non cede a questi piccoli gesti di debolezza rappresenta l’eccezione, cioè non è sfiorato dal conflitto. Può essere una persona socialmente dominante, un asceta, un eccentrico, ma anche uno psicotico. Ma la maggior parte degli esseri umani ogni giorno ricorre alla dislocazione per superare lo stress dovuto a pulsioni contraddittorie: si vorrebbe essere lì e contemporaneamente da tutt’altra parte, dire una cosa e allo stesso tempo tacerla, isolarsi dagli altri e socializzare. Nella vita di relazione spesso cerchiamo di nascondere le nostre vere emozioni, ma spesso la mimica contraddice la parola facendoci dire la verità anche quando vogliamo nasconderla. Si verifica cioè una “fuga non verbale di notizie”. Naturalmente ciò che sta dietro una fuga di informazioni non verbali non è sempre una bugia. Talvolta è semplicemente la spia di un conflitto in cui pensiero e azione non coincidono, ma è sempre un modo per “raggirare” l’interlocutore, come quando, per opportunità, fingiamo interesse durante una discussione. Ma è proprio impossibile mentire bene imparando a dominare il corpo? Ci sono zone del corpo più facili di altre da controllare, dicono gli esperti. Il viso è in assoluto la parte che sa mentire meglio perché, chi più chi meno, siamo tutti in grado di gestire la mimica facciale a seconda della circostanza. Gli indizi più utili per scoprire se una persona sta mentendo arrivano dalle mani: o si muovono troppo, a causa della tensione, o troppo poco, perché, coscienti della possibilità di lasciar passare segnali rivelatori, tendiamo a “imprigionarle”, mettendole in tasca o stringendole l’una all’altra. Infine, occhio alle gambe e ai piedi: è la parte del corpo di cui siamo meno consapevoli e dalla quale deriva quindi la maggior fuga di informazioni. Spostamenti repentini dei piedi, calci dati all’aria, gambe rigide che contraddicono i segnali amichevoli o trattenuti delle mani. Il modo migliore per ingannare, dunque, è limitare i messaggi alle parole e alle espressioni del viso, ma siccome immobilizzare il resto del corpo risulterebbe ancora più inverosimile, il consiglio è di mentire esclusivamente quando il fisico è impegnato in un’attività che non consente distrazioni: mentre si parcheggia l’automobile, si sistemano dei documenti sullo scaffale più alto, o si fa sport.

Come si scopre l’inganno
Negli Usa sono stati realizzati molti esperimenti per scoprire quali sono le chiavi che permettono di smascherare un “bugiardo”. Uno dei più interessanti vede protagoniste un gruppo di allieve infermiere alle quali fu chiesto di descrivere ciò che avevano visto in una serie di filmati (interventi chirurgici particolarmente cruenti o scene piacevoli), a volte mentendo e a volte dicendo la verità. Fu chiesto loro di mentire bene per poter valutare la capacità di convincere un malato che un certo intervento chirurgico, particolarmente rischioso, era in realtà del tutto sicuro oppure di rassicurare un paziente ansioso tenendo conto del fatto che quest’ultimo avrebbe potuto scoprire l’inganno al minimo segnale contraddittorio non verbale. Ogni loro gesto venne registrato da alcune telecamere nascoste e studiato attentamente. Risultò che anche le migliori bugiarde non erano in grado di controllare totalmente la comunicazione non verbale. Innanzitutto, evitavano di sottolineare gesticolando parti del discorso che avrebbero dovuto enfatizzare. Tutti sappiamo infatti che basta un tremolio o una tensione delle mani per tradirci. Si toccavano il viso molto più spesso di quanto non accada normalmente. Tra i gesti preferiti, in assoluto: quello di sfregarsi il naso e coprirsi la bocca. Il secondo, da un lato indica la volontà di nascondere un’espressione sincera e che potrebbe smascherarci, dall’altro esprime il desiderio inconscio di imbavagliarsi per bloccare la bugia che sta uscendo.

Come Pinocchio
Anche il gesto di toccarsi il naso ha una duplice spiegazione: la mano si alza per chiudere la bocca, ma il cervello devia la mano per evitare che avvenga ed è sul naso che finisce per ricadere l’azione. Non basta. Il disagio, causato dall’ambiguità della situazione, produce una serie di piccoli mutamenti fisiologici, la mucosa delle narici diventa più sensibile, provocando una sensazione di lieve prurito, quasi impercettibile, ma sufficiente a far sì che il naso attiri la mano. Benché le infermiere fossero sedute si muovevano molto, proprio come chi vorrebbe scappare, ma non può. E infine mostravano delle microespressioni facciali simili, ma non identiche, a quelle associate alle verità. Movimenti dei muscoli appena accennati e che non duravano più di una frazione di secondo. Come se la faccia, per un attimo, si rifiutasse di mentire, l’intenzione però fosse immediatamente bloccata da un contrordine che le comandava di adeguarsi.

I segnali contraddittori
A volte, anche se siamo sinceri, il corpo invia segnali che possono confondere chi ci sta di fronte. Immaginiamo una scena come questa: all’uscita di una discoteca c’è una banda di teppisti, uno di loro rivolge pesanti apprezzamenti a una ragazza. Il suo fidanzato reagisce ma è in preda a desideri opposti: la paura, che vorrebbe farlo scappare, e l’aggressività, che lo spinge all’attacco. Ne deriva un atteggiamento ambiguo: il corpo assume una postura falsamente minacciosa (a esempio, anziché affrontarlo, si sposta di lato rispetto all’aggressore) ma l’espressione del viso è autenticamente aggressiva. Entrambe le azioni sono sincere perché riflettono emozioni davvero sentite anche se opposte. Per decidere come reagire, il teppista deve valutarle entrambe e capire qual è dettata dall’impulso più forte. Ma esistono situazioni difficili da interpretare. Come dovrebbe comportarsi il giovanotto di fronte al sorriso invitante di una ragazza che però tamburella nervosamente con le dita sul banco del bar? Il primo segnale dice: «possiamo fare amicizia», ma le mani avvertono «stai alla larga ». Quale delle due azioni è autentica? Probabilmente la ragazza mostra un sorriso di circostanza ma vuole essere lasciata in pace.

Fingersi bambine
E c’è, infine, un’altra strategia per confondere il prossimo. Consiste nel ricorrere alle cosiddette azioni “rimotivanti”: voglio che tu smetta un certo atteggiamento, quindi cerco di indurne in te un altro. Il funzionamento si basa sul fatto che due emozioni ad alta intensità si sopprimono a vicenda. La più comune azione rimotivante negli adulti è quella a cui ricorrono le donne di fronte a certi comportamenti aggressivi maschili: giocano a fare le bambine per suscitare nel maschio un atteggiamento paterno, un modo per trasformarlo da compagno critico a “papà” tenero e protettivo.

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“La casa sull’albero”, apre a Bari il primo Studio di Psicologia per la Famiglia!

A Bari apre un nuovo studio di psicologia dedicato alla famiglia e ai bambini

Lo studio di psicologia per la famiglia “La casa sull’albero” è attivo dal primo settembre in Via Guarnieri 24 a Bari, giusto in tempo per l’ apertura delle scuole, visto che molti dei servizi proposti interesseranno proprio quest’ambito.
Lo studio è composto da psicologi e psicoterapeuti dedicati a fornire supporto psicologico per la famiglia. La particolarità dello studio è nella creazione di spazi di ascolto dedicati ad ogni membro della famiglia.
I professionisti dello studio “La Casa sull’albero” rispondono al genitore che può avere dei dubbi su come comportarsi con il figlio, supportano l’adolescente che vive un momento complesso della sua vita, e seguono il bambino attraverso l’analisi dei suoi disegni, del gioco e del comportamento ricavando indicazioni utili per i genitori e anche per gli insegnanti in modo da rendere più agevole l’apprendimento.
Sempre dedicati a bambini, saranno anche attivi, presso lo studio, corsi di “educazione alla grafia” ossia come educare attraverso i gesti, corsi di “arteterapia” ed altre attività utili e terapeutiche per i bambini.
Molto ricco è anche lo spazio di supporto e cura per l’adulto che prevede percorsi di Psicoterapia individuale e di gruppo e di Training autogeno.
“Supportare i bambini e la famiglia è doveroso in un momento come questo di crisi dei valori e degli equilibri sociali. L’unico mezzo che abbiamo per contenerne i riflessi sul mattoncino fondante della società è dare consapevolezza, strumenti validi e supporto concreto impiegando le forze migliori”, così ha commentato l’apertura dello studio la Dr.ssa Carmen Donato La Vitola, presidente delle cooperativa Nuova Città , una ONLUS molto attiva nel campo del privato sociale, che oltre a promuovere questo progetto, gestisce il famoso “Poliambulatorio sociale”.
Il sito web dello studio è www.psicologiainfantilebari.it, e i professionisti cono raggiungibili via mail a info@psicologiainfantilebari.it o telefonicamente (080 4550079 – 335 8177630)

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L’ha detto la Televisione

Le notizie possono modificare idee e comportamenti? Si, ma solo in pochi casi…

Quasi tutti gli italiani guardano il telegiornale e seguono regolarmente alla tivù programmi culturali e d’attualità, per la precisione il 68,6 per cento (rispetto all’83 per cento che guarda la tivù ogni giorno). Il 60,2 per cento legge i quotidiani e il 32,6 ascolta abitualmente i radiogiornali. Lo rivela l’ indagine dell’Istat (l’Istituto di statistica) sui nostri comportamenti quotidiani. Riceviamo dunque ogni giorno da giornali, radio e televisione un vero bombardamento di informazioni. Secondo una teoria psicologica ogni notizia è come l’iniezione di un farmaco: ha un’influenza immediata sul comportamento delle persone, proprio come una medicina che, appena iniettata, scatena subito una reazione dell’organismo. Qual è dunque l’effetto delle notizie sulle persone? Davvero riescono a modificarne opinioni, comportamenti e scelte? E possono anche influire sul nostro inconscio? La risposta è sì, ma in modo diverso a seconda delle caratteristiche individuali, dei mezzi di informazione che ce le danno e di come ce le presentano di volta in volta.

In realtà i mezzi di comunicazione, più che alterare direttamente il modo di pensare e di agire del pubblico, selezionano gli argomenti sui quali tutti “devono” avere un’opinione. Quando i giornalisti diffondono determinate notizie, escludendone altre, creano una specie di “mappa dei fatti” sulla quale si concentra, e discute, la popolazione. C’è poi una seconda selezione: fra le notizie proposte da stampa, radio e televisione, ognuno sceglie quelle che lo interessano di più. Sui quotidiani, per esempio, gli adulti e i ragazzi leggono soprattutto gli articoli di politica e di attualità (70,3 per cento dei lettori), mentre le donne si concentrano sulla cronaca locale (76 per cento). Tutti, però, tendono a rivolgersi alle fonti d’informazione con le quali si sentono più in sintonia. Perfino durante le campagne elettorali, invece di confrontare il programma dei vari partiti, ci si informa prevalentemente attraverso i giornali che rispecchiano la propria ideologia. E si seguono i programmi radio e televisivi che danno più spazio al partito di appartenenza. Insomma, ognuno cerca di costruirsi un’ informazione su misura, che rispecchi il più possibile il proprio punto di vista.

E se, invece, non si ha ancora un’opinione su un avvenimento?
In questo caso, i servizi giornalistici possono influenzare i giudizi delle persone. Ma, per riuscirci, ne devono prima catturare l’attenzione. Il pubblico, in realtà, riesce a memorizzare soltanto una minima parte delle notizie diffuse dai vari canali d’informazione. Ecco perché più i messaggi sono brevi, ripetuti e semplici (richiedono, cioè, un minimo sforzo di comprensione), più vengono recepiti e hanno, quindi, possibilità di orientare le scelte delle persone. Lo confermano tutte le ricerche psicologiche più recenti, condotte sia in Europa che negli Stati Uniti, nelle quali sono state analizzate anche le caratteristiche più efficaci delle informazioni “persuasorie” per eccellenza: quelle pubblicitarie e quelle diffuse durante le campagne elettorali. I risultati sono identici: in entrambi i casi, infatti, le persone condividono, o comunque accettano più facilmente, i messaggi che hanno uno o più elementi a loro familiari. Ciò favorisce un processo di identificazione con l’autore, e perfino con il contenuto che le sue parole hanno espresso. Inoltre, di solito ci si lascia convincere più facilmente se chi lancia il messaggio è un personaggio di successo, sul quale inconsciamente si trasferisce la responsabilità della propria, eventuale adesione. Le informazioni “persuasorie” producono, secondo gli studiosi, “effetti limitati” sulle persone, proprio perché di solito hanno un unico obiettivo da raggiungere, e in breve tempo: durante e subito dopo una “campagna” sulla ricerca scientifica, per esempio, la popolazione reagisce versando ai centri di ricerca una maggior quantità di finanziamenti. Poi, però, la campagna d’informazione finisce e tutto torna come prima.

Le notizie, dunque, esercitano soltanto un’influenza temporanea?
Niente affatto. Anzi, possono anche suscitare reazioni profonde, imprevedibili. E’ accaduto con la guerra del Golfo, nel 1991: durante la prima settimana, le immagini del conflitto tennero incollati davanti allo schermo 9 milioni di italiani. Suscitando nelle persone anziane insonnia, paura, ricordi angosciosi della seconda guerra mondiale.

Oggi, insomma, le notizie puntano sempre più spesso sul coinvolgimento emotivo del pubblico. Ma, in questo modo, colpiscono direttamente l’inconscio delle persone. In particolare, le notizie presentate in modo drammatico e che riguardano un episodio violento, come un omicidio, stimolano in ognuno sia le tendenze sadiche che quelle masochistiche. Cioè le due forze aggressive contrapposte che covano in ognuno di noi, così scatta una doppia paura: quella di essere violenti e quella di subire un’aggressione. Eppure, le centinaia di informazioni su incidenti, rapine, violenze d’ogni tipo che tutti ricevono quotidianamente sembrano cadere nell’indifferenza. Il fatto è che non siamo in grado di sopportare notizie sconvolgenti. Mancano sicurezze, e modelli di riferimento precisi attraverso i quali filtrare la realtà. Inoltre non riusciamo a elaborare tutte le informazioni che riceviamo ogni giorno. Risultato: ci difendiamo con il distacco. Si tratta, però, di un distacco apparente. Perché, dietro l’indifferenza, le notizie continuano a esercitare in ognuno una profonda influenza, in modo diverso a seconda della personalità. I messaggi violenti o preoccupanti possono far vacillare o, addirittura, far crollare le difese di un individuo. Provocando in lui forti angosce, o liberando i suoi aspetti più nascosti. Per esempio, di fronte alla notizia di un suicidio, in chi ha represso per anni il desiderio di compiere quel gesto può scattare l’impulso ad agire. Secondo lo studio di un sociologo australiano, Riaz Hassan, la media quotidiana dei suicidi sale di circa il 10 per cento nei 2 giorni successivi alla comparsa sui giornali della notizia di un suicidio.
Secondo gli psicologi, infatti, c’è una parte inconscia in noi che, assistendo alle tragedie altrui, riesce a scaricare tensioni e provare in qualche modo sollievo. Un meccanismo morboso, cioè quasi patologico e in genere del tutto incontrollabile. Le notizie, dunque, possono provocare ansia, angoscia, liberare gli aspetti repressi di sé, spingere alla violenza, alimentare un sottile compiacimento sadico. Tutto questo accade, in particolare, a chi non possiede una “interiorità strutturata”, cioè alle persone psicologicamente più deboli, come disturbati psichici o semplici depressi, o a chi attraversa un momento di particolare fragilità. Ma tutti, in un modo o nell’altro, subiscono l’influenza delle notizie.

Come difendersi? L’unico modo, dicono gli esperti, è utilizzare più canali d’informazione, per contrapporre alle insidie delle tecniche giornalistiche una preparazione più solida e una maggiore capacità di giudizio.

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Paure sane, fobie e terrori

Il corpo sa come reagire al pericolo. Ma la mente può sbagliarsi…

In circostanze normali la paura rappresenta un meccanismo “salvavita”, talvolta però diventa irrazionale, cieca, devastante. C’è chi arriva a ferirsi le mani a furia di strofinarle con l’alcol per timore dei germi, chi sviene sulla poltrona del dentista e chi ripete ossessivamente lo stesso gesto, come chiudere il rubinetto del gas, anche se sa perfettamente di averlo appena fatto. È allora che la paura si trasforma in una malattia in grado di condizionare una persona fino a non farla più uscire di casa, avere un amico, mantenere il lavoro. I sintomi? Vanno dalla difficoltà a respirare alla tachicardia, ai brividi, alla sudorazione eccessiva, fino allo svenimento. Le paure patologiche sono distinte in due gruppi: le fobie e le ossessioni.

Fobie: paure ingiustificate
Le prime sono emozioni molto intense, immaginarie e irrazionali, che provocano reazioni esagerate rispetto allo stimolo. Per intenderci, se è normale avere paura di fronte a una tigre, è ingiustificato il panico alla vista di una formica. In linea generale si può dire che esistono tre diversi tipi di fobie: quelle semplici, scatenate da un oggetto o da una situazione, per esempio un animale o la vista del sangue; le fobie sociali, come quella di parlare in pubblico, ma anche (è abbastanza diffusa) quella di mangiare di fronte a estranei. Infine ci sono le paure che hanno a che fare con l’ambiente. Tra queste la più diffusa è la claustrofobia: la paura di rimanere chiusi in luoghi ristretti e bui: una cantina, l’ascensore, la metropolitana. Nei casi più seri il soggetto non riesce neppure ad andare al cinema o al ristorante. Qua un elenco delle fobie più strane e curiose

Le ossessioni
Le ossessioni invece sono un chiodo fisso che tortura la mente. Chi ne soffre sa di essere tormentato da una sorta di parassita mentale e per eliminare l’intruso mette in atto un meccanismo di reazione chiamato compulsione. Ma la risposta è sempre esagerata e anziché risolvere finisce per alimentare il problema. Chi ha l’ossessione dei furti, per esempio, uscendo di casa spranga porte e finestre e torna indietro per assicurarsi di avere chiuso bene pur sapendo di avere appena controllato.

C’è chi non vola più
Non ci sono confini precisi tra paura sana e malata, ma rientrano nella seconda categoria gli stati di panico suscitati da situazioni cui la maggioranza delle persone è indifferente. Chi ha paura di volare, sale controvoglia in aereo, ma non rinuncia a viaggiare. Chi ne ha la fobia rimane a casa. Caratteristica della paura patologica è la rinuncia a ciò che procura angoscia. Ovviamente, le fobie limitano la vita in misura diversa: chi non sopporta i ragni avrà un’esistenza abbastanza normale, ma chi ha paura di usare i mezzi pubblici oppure dei temporali avrà non pochi problemi. In questi casi, a fare scattare l’ “ansia anticipatoria”, può infatti bastare una nuvola nera all’orizzonte.

La scuola fonte di paure
La maggior parte delle fobie nasce nell’infanzia: intorno ai 4-5 anni se ne possono già riscontrare i primi segni. La paura del buio e le fobie scolari, quelle che iniziano al momento di andare all’asilo, sono le più frequenti tra i bambini. Ma la vera età critica è l’adolescenza, fase della vita in cui si è costretti a dare dimostrazioni di capacità. Non per nulla la scuola è l’ambiente in cui le paure si manifestano di più. Anche le ossessioni possono avere un esordio precoce: l’età di rischio maggiore, per i maschi, è tra i 12 e i 14 anni. Per le femmine, tra i 18 e i 20 anni. Secondo alcuni studi la differenza dipende dall’effetto protettivo degli ormoni femminili.

Che cosa scatena questo terrore irrazionale?
Le fobie hanno radici fisiche, psicologiche e altre non ancora conosciute. Valide sono le interpretazioni psicanalitiche, che fanno capo alle tesi di Sigmund Freud, in base alle quali chi soffre di una fobia, inconsciamente sostituisce la causa della sua paura, con un oggetto simbolico, più accettabile. Per gli psicologi junghiani invece le fobie affondano le radici nelle esperienze negative infantili.

C’è una terapia?
Per fortuna i metodi per curare le fobie non mancano. Uno dei più usati è la desensibilizzazione o autoesposizione progressiva. Consiste nell’abituare gradualmente la persona ad affrontare la situazione o l’oggetto che generano paura, finché il panico scompare. Può sembrare un sistema violento perché il paziente viene messo di fronte alla propria paura, e deve imparare a superarla.
Per chi non si accontenta di cancellare il sintomo ma cerca anche le cause, c’è il lettino dello psicoanalista: la terapia in questo caso è meno brutale, e va più a fondo.
C’è anche il metodo farmacologico, la cui soluzione principale è rappresentata dai cosiddetti farmaci “anti-mao” (monoamino-ossidasi), che agiscono stimolando la produzione di serotonina, un neurotrasmettitore che regola il tono dell’umore. Per ridurre i sintomi della paura si può ricorrere ai beta-bloccanti. Altri farmaci vengono usati contro le ossessioni. Tutto, naturalmente, dietro prescrizione medica.

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Gratta e perdi

Per tassare i cittadini senza che se ne accorgano, molti governi puntano sulle lotterie. Con gravi conseguenze. Ecco quali. E un po’ di consigli per perdere meno e non essere scalognati

Nessun Paese sembra immune alla febbre dell’azzardo, e nessun governo rifiuta più di partecipare a un giro d’affari, calcolando che, ad esempio, con il fatturato del gioco in Italia del 2010 si sarebbe potuta salvare la Grecia!
– Più dollari = più guai
Parallelamente, però, cominciano i problemi. In Inghilterra, per esempio, due ragazzi su tre sono giocatori di lotterie istantanee (pur essendo il gioco vietato ai minorenni), come ha segnalato il quotidiano “The Independent”. Alla denuncia si associa Emmanuel Moran, responsabile del Comitato nazionale britannico per il gioco d’azzardo:«Vendere biglietti del gratta- e-vinci ai minorenni», dice, «finirà per produrre adulti dipendenti dal gioco». Alcune persone, poi, sarebbero particolarmente esposte a questo rischio: sembra che sia la carenza di un certo ormone, la noradrenalina, a indurre alla ricerca di emozioni forti, come quelle date dal gioco.
Che poi la sindrome del giocatore patologico sia analoga all’alcolismo ormai è riconosciuto da psichiatri e psicologi di tutto il mondo. Ma soltanto in Svizzera hanno classificato ufficialmente la dipendenza dal gioco come una malattia. Ed è anche una malattia piuttosto strana, come ha scoperto la psicologa Lucia Giossi, dell’università Cattolica di Milano: «Il giocatore, anche se sostiene di voler vincere, in realtà gioca per perdere. Gioca per raccontarsi nelle sue perdite». Lo confermano due ricercatori dell’università dell’Illinois, Charles Warren e Bruce McDonough, che hanno sottoposto a elettroencefalogramma alcuni giocatori compulsivi. «Nei giocatori normali i “picchi” di attività cerebrale si hanno dopo le vincite, in quelli compulsivi succede il contrario: appena vincono, l’attività cerebrale declina», dice Warren. Come uscire, dunque, dal “tunnel” del gioco patologico? Farmaci non ce ne sono, ma all’estero esistono organizzazioni specializzate, come i Gamblers anonymous (simile agli Alcolisti anonimi) negli Usa, o Sos Jouers in Francia. E in Germania ci sono 80 centri di disintossicazione, in genere presso i reparti psichiatrici degli ospedali.
Dipendenza.
Il “mal d’ azzardo”, comunque, colpirebbe in forme più o meno gravi soltanto il 5 per cento dei giocatori abituali. Gli altri sono persone perfettamente razionali, pur essendo disposte di tanto in tanto a compiere un atto contrario alla logica: ogni gioco, infatti, è studiato per far perdere la maggioranza dei giocatori. A dirlo è la teoria delle probabilità, nata nel Seicento dagli studi del matematico Blaise Pascal, proprio per calcolare i rischi del gioco e le tecniche per vincere. Vediamo a quali conclusioni è arrivata, dopo trecento anni.

– Così si vince
«Il sistema più semplice e più conosciuto è quello del raddoppio, che si può usare con tutti i giochi che danno due possibilità, per esempio rosso e nero alla roulette», spiega Giorgio Dall’Aglio, docente di Statistica all’università La Sapienza di Roma. «Si parte puntando mille lire sul rosso: se si vince si smette, altrimenti si continua puntando una posta doppia, e così via. I problemi? Si deve avere un capitale illimitato, perché se per esempio il rosso non esce per 21 volte consecutive, alla ventiduesima volta si deve puntare più di un miliardo ». E la vincita finale, tenendo conto delle perdite precedenti, rimane di sole mille lire, quindi per accumulare una grossa cifra si deve disporre anche di una vita illimitata.
I ritardi non pagano. Poi c’è il sistema dei ritardi, notissimo agli appassionati del lotto. Consiste nel puntare sui numeri che non escono da molte settimane, contando sul fatto che prima o poi dovranno uscire per forza. «Eh no! Chi la pensa così non conosce la statistica», spiega Domenico Costantini, studioso di Teoria delle probabilità all’università di Genova. «E’ vero, infatti, che è molto improbabile che un numero, diciamo il 13, non esca per cento settimane. Però non è vero che la centounesima settimana abbia maggiori probabilità di essere estratto ». Perché? «Perché, come si dice, “la sorte non ha memoria”. La statistica richiede che le 100 settimane siano scelte a caso. Se si prendono proprio quelle in cui il 13 è mancato, la probabilità è “condizionata”: di conseguenza le formule cambiano, e danno per la centounesima settimana una probabilità che esca il 13 identica a quella che si aveva la prima settimana».
Non frazionate le giocate. Un altro consiglio che arriva dalla statistica è quello di non frazionare le giocate. «Se, per esempio, si vogliono raddoppiare centomila lire alla roulette, conviene puntare tutto sul rosso (o sul nero). Le probabilità di vincere sono circa 49 su 100, un po’ meno della metà perché c’è anche lo zero. Puntando invece 10 mila lire per volta, le probabilità diventano 37 su 100, e in media l’obiettivo si raggiunge in 98 puntate », spiega Dall’Aglio. Il fatto che la puntata secca appaia più rischiosa è solo la dimostrazione di quanto poco affidabile sia il “buonsenso” avendo che fare con l’azzardo.
Sfruttare la psicologia. Una volta capito questo, si può anche cercare di sfruttare la psicologia della maggioranza. Per esempio in lotterie come quella ideata dallo Stato Usa del Massachusetts. Ogni settimana si estraeva un numero di quattro cifre, e il montepremi veniva diviso tra chi lo indovinava: uno studio statistico ha dimostrato che i numeri vicini a 0000 e 9999 venivano giocati raramente. E se uscivano pagavano di più, pur essendo egualmente probabili.

– Danno all’economia
«Il modo migliore di vincere è quello di non giocare », dice Costantini. Ma allora come si spiega il crescente successo in tutto il mondo delle lotterie e delle scommesse? In genere chi gioca lo fa perché desidera vivere in una dimensione irrazionale: il gioco d’azzardo è una classica situazione di scelta in condizioni di incertezza, perché il giocatore non ha informazioni sufficienti e deve quindi basarsi su elementi irrazionali. Questo bisogno di irrazionalità può addirittura danneggiare una nazione, se supera un certo livello. In Inghilterra, per esempio, nel corso del 1995 sono stati dirottati sulla lotteria 5 miliardi di sterline, più di quanto gli inglesi spendono in un anno in libri, o in pane. Secondo stime dell’economista David Mackie, un simile investimento in attività improduttive ha rallentato la crescita economica di mezzo punto percentuale.

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Tre curiosità sui colori. [Tutto sui colori. Parte 5/5]

Rosso come un fischio, sonoro come un limone
Gli italiani sinestetici dovrebbero essere circa duemila: 1.500 donne e 500 uomini. Lo afferma il neurologo inglese Richard Cytowic, il primo ad avere studiato questo singolare fenomeno in maniera sistematica. Di cosa si tratta? Letteralmente “sinestesia” significa fusione dei sensi. In pratica, i sinestetici percepiscono forme, suoni e colori in maniera diversa rispetto alle altre persone: alcuni vedono un colore associato a ciascun numero; altri descrivono un sapore come “appuntito” o “sferico”. Un caso famoso è quello del pittore Vasilij Kandinskij, che vedeva i suoni e sentiva i colori: intitolò addirittura una sua composizione “Il suono giallo”. Il fenomeno della sinestesia dimostra quanto il nostro concetto di colore sia legato all’elaborazione cerebrale, che nei sintestetici non avviene nella corteccia ma nelle zone più “profonde” del cervello. Lo psicologo inglese Baron-Cohen ha addirittura ipotizzato che la fusione dei sensi sia normale nei neonati, e che solo nel successivo sviluppo si perda la capacità di distinguere i “colori della musica”.

Un bagno di giallo, per sconfiggere la gastrite?
Con i colori si può anche guarire? La cromoterapia è il sistema più efficace per curare una delle malattie più gravi dei neonati, l’ittero nel sangue. Da oltre trenta anni, negli ospedali, i piccoli pazienti che nascono con un eccesso di bilirubina nel sangue (cioè la sostanza prodotta dalla disgregazione dei globuli rossi, che vengono sostituiti da quelli nuovi) vengono posti sotto lampade a luce blu: i raggi ultravioletti, combinandosi con questa sostanza, in parte la distruggono, in parte la trasformano in un composto biochimico che l’organismo del neonato riesce a eliminare più facilmente. Questo è l’unico esempio di cromoterapia che la medicina ufficiale applica sistematicamente. Tutti gli altri impieghi, non avendo risultati altrettanto significativi, sono visti con grande scetticismo. «Invece noi conosciamo il colore giusto per ogni patologia, da somministrare nella forma di luce colorata irradiata sulla parte ammalata, alimenti e abbigliamento», sostiene il cromoterapeuta Gianni Camattari, del centro di psicologia integrata di Milano. «Gli stress si curano per esempio somministrando del blu, i disturbi muscolari con il verde, i disturbi polmonari e gastro-intestinali con il giallo, le depressioni e le infiammazioni con il rosso». Già gli antichi facevano ricorso a questo metodo: i templi egizi di Karnak e Tebe erano dedicati infatti alla cura del colore, mentre gli antichi romani usavano impiastri rossi (di porpora) per cicatrizzare le ferite. «L’azione terapeutica del colore si basa su un principio fisico, e cioè l’impatto delle vibrazioni elettromagnetiche prodotte dalla luce di una certa lunghezza d’onda sulle nostre cellule. E’ chiaro tuttavia che i benefici di questa pratica sono molto blandi», ammette Camattari. E infatti non possono sostituire i trattamenti tradizionali. Tutt’al più, sostengono alcuni medici, non essendoci controindicazioni, la terapia dei colori si può usare, ma come appoggio a quella farmacologica.

Ne vediamo al massimo 200
Per tradizione i colori sono sette: rosso, arancione, giallo, verde, azzurro, indaco e violetto. Questa suddivisione fu proposta da Isaac Newton nel 1672, probabilmente sotto l’influenza degli atteggiamenti mistici dell’epoca. Il sette era infatti considerato un numero di alto valore simbolico: sette erano i cieli (e il settimo coincideva con il Paradiso); sette erano le età dell’umanità secondo Sant’Agostino; sette erano i peccati capitali e le virtù teologali, e sette erano anche i sacramenti della Chiesa cattolica. In realtà i colori sono infiniti, poiché basta una minima variazione di lunghezza d’onda perché all’ occhio arrivi uno stimolo differente. Quindi lo “spettro” (cioè l’insieme di tutti i colori) contiene un numero illimitato di tonalità che sfumano l’una nell’altra. Ma quante ne può distinguere l’occhio umano? Indagini sperimentali hanno concluso che una persona con una vista normale arriva mediamente a distinguere 200 colori, ma soltanto se le sfumature simili sono accostate l’una all’altra, permettendo al cervello di notare il contrasto.

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…che più bianco non si può! [Tutto sui colori. Parte 4/5]

Dai detersivi “truccati” ai segreti delle bolle di sapone: tutti i perché dei colori più comuni.

Sono stati contati oltre dieci meccanismi di formazione del colore. Vediamo quali sono i principali, con alcuni esempi. Tutto dipende dal fatto che la luce viene assorbita, deviata e riemessa da atomi e molecole. Solo così si spiegano alcune stranezze, per esempio come mai l’aria è trasparente, mentre il cielo è azzurro.

Esiste il “bianco più bianco del bianco”?
In alcuni rari casi l’energia assorbita da un corpo viene riemessa trasformata: questo fenomeno si chiama fluorescenza, ed è sfruttato, per esempio, negli sbiancanti per i detersivi. Gli sbiancanti assorbono la luce ultravioletta del sole e la riemettono con un’energia inferiore, che cade nella zona del blu. E’ così che si crea l’impressione di un bucato “più bianco del bianco”: la luce “emessa” da lenzuola e tovaglie è effettivamente più intensa di quella che le colpisce, e in più possiede una componente blu che conferisce al bianco una sfumatura “elettrica”.

Perché il cielo è azzurro?
In teoria l’aria è trasparente, perché è composta da innumerevoli molecole di ossigeno, azoto, vapor d’acqua, anidride carbonica, che non sono in grado di assorbire la luce. La presenza di queste molecole, però, dà luogo a un fenomeno che si chiama “diffusione”, cioè una riflessione in tutte le direzioni della luce stessa: è da questa che nasce la luminosità del cielo diurno. La diffusione, però, non è “democratica”: preferisce le onde più corte, cioè quelle azzurre, e quindi il cielo è molto più ricco di azzurro diffuso che non di altri colori. Lo stesso fenomeno si verifica per tutte le sospensioni di particelle microscopiche, come il banale fumo di sigaretta.

Perché il sole è giallo?
La responsabilità è ancora della diffusione: la luce del sole risulta infatti impoverita di azzurro, perché questo colore viene diffuso più degli altri e “trasferito” nella volta del cielo. Il fenomeno si accentua quando i raggi solari seguono una traiettoria obliqua, che allunga il loro tragitto nell’atmosfera. Ecco perché al tramonto il sole si arrossa, mentre il cielo appare di un azzurro più intenso.

Perché la neve è bianca?
L’acqua non assorbe la luce, se non molto debolmente. Nella neve, però, l’acqua si trova in forma di granuli, che provvedono a riflettere o a deviare (in un fenomeno chiamato rifrazione) la luce che li colpisce, e a diffonderla in tutte le direzioni. Il risultato è che tutte le frequenze ritornano all’occhio e la neve appare bianca anziché trasparente. Lo stesso si verifica nelle polveri cristalline che non assorbono luce, come per esempio lo zucchero, il sale, l’aspirina Perché i metalli hanno colori più lucenti? Nei metalli vagano liberi moltissimi elettroni, e ciò li rende ottimi conduttori elettrici. Gli elettroni liberi, però, si oppongono alla propagazione della luce, ed è per questo che l’onda luminosa in arrivo viene riflessa quasi senza perdere energia. I metalli bianchi come l’argento, quindi, sono specchi quasi perfetti (purché siano levigati, altrimenti la luce rimbalza in tutte le direzioni, dando un aspetto opaco alla superficie). Nei metalli colorati alcune frequenze luminose vengono invece assorbite, ma l’intensità della luce rie-messa è comunque maggiore che nelle altre sostanze opache.

Perché sott’acqua i colori sono alterati?
L’acqua riflette un po’ della luce che la colpisce (è questo che ci permette di scorgere la superficie del mare) e assume quindi un colore simile a quello del cielo. Le sue molecole, però, hanno la capacità di assorbire la radiazione infrarossa, ovvero il calore, e questa capacità si estende un po’ anche al colore rosso. Bisogna però scendere almeno fino a trenta metri perché si perda ogni tono di rosso, e tutto assuma un aspetto verdastro.

Perché le bolle di sapone sono iridescenti?
Dipende da un fenomeno chiamato interferenza, che si verifica quando due onde si sommano: nelle bolle di sapone (come anche in uno strato di olio sull’acqua) una parte della luce incidente viene riflessa dalla superficie esterna della bolla, mentre una parte viene riflessa dalla superficie interna dopo una piccola deviazione. La somma delle due componenti dà origine a onde di lunghezza (e quindi di colore) variabile a seconda dell’angolo di osservazione. Quando la pellicola diventa troppo sottile il fenomeno scompare.

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