Psiche e Soma

Ricette per una vita migliore!

Category: malattie (Page 2 of 9)

Cancro. Curarsi a tavola.

Niente fumo. Attenzione all’inquinamento urbano. Attività fisica. Ma soprattutto rigoroso controllo della dieta.

Sono queste le regole generali della prevenzione dei tumori: e se dei danni provocati dal fumo si sa ormai quasi tutto, è proprio l’alimentazione ad avere assunto un ruolo importante, negli ultimi anni. Nel processo di cancerogenesi il fattore alimentare ha un ruolo valutabile fra il 30 e il 60 per cento. La percentuale è variabile soprattutto perché è difficile una precisa valutazione dei modelli alimentari del singolo, che spesso non hanno regole fisse.
In termini generali, però, due elementi vengono considerati un vero fattore di rischio: l’eccesso di grassi (in particolare di origine animale), e il sovrappeso, collegato all’ eccessivo introito calorico. Una alimentazione molto ricca in grassi è correlata con l’incremento di rischio del tumori al colon e alla mammella, mentre chi è in sovrappeso si ammala più facilmente (almeno secondo le statistiche) di tumore all’endometrio (la mucosa uterina), all’intestino, alla prostata e ancora alla mammella. Per quest’ultimo, addirittura, sembra che un peso eccessivo nelle giovani dopo le prime mestruazioni rappresenti un fattore di rischio significativo. Da non sottovalutare inoltre il problema rappresentato dall’alcol. L’assunzione di quantità elevate di alcolici è statisticamente correlata con l’aumento del tumore al cavo orale e all’esofago. E il rischio è moltiplicato per chi beve e fuma, insieme. Infine, una alimentazione che prevede un abbondante impiego di cibi conservati in salamoia può creare seri problemi oncologici allo stomaco.
Esiste una dieta antitumore?
Esiste una dieta che riduce i rischi. E’ quella a base di pasta, pane, riso, pesce, olio d’oliva (che può avere azione antiossidante), frutta e verdura fresca e cruda. In questi ultimi alimenti, oltre alle fibre, sono presenti diverse vitamine (soprattutto C e A, sotto forma di provitamina betacarotene), e avere le vitamine direttamente dagli alimenti è più utile, perché nei vegetali sono presenti altre sostanze (fenoli e indoli) ad azione potenzialmente protettiva. Infine non vanno dimenticati i prodotti caseari leggeri, per l’apporto in calcio. Proprio il calcio sembra svolgere una azione protettiva nei confronti delle cellule intestinali. In particolare ne riduce la proliferazione (e dunque blocca anche un eccessivo sviluppo di eventuali cellule cancerogene) e contrasta l’effetto dei grassi in eccesso, riducendo la trasformazione dei pericolosi sali biliari. Per valutare l’entità di questa azione protettiva è partita una indagine che coinvolge diversi centri di ricerca europei. In pratica, nelle persone ad alto rischio, perché già operate per la presenza di un polipo intestinale, si sta valutando l’effetto della dieta nei confronti della formazione di nuove forme tumorali. Qualcosa di simile avviene anche a livello dello stomaco. Si è visto, infatti, che la somministrazione quotidiana di un supplemento di vitamina C alla dieta può risultare utile ai pazienti ad alto rischio. Come avviene l’indagine? Dopo aver bonificato lo stomaco dalla presenza dell’Helicobacter pylori (un batterio potenzialmente tossico per la mucosa) con antibiotici, si somministra vitamina C a una serie di pazienti, mentre altri seguono la normale dieta. Presto si saprà se questo tipo di prevenzione è applicabile su larga scala. E’ invece già noto l’effetto benefico delle fibre: esse acidificano l’ambiente intestinale, migliorando così la flora batterica, e soprattutto riducono l’eventuale tempo di contatto, con le pareti intestinali, delle sostanze cancerogene eventualmente presenti. Sia inglobando queste ultime nella propria massa, sia accelerando comunque il transito delle feci nell’intestino.

firma.png

Che tosse!

Corpi estranei, irritazioni, batteri, acidità di stomaco: tutte cause del problema della tosse. Che a volte però va lasciata sfogare.

È un suono familiare in questo periodo dell’anno, soprattutto nei luoghi affollati. E non si tratta della suoneria dei cellulari. Molti lo liquidano come un fastidio stagionale; eppure la tosse – di questo stiamo parlando – è prima di tutto un importante meccanismo di difesa. Che ci protegge da oltre un centinaio di malattie diverse.
È proprio grazie a questa improvvisa e rumorosa espulsione dell’aria che riusciamo a liberarci delle sostanze irritanti, delle impurità, dei microrganismi o del muco che potrebbero ostacolare la respirazione. La tosse non è una malattia,ma un sintomo. È il segnale che c’è qualcosa che non va in un punto di passaggio dell’aria. Ed è uno strumento spesso efficace per rimettere le cose a posto.

Un sistema di pulizia
Lungo le vie respiratorie esistono vari sistemi in grado di ostacolare l’ingresso di particelle potenzialmente nocive. In primo luogo un meccanismo di pulizia messo in atto dai sottili filuzzi di cui sono munite le cellule della parete bronchiale, le “ciglia”. Queste, muovendosi, frenano l’avanzata delle particelle inspirate e le spingono verso l’esterno.Altre strutture specializzate producono il muco, in cui sono intrappolati gli elementi esterni. Ma il meccanismo non è sempre sufficiente. Quando le ciglia non sono in grado di espellere il muco, scatta il colpo di tosse. Quando l’aria è spinta fuori dai polmoni a una velocità di 600-800 chilometri l’ora, espelle anche ciò che aveva scatenato il colpo di tosse.Le vie respiratorie sono ripulite, e si può tornare a respirare normalmente. Secondo gli ultimi dati statistici, la tosse è sempre più diffusa a causa dell’inquinamento atmosferico e dell’abitudine di fumare, fattori che provocano entrambi irritazione delle vie aeree.

Perché si innesca
Si calcola che sia presente nel 5- 20 per cento della popolazione, tanto da essere la terza causa della consultazione del medico. E la diagnosi non è per nulla scontata: secondo gli esperti a provocare la tosse possono essere almeno 120 cause differenti. Quella principale, soprattutto nella stagione invernale, è un’infezione delle vie respiratorie; per lo più una laringite, una tracheite o una bronchite. Se non è questo il caso, le cause sono meno comuni.Una tosse che arriva all’improvviso può essere, specie nei bambini, una forma nervosa legata a particolari stati ansiosi. Se poi colpisce un anziano dopo uno sforzo fisico, la ragione potrebbe essere uno scompenso cardiaco che accumula liquido all’interno dei polmoni, fino a invadere le vie respiratorie causando un edema polmonare.

Quando persiste
In alcuni casi può accadere che la tosse duri settimane e mesi. La causa più comune è la bronchite cronica, una malattia che colpisce quasi esclusivamente fumatori ed ex-fumatori. Ma a volte la tosse persistente non ha nulla a che fare con il fumo. Chi ne è vittima proprio non riesce a capirne la ragione. Le cause principali sono tre. Nel 40-45 per cento dei casi è dovuta a un gocciolamento retronasale.Nella parte posteriore del naso può esserci un gocciolamento continuo che irrita i recettori della tosse.  Nel 30-35 per cento dei casi, invece, la causa è un’asma bronchiale, una malattia allergica accompagnata da altri due sintomi: i sibili e le difficoltà respiratorie. Infine una comune causa di tosse persistente è il reflusso gastroesofageo. Quando il contenuto dello stomaco rifluisce nell’esofago, a volte le goccioline acide stimolano i recettori della tosse. Non si deve pensare che la tosse si presenti sempre allo stesso modo. Se non è accompagnata da secrezioni, la tosse è secca; se invece è prodotto catarro, viene definita grassa o “produttiva”. Tosse secca e grassa sono curate in modo radicalmente diverso. Nel primo caso, in genere, l’accesso di tosse risponde alla necessità dell’organismo di liberare le vie respiratorie. La tosse di questo tipo è quella dei fumatori o, negli asmatici, come reazione ai bronchi ristretti dalla malattia. La tosse grassa, invece, segue bronchiti, broncopolmoniti e altre infiammazioni delle basse vie respiratorie. È quasi sempre accompagnata dall’espulsione di muco, che assume caratteristiche diverse in base allo stato dell’infezione.

Sedare o potenziare?
La tosse, a prescindere dalla causa, è una manna per i farmacisti. Le medicine per curare la tosse, infatti, sono tra le più vendute al mondo. Ma non sempre eliminare la tosse è la strada giusta. Si rischia anche di peggiorare la malattia. È più importante capire se la tosse va sedata o resa più efficiente. La tosse secca di solito va combattuta per attenuarne l’intensità e la frequenza. Gli antitosse si dividono in centrali e periferici. I primi riducono l’intensità dello stimolo che proviene dal “centro della tosse”. Il più diffuso è la codeina, sostanza simile all’eroina, e per questo va assunta per brevi periodi. I secondi, invece, bloccano i recettori periferici. Per la tosse grassa si usano invece i mucolitici (come la carbocisteina o l’acetilcisteina), che diminuiscono la viscosità del muco. Che non deve rimanere nei bronchi, perché potrebbe favorire l’insediamento di infezioni.

Rimedi “casalinghi”
Per calmare la tosse e nello stesso tempo idratare le secrezioni respiratorie (facilitandone quindi l’espulsione) esistono anche numerosi sistemi casalinghi. Anzitutto bisogna bere molto.La nonna consiglia generalmente di sorseggiare tè o latte caldo. Sempre per fluidificare le secrezioni, può essere utile umidificare l’ambiente o ricorrere a un aerosol.

firma.png

La steatosi epatica. Cosa è e cosa fare.

Ne soffre circa un quarto della popolazione adulta dei Paesi occidentali. Per fortuna nella maggior parte dei casi la steatosi epatica concede tutto il tempo per correggere i fattori che ne hanno favorito la comparsa senza compromettere il funzionamento del fegato, ma non va sottovalutata. In un discreto numero di casi, infatti, può andare incontro a evoluzione, con la comparsa di un danno progressivamente maggiore del fegato, fino ad arrivare, nei più sfortunati, alla cirrosi. Il primo segno è in genere rappresentato dal fatto di avere un fegato “brillante” all’ ecografia: a farlo brillare è l’ eccessivo accumulo di grasso nelle sue cellule, quello che viene appunto definito come “steatosi”. Limiti In condizioni normali il fegato contiene grasso per non più del 5% del totale: si parla di steatosi quando si supera questo limite, anche se in realtà per essere visibile all’ ecografia la quota deve superare il 30%. Una condizione che viene in genere scoperta per caso, magari perché facendo gli esami del sangue si trovano valori di “transaminasi” o di “gamma GT”, gli esami tipici del fegato, alterati, per cui il medico consiglia un’ ecografia. Più spesso però gli esami sono normali e l’ accumulo di grasso viene svelato perché, facendo un’ ecografia per tutt’ altro motivo, si scopre di avere un fegato “brillante”. Una condizione che un tempo veniva ricondotta all’ eccessivo consumo di alcol, che in realtà si è visto essere in causa solo in una parte dei casi. Più spesso l’ accumulo di grasso non è assolutamente legato all’ alcol: si parla in questi casi di “steatosi non-alcolica”. «È la malattia delle persone sane, di chi mangia bene e fa una bella vita» puntualizza il professor Gaetano Ideo, direttore del Dipartimento di Epatologia dell’ Ospedale San Giuseppe di Milano. Ma non solo: è anche una condizione molto frequente in chi è colpito da una delle malattie tipiche del mondo occidentale. «Nell’ 80-90% dei casi le cause sono dismetaboliche: – prosegue l’ esperto – sono pazienti in soprappeso, che fanno poco movimento, che sono affetti da diabete o da dislipidemia (colesterolo e/o trigliceridi alti)». C’ è poi una parte di soggetti in cui esiste una predisposizione genetica. «Ci sono giovani di 20 anni con steatosi che non sono in sovrappeso e che hanno il colesterolo normale, – aggiunge Ideo – ma quando si va a indagare si scopre che hanno una familiarità per malattie cardiovascolari o per diabete».

La Nash
Oltre alla sempre maggiore diffusione del problema, ciò che preoccupa gli esperti è la possibilità che una parte di queste steatosi possa assumere un andamento progressivo ed evolvere in una forma di epatite, la Nash (Non-alcoholic steatohepatitis), una malattia di cui si è cominciato a parlarne solo negli anni ‘ 80. La steatosi non-alcolica è un termine generico che si riferisce a qualsiasi accumulo di grasso nel fegato che sia indipendente dall’ alcol. La Nash invece indica che l’ accumulo di grasso ha indotto un’ epatite, una reazione infiammatoria . Si stima che circa un quarto dei soggetti con steatosi vadano incontro alla Nash. In questo caso, oltre all’ accumulo di grasso si ha la comparsa nel fegato di fibrosi conseguente ai processi infiammatori. A loro volta una minoranza di coloro che sviluppano una Nash, si calcola intorno al 15%, possono presentare un’ ulteriore evoluzione in cirrosi.

Come rimediare
Che cosa fare, dunque, se si scopre un fegato grasso? In primo luogo, è necessario capire qual è la causa della steatosi . Quando la si trova, non bisogna adagiarsi sul consiglio un po’ generico di non mangiare troppi grassi. Bisogna procedere a uno studio adeguato del fegato per vedere quali sono le cause. Sarà opportuno effettuare, oltre agli esami di funzionalità del fegato, la ricerca dei virus dell’ epatite, in particolare quello della C, e delle diverse malattie la cui presenza favorisce la steatosi, oltre a considerare eventuali farmaci in grado di provocarla. Sarebbe utile, inoltre, escludere l’ eventuale presenza di steatosi in tutti coloro che hanno condizioni di rischio, quali diabete, obesità, alterazione dei livelli di colesterolo e trigliceridi. Anche perché queste sono tutte condizioni che non danno disturbi e si rischia di accorgersi dalla steatosi che vi si accompagna solo quando il danno strutturale del fegato è già comparso.

La cura
Una volta inquadrato il problema, la terapia principale consiste nell’ eliminare o tenere sotto stretto controllo i fattori che hanno favorito la steatosi: si tratta di correggere le alterazioni di colesterolo e trigliceridi, di controllare il diabete con una terapia più aggressiva, di dimagrire in caso di obesità. La perdita di peso grazie alla dieta e all’ aumento dell’ attività fisica è sicuramente in grado di far «dimagrire» anche il fegato.
Via

firma.png

Bambini senza mal di schiena

Vi scrivo per farvi conoscere come i bambini devono stare in classe, seduti ad ascoltare le lezioni o intenti a scrivere. Saperlo vi aiuterà a prevenire il mal di schiena ai vostri bambini.

Molto spesso la postura è una questione di banco, che deve essere, prima di tutto, adeguato alla statura del bambino, dal momento che una posizione viziata può provocare, anche nei bambini, mal di schiena. Altro fattore cui prestare attenzione è che l’ alunno non abbia difficoltà di visione o problemi di udito, che potrebbero indurlo a protendersi in avanti, in una posizione non corretta, per sentire o vedere meglio. Molto spesso, poi, la scelta del posto in classe avviene sulla base delle amicizie e non della statura, cosicché capita che i più piccini debbano sedersi male per riuscire a vedere, se hanno davanti un compagno più alto. Impossibile pretendere che i bambini stiano seduti a lungo nella stessa posizione: i bambini devono assumere una postura non rigida, ma dovrebbero appoggiare bene la schiena al sedile e non accavallare le gambe. Mentre ascoltano, i bambini dovrebbero appoggiare i gomiti sul banco. E’ auspicabile, infine, che, tra un’ ora e l’ altra, i bambini possano sgranchirsi un po’ le gambe.

Con in spalla lo zainetto
Le ricerche fino ad ora eseguite hanno escluso una correlazione diretta tra peso dello zaino scolastico e insorgenza di patologie della colonna, quali la scoliosi. E’ comunque preferibile che lo zainetto dei bambini non sia eccessivamente pesante e che venga indossato dal bambino in modo che il peso risulti ben bilanciato. Ecco, allora, alcuni consigli. Lo zaino deve essere leggero e non troppo grande, adeguato alla statura del bambino. E’ meglio usare sempre tutte e due le spalle per portare lo zainetto e la cintura di fissaggio addominale. Saltuariamente è opportuno utilizzare lo zainetto come se fosse una cartella, con l’ apposita maniglia (se il peso non è eccessivo), alternando la mano. Non sovraccaricare lo zainetto con materiale inutile. Non sollevare lo zainetto rapidamente o bruscamente. Non correre con il peso dello zainetto pieno in spalla. Non “tirare” i compagni per lo zainetto.

firma.png

Hai in bocca un’amalgama al mercurio?


Le amalgame al mercurio sono state molto utilizzate dai dentisti italiani e mondiali, infatti credo che una buona parte dei lettori in questo momento si starà toccando con la lingua il suo dente ripieno di mercurio.
A parte il fatto che non andrebbero usate perchè inquinano in maniera impressionante (secondo un rapporto dell’OMS il mercurio delle amalgame è ben il 53% del mercurio che viene rilasciato ogni anno nell’ambiente), sono anche pericolose per la nostra salute poichè, come già saprete, il mercurio è molto tossico per l’uomo e viene rilasciato lentamente nell’ organismo.
Sebbene non ci siano dati certi che ne confermino la pericolosità, io credo che di fronte anche ad un minimo dubbio (ed in questo caso il dubbio è più che minimo, nei paesi scandinavi sono le amalgame al mercurio sono vietate) si dovrebbe evitare di utilizzarle (dato che ci sono alternative più sicure) e, nel caso siano già state utlizzate, si dovrebbe procedere alla rimozione e alla sostituzione.
Ma la rimozione non va presa sotto gamba, è un momento molto delicato perchè l’amalgama viene vaporizzata e ci si può esporre al mercurio in maniera acuta e così potremmo trovarci con un’intossicazione acuta che si sovrappone a quella cronica (in un altro post ho già  parlato dei sintomi e della diagnosi dell’intossicazioni da mercurio).
Prima di procedere alla rimozione è il caso che vi leggiate LINEE GUIDE SULLA RIMOZIONE PROTETTA DELL’AMALGAMA, presentate dalla Accademia Internazionale di Odontoiatria Biologica.

· L’emissione di mercurio è causata dal contatto della fresa con l’otturazione. Minore è il percorso di contatto, minore è l’esposizione. Da evitare la classica tecnica di smontaggio totale dell’otturazione per usura è il sistema che porta la fresa in contatto continuo con l’amalgama ed è quindi il più dannoso. Il dentista è portato ad operare così in funzione della grande efficienza del trapano-turbina e di fatto rimane il sistema con cui si smonta qualsiasi altro materiale.
Idealmente l’amalgama va disincastonata dal dente senza toccarla o con il minor numero di passaggi possibili nel materiale.

· Le frese ideali per la rimozione sono sottili e lunghe fiamme in carburo di tungsteno, magari monouso. Il disegno lamellare delle frese in carburo di tungsteno permette un taglio netto con una temperatura di contatto più bassa e quindi minore emissione.
Da evitare le frese diamantate che hanno per loro natura un taglio di tipo abrasivo ed un coefficiente di attrito alto. (Attrito = Calore).

· Utilizzare strumenti rotanti con basso numero di giri ed alto torque; tendenzialmente è meglio il moltiplicatore anello rosso alla turbina.

· Aumentare al massimo il raffreddamento della fresa, scegliere manipoli con ugelli multipli e con getti in buone condizioni. Se possibili portare al massimo la portata di acqua ed abbassare la quantità di aria nello spray per evitare di soffiare in giro mercurio.

· Una volta tagliato il margine periferico dell’otturazione è possibile sganciarla dal dente, che la ritiene meccanicamente e senza adesione chimica, tramite l’uso di piccole leve ed escavatori. Non occorre forzare e bisogna porre attenzione alle pareti sottili del dente.

· La diga di gomma (foglio di lattice che ricopre la bocca lasciando fuori i soli denti da trattare) è un ausilio sempre importante: (1) fa da contenimento per eventuali particelle prodotte durante il taglio dell’amalgama, (2) ha un parziale effetto membrana che isola la bocca, (3) è fondamentale per tutte le procedure di ricostruzione con materiali adesivi, per evitare la contaminazione del dente da parte della saliva, (4) inoltre aumenta notevolmente la visibilità della zona e facilita la precisione di lavoro.
Se esiste un singolo indice che identifica un buon professionista questo è probabilmente il fatto che usi di routine la diga di gomma per le varie procedure odontoiatriche.

· L’aspirazione è fondamentale! Risulta del tutto insufficiente l’aspira-saliva, deputato unicamente ad evacuare liquidi da una pozza. Per avere un effetto di eliminazione di fumi e vapori serve l’aspirazione chirurgica con cannule larghe (alta portata) ed un buon motore aspirante. L’ideale è aggiungere sulla testa dell’aspiratore una mini-cappa di plastica (es. Clean-Up) che non pone problemi alle operazioni ma che aumenta l’efficacia della canalizzazione di eventuali vapori liberati. Oltre ai tradizionali aspiratori chirurgici “monouso” (mai mettere oggetti contaminati da amalgama in autoclave!!) esistono vari tipi di cannule dedicate allo scopo.

· La ventilazione ed il contenimento della zona di lavoro sono importanti tanto per il paziente quanto per lo staff odontoiatrico. Vale il concetto che più vicino alla zona di produzione dei fumi si effettua l’aspirazione ed il ricambio d’aria, minore è la dispersione dei vapori stessi e minore è la quantità di aria da muovere. I vari sistemi di aspirazione ambientale da posizionare attorno al campo operatorio hanno questa ratio e servono per contenere l’emissione di nuvole tossiche.

· Il paziente e l’operatore possono essere protetti dall’inalazione nasale di vapore di mercurio attraverso vari accorgimenti: (1) mascherine con filtri al carbonio o ioduri specifici per il vapore di mercurio, (2) caschi integrali con filtri, (3) mascherine nasali con flusso di aria non contaminata. Non è chiaro se esista un beneficio ad utilizzare l’ossigeno, che rischia di essere ossidante e facilitare l’assorbimento di mercurio.

· La fretta è incompatibile con la bonifica delle otturazioni in amalgama. Rimuovere più otturazioni per appuntamento e far trascorrere tempi brevi tra le rimozioni stesse tende a sovrapporre eventuali picchi di esposizione, senza particolari benefici se non quelli della praticità operative.
La rimozione di una otturazione al mese rimane l’indicazione più sensata.

Io vi consiglierei anche di stamparle e farle leggere al vostro dentista nel caso pensi che rimuovere l’otturazione sia una cosa da prendere alla leggera (e di dentisti che la pensano così ce ne sono a centinaia).

firma.png

C’è un nuovo batterio resistente a tutto!

Secondo un report pubblicato sul Lancet, una nuova mutazione che rende i batteri resistenti a quasi ogni antibiotico conosciuto per l’uomo si è diffusa sempre più nel subcontinente indiano ed è già “emigrata” sia nel Regno Unito che negli Stati Uniti. Poiché la medicina moderna non può fare nulla per fermarlo, il “superbatterio” NDM-1 potrebbe facilmente diffondersi a livello globale.

L’NDM-1 (o New Delhi metallo-beta-lattamasi) è una mutazione genetica che protegge molti dei più comuni batteri nocivi come l’E. coli e la Klebsiella pneumoniae, con una resistenza agli antibiotici che può anche sopportare i carbapenemi, ovvero gli antibiotici utilizzati come ultima risorsa, quando più comuni farmaci oramai non hanno più effetto. Quel che è peggio è che il gene è stato trovato su plasmidi – piccoli pezzetti di DNA in grado di spostarsi facilmente tra i ceppi di batteri. I dettagli dello studio che ha monitorato la migrazione transcontinentale di questa mutazione sono descritti in questo articolo scritto da Tim Walsh per la rivista The Lancet Infectious Diseases.

Le parole che ha usato Walsh non sono per nulla rassicuranti (!!!) “Questa è potenzialmente la fine. Non ci sono antibiotici in cantiere che hanno attività contro gli Enterobacteriaceae con la mutazione NDM 1.”

La cosa preoccupante è che il gene è molto mobile e non ci sono proprio cure per sconfiggere i batteri con il gene mutato ed è quindi quasi impossibile rallentare la sua diffusione. Alternative agli antibiotici, come i batteriofagi potrebbero essere efficaci nel frenare la diffusione, ma nella pratica medica standard antibiotici sono il nostro modo di trattare le infezioni batteriche e, anche se un trattamento sperimentale è risultato essere efficace ci vorrà un bel po ‘ di tempo per farlo approvare.

Nell’articolo del New York Times (che sto usando come fonte per questo post) dicono che in realtà in giro ci sono molti batteri altamente resistenti (l’MRSA ad esempio), ed ogni volta che ne arriva uno nuovo sulla scena batterica, vengono immediatamente prospettate scene apocalittiche salvo poi, dopo qualche mese, rivedere il tutto e dire che c’è solo una minaccia ma che la situazione non è critica (è già successo 10 anni fa quando un batterio molto resistente si diffuse negli ospedali newyorkesi).

Anche io credo sia molto probabile che sia un tantino esagerato dire che non c’è più via di scampo e che moriremo tutti, ma vorrei vedere questa notizia sotto una prospettiva ancora differente. A differenza dell’influenza suina, la cui notizia è servita solo a vendere antibiotici, in questo caso un po’ di sano panico potrebbe contribuire a ridurre l’uso smodato di antibiotici ed infatti, stranamente, i grandi media sembra che non si siano accorti di questa ghiotta notizia.

firma.png

Che fine ha fatto l’influenza suina?

Vi propongo un post di Waxen che, in modo molto ironico, risponde alla domanda del titolo.

“La pandemia di H1N1 si è conclusa”. Lo ha annunciato l’OMS, casomai qualcuno se la ricordasse ancora.

Secondo l’OMS: “il virus ha ampiamente fatto il suo corso”. Ovvero: “le case farmaceutiche sono finalmente rientrate nelle spese”.

“Sono questi i Risultati del Governo del fare”, ha esultato Topo Gigio.

Il virus è stato debellato. Da oggi lavarsi le mani tornerà ad essere una formalità.

L’H1N1 è uscito di scena. A breve i casting per il virus 2010

Alcune regole per non perdere i capelli.

A soffrire di questo disturbo sono tutti, e tutte, comprese le donne in giovane età. Si stima che nel corso della vita – e quindi per periodi temporanei, per esempio in seguito a uno stress o per l’ assunzione di certi farmaci – l’ alopecia interessi ben il 50% delle donne, che però sono portate a sottovalutare il problema.
La caduta dei capelli è un fenomeno biologicamente complesso, legato a molteplici fattori, quali il processo fisiologico d’ invecchiamento, la predisposizione genetica, il profilo ormonale (che rende più esposto il sesso maschile), agenti climatici e stagionali, lo terapie farmacologiche e lo stress.
Accanto a queste note cause di calvizie, negli ultimi anni sono emerse nuove condizioni che la favoriscono, legate a malsane abitudini di vita: il fumo (vasocostrittore locale, riduce l’ ossigenazione e aumenta la produzione di radicali liberi e androgeni circolanti); l’ eccesso di radiazioni solari (che causerebbero infiammazione del cuoio capelluto e influenzerebbero la sintesi di testosterone: l’ ormone responsabile della miniaturizzazione follicolare con conseguente comparsa della calvizie); l’ attività sportiva eccessiva (che favorirebbe un incremento degli androgeni che agevola i meccanismi ormonali che facilitano la caduta).
Cause eterogenee, quindi, spesso anche transitorie e non ben conosciute, che complicano il campo d’ indagine relativo alla caduta del capello.

Tempestività
Per affrontare tempestivamente il problema, la prima cosa da fare è però proprio individuarne esattamente l’ origine. Solo allora è possibile scegliere la soluzione più idonea. Per una valutazione accurata è necessario rivolgersi allo specialista, in grado di individuare il problema nella sua fattispecie e indicare al paziente il trattamento idoneo. Lo specialista inoltre oggi ha a diposizione molti strumenti di indagine. Se non trattata o se trattata in maniera inadeguata, – conclude la professoressa Tosti – la calvizie peggiora in modo anche rapido: contrariamente a quanto si è soliti pensare la progressione della calvizie non è affatto graduale.

Dalle lozioni ai farmaci. Come rimediare se i capelli stanno già cadendo?
Le lozioni cosmetiche sono indicate soprattutto nelle forme di alopecia in cui non è certa la causa, come la caduta periodica dei capelli. In questo caso, a prescindere dall’ azione degli ingredienti, il cosmetico è utile per l’ effetto tranquillizzante legato al suo utilizzo e per l’ efficacia del massaggio praticato per applicarlo, che attiva la ripresa della crescita di alcuni follicoli. L’ utilità del massaggio è comunque temporanea ed un cosmetico è efficace solo se contiene principi attivi in grado di penetrare nel follicolo. Fra i prodotti in commercio, l’ aminexil ha, per quanto mi risulta, efficacia comprovata nei casi di caduta passeggera dei capelli dovuta a debolezza. Questa molecola agisce contrastando l’ indurimento del collagene perifollicolare (causa di invecchiamento precoce delle radici) e favorendo il prolungamento del ciclo di vita del capello. Per quanto riguarda i farmaci, consigliabili nelle fasi iniziali dell’ alopecia androgenetica, possono arrestare la caduta e indurre ricrescita. La finasteride è efficace per il trattamento della calvizie maschile: agisce sulla causa del problema, arrestando la caduta e permettendo la ricrescita dei capelli.

firma.png

Micosi: vero o falso? Contagiosi pregiudizi.

Le risposte ai dubbi più frequenti. Ecco alcune delle credenze più diffuse in tema di funghi della pelle.

Tutti gli individui sono portatori di alcune specie di funghi.
VERO. Sulla cute ci sono alcuni funghi, detti saprofiti, che in condizioni normali convivono pacificamente con la nostra pelle senza provocare una malattia. Solo in condizioni particolari (sudorazione abbondante, indumenti che non permettono alla pelle di respirare, malattie debilitanti) diventano aggressivi e provocano la micosi.

Tutte le micosi sono contagiose.
FALSO. Solo alcuni tipi possono essere trasmessi, per esempio le tigne. Altri, come la pitiriasi, no.

Le micosi vengono solo alle persone che non si lavano molto.
FALSO. L’ igiene e’ importante, ma da sola non basta. Anche la persona più pulita, se entra in contatto con un’ alta carica di funghi, può ammalarsi.

Alcuni individui sono predisposti ad ammalarsi di micosi.
VERO. Chi suda molto, o ha una pelle che produce molto sebo, va soggetto più facilmente ad alcune micosi, specie la pitiriasi.

Alcune micosi sono più frequenti nel sesso maschile.
VERO. La tinea pedis, per esempio, perchè gli uomini tendono a usare le scarpe chiuse anche d’ estate.

Alcune categorie professionali sono più a rischio di micosi.
VERO. Per esempio veterinari, allevatori e macellai possono prenderle dagli animali; i giardinieri possono infettarsi con miceti del terreno.

Le micosi non guariscono mai.
FALSO. Per risolverle e’ sufficiente una cura, di solito in pomata, per un periodo limitato. Se una micosi non guarisce vuol dire che la terapia e’ scorretta.

Le micosi si scatenano con la primavera.
FALSO. l’ estate il periodo più a rischio.

firma.png

Meglio non prendere questi funghi.

La stagione calda favorisce le micosi cutanee (dette anche funghi. vd immagine…), che perciò devono essere combattute adeguatamente, prima di tutto evitando comportamenti sbagliati nei luoghi che sono più a rischio.
I miceti prediligono il caldo e l’ umido, e sono un po’ dappertutto: alcuni sono innocui, si trovano sulla pelle e solo in condizioni particolari diventano più aggressivi provocando le micosi, ma non si possono trasmettere da un individuo a un altro; altri invece sono contagiosi, e li si può prendere per contatto dal terreno, dove sono diffusi, oppure da una persona o da un animale che ha la micosi, oppure da tessuti, indumenti, materiali vari che sono stati toccati da portatori dell’ infezione.
D’ estate il clima, la maggiore sudorazione, l’ abitudine di frequentare luoghi affollati e piscine, sono fattori che favoriscono queste malattie della pelle, che possono presentarsi in modi diversi. Vediamo quali sono le situazioni più a rischio per le micosi e come si curano.

In viaggio
Se si viaggia in paesi tropicali, o comunque dal clima caldo e umido, e’ facile contrarre una micosi. Per prevenirla bisogna evitare di camminare a piedi nudi in luoghi promiscui (piscine, docce e anche nelle camere d’ albergo), di utilizzare asciugamani e accessori di uso comune, di stendersi sulla sdraio senza il proprio telo, di bagnarsi in fiumi e in acque di dubbia pulizia; inoltre bisogna curare l’ igiene personale, mantenendo ben pulita e asciutta la pelle.

Lo sport
La sudorazione abbondante, spesso accentuata da un abbigliamento che non consente una buona traspirazione, l’ utilizzo di spogliatoi e docce in comune, alcuni materiali presenti negli ambienti sportivi, primo fra tutti il legno, sono i fattori che espongono gli sportivi al rischio di micosi.
La micosi più caratteristica dello sportivo e’ il “piede d’ atleta”, che compare sulla pianta del piede o più spesso negli spazi fra le dita. Colpisce soprattutto chi pratica calcio, corsa, jogging, cioè sport che sollecitano molto i piedi e li costringono a lungo in calzature chiuse. Ciclisti, motociclisti e fantini sono invece più spesso afflitti dalla “tinea cruris”, che colpisce l’ inguine e tende a estendersi verso le cosce, favorita da tute e pantaloni aderenti.
Per prevenire queste micosi bastano semplici norme igieniche: cambiare spesso gli indumenti, soprattutto dopo avere praticato l’ attività fisica; evitare i tessuti sintetici e usare invece quelli naturali, come cotone, lino e seta; se lo sport preferito e’ la corsa o il jogging, usare scarpe adeguate, mettendo sempre le calze, e non indossarle in altre occasioni; non camminare a piedi nudi in docce, piscine e altri luoghi pubblici; usare solo asciugamani, accappatoi e ciabatte personali. Per lavarsi, meglio una doccia breve piuttosto che un bagno: se la pelle resta troppo a contatto con l’ acqua, lo strato più superficiale si macera e in questo modo i funghi attecchiscono più facilmente. Terminata la doccia, bisogna asciugarsi con cura, specie nelle pieghe della pelle.

Gli animali
Gli animali domestici, dai comuni cani e gatti ai più particolari, come i pappagallini esotici, possono ammalarsi di micosi e trasmetterle all’ uomo. Va però sottolineato che si tratta di un’ evenienza piuttosto rara, e spesso dovuta a una scarsa attenzione da parte dei proprietari o alle condizioni igieniche precarie; inoltre, non basta accarezzare un animale o stargli accanto per pochi minuti per essere contagiati. Il segnale spia di una micosi nell’ animale e’ la comparsa di chiazze rotondeggianti prive di pelo, a volte un po’ infiammate.

La cura
In tutti questi casi, le micosi, pur fastidiose e antiestetiche, non sono pericolose. Possono diventarlo solo se trascurate, specie nei soggetti più deboli, perchè rischiano di diffondersi dalla pelle agli organi interni e in tutto il corpo.
Per la cura in genere basta l’ applicazione di sostanze antimicotiche: in crema, se la zona e’ priva di peli, mentre lo spray è più efficace nelle zone coperte da peli e nelle pieghe della pelle. Le due famiglie principali di antifungini locali sono gli imidazolici o i piridoni: la cura deve essere appropriata al tipo di micosi e va quindi stabilita dal medico, o dal dermatologo. Solo nelle micosi più gravi sono necessari gli antimicotici per bocca, che comunque portano a guarigione entro alcune settimane.

firma.png

Page 2 of 9

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén