Psiche e Soma

Ricette per una vita migliore!

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Guida per conoscere il senso del gusto.

Ma è proprio tutto nella lingua? No, i sapori si colgono anche in altri modi. Insospettabili.

È il senso che si sviluppa più velocemente e ci consente le prime esplorazioni del mondo: non a caso i bambini piccoli prima ancora di guardare, tastare o annusare un oggetto lo mettono in bocca. L’evoluzione d’altronde ci ha fornito il gusto proprio per permetterci di distinguere fin dall’inizio le cose nutrienti (che sono in genere dolci) da quelle velenose (spesso amare). È insomma un senso studiato per la difesa, dal funzionamento semplice ma efficace. E, tutto sommato, poco raffinato: a differenza di quanto generalmente si pensa, il gusto non è infatti il senso dei sapori. Consente di sentire solo quattro sfumature fondamentali (dolce, amaro, aspro e salato). Il resto delle sensazioni che nel linguaggio comune attribuiamo a questo senso dipende invece dall’olfatto, dal tatto, perfino dalla vista. Forse per queste ragioni era finora anche il senso meno studiato dalla scienza. Un grave errore. Oggi gli scienziati stanno scoprendo che è molto più importante di quanto si pensasse, che varia da persona a persona, che esistono addirittura tre tipi di “gustatori” diversi e che appartenere all’uno o all’altro tipo può cambiare la vita: per esempio rendere alcolizzati, obesi, o magri e sani. A differenza della scienza, la natura ha sempre dato molta importanza al gusto. Dai batteri all’uomo, tutti hanno un tipo di gusto per riconoscere gli alimenti dalle sostanze immangiabili: questione di sopravvivenza. Anche i batteri apprezzano il dolce e sospettano dell’amaro. «Perché il dolce in natura è sinonimo di energia: gli zuccheri vengono bruciati molto fa-cilmente, e fanno bene a tutti gli organismi», spiega Paolo Pelosi, docente di analisi dei prodotti alimentari all’università di Pisa. «Mentre l’amaro forse è sgradevole perché molte sostanze naturali amare, come gli alcaloidi, sono anche tossiche».

Un cibo sembra più buono se il corpo ne ha bisogno
Questo non significa che il gusto sia uguale in tutti gli esseri viventi: gli insetti hanno cellule (sulle antenne) che reagiscono al contatto con l’acqua distillata, come se questa, priva di sapore per l’uomo, per loro lo avesse. Con il gusto la natura ha creato anche un meccanismo automatico per soddisfare i bisogni del corpo. «Una persona con carenza di sodio », spiega Jean Didier Vincent, direttore dell’unità di neurobiologia dell’Istituto francese della sanità e della ricerca medica, «sentirà il bisogno e consumerà con avidità un cibo in salamoia, giudicato ripugnante da un individuo normale. Allo stesso modo chi manca di una vitamina o di un particolare amminoacido, avrà voglia di gustare sapori di alimenti che li contengono ». Non è un caso, insomma, se il gusto è anche il primo senso sviluppato dai neonati (che nascono invece praticamente ciechi). Jacob Steiner, neurologo statunitense, ha registrato con una cinepresa le reazioni di bebé nati da quattro ore all’applicazione sulla lingua di soluzioni zuccherine, acide o amare. Al dolce tutti, senza eccezioni, facevano seguire una mimica di soddisfazione, sorriso e movimenti di suzione. All’amaro arricciavano il naso e sbattevano gli occhi. All’acido tiravano fuori la lingua con espressione di disgusto.

In che cosa consiste il gusto?
In realtà, anche se le sensazioni gustative sono pressoché infinite, si ritiene che bastino pochi gusti primari per descrivere anche i sapori più complessi. Gli attuali modelli propongono quattro gusti-base: dolce, salato, acido e amaro. Non che tutti siano d’accordo su questa semplificazione. I giapponesi, per esempio, sostengono che ci sia un quinto gusto, che chiamano “umami” e che corrisponderebbe al “sapore di brodo” o, meglio, al glutammato. Tutti concordano però su una definizione: il gusto, insieme all’olfatto, è una percezione della chimica del mondo. La differenza principale tra i due sensi è che l’olfatto percepisce le sostanze volatili, mentre il gusto quelle solubili nell’acqua. O, meglio, nella saliva.

Sette europei su dieci non avvertono un certo tipo di amaro
I sensori della chimica del gusto sono i “corpuscoli gustativi”.  Attorno alle papille, le piccole protuberanze della lingua, sono presenti dei solchi, come calici di fiore, adatti a trattenere la saliva. Sulle pareti di questi calici sporgono le gemme gustative, sensori simili a ciglia, disposte a ciuffi: su ognuna di esse si trova un corpuscolo gustativo, cioè un recettore del sapore. La saliva riempie i solchi, portando le molecole che vi sono disciolte a contatto con i corpuscoli. Le componenti chimiche del cibo si legano così ai corpuscoli: alcuni sono specializzati a cogliere il dolce, altri l’aspro, altri ancora il salato o l’amaro. Lo stimolo chimico (molto labile: basta un bicchiere d’acqua per spazzarlo via e cancellare la sensazione) viene convertito da questi corpuscoli in energia elettrica, un segnale adatto cioè a viaggiare sui nervi e raggiungere il cervello. Poi inizia un passaparola piuttosto complesso: ogni corpuscolo gustativo (e nella lingua umana ce ne sono circa 2 mila) è innervato da una cinquantina di fibre nervose, ognuna delle quali riceve informazioni da almeno 3-5 gemme (sulla lingua ce ne sono 9 contiene le informazioni sensoriali viaggia lungo tre nervi, il glosso faringeo, il trigemino e il vago, fino al bulbo, alla base del cervello (dove si trova il centro della salivazione: per attivarlo basta anche una sola parola, è il caso della classica acquolina in bocca). Da qui l’informazione prosegue verso il talamo e la corteccia “somatosensitiva”: basta una lesione in quest’area cerebrale per perdere parzialmente o completamente il senso del gusto. Il gusto non è però uguale per tutti. Anzi: non ci sono due lingue uguali, proprio come accade per le impronte digitali. Le gemme gustative sono diverse per numero e per sensibilità da individuo a individuo. Ciascuno, insomma, ha una sua soglia di percezione, non migliorabile. Si è per esempio scoperto che un composto chimico, il feniltiocarbamide (detto ptc), risulta amaro per sette indoeuropei su dieci e insapore per gli altri tre.

Con il raffreddore, la pesca somiglia alla pera, la carne ai cavoli
Questa incapacità di percepire il sapore del ptc è ereditaria e si manifesta quando viene trasmessa da entrambi i genitori. Uno studio più recente (condotto dalla statunitense Linda Bartoshuk, della Yale University) ha permesso di classificare le persone in tre tipi fondamentali: i supergustatori, i gustatori normali e i nongustatori. I supergustatori (puoi provare a fare un semplice test cliccando qua) hanno più del doppio delle papille gustative dei non-gustatori. Hanno più gemme. E hanno papille più piccole e più ravvicinate. Saltano sulla sedia per una dose di peperoncino che non viene quasi percepita da un nongustatore. Sentono il dolce molto più dolce. E finiscono quasi sempre per mangiare meno dolci e meno grassi. Raramente hanno problemi di colesterolo. Al contrario, i non gustatori tendono a mangiare tutte le cose più dolci e grasse e, sembra, hanno anche una predisposizione all’alcolismo. Ma se il gusto vero è costituito solo da quattro sapori, allora che cos’è quello che in genere chiamiamo gusto? Per capire in che cosa consista la differenza basta pensare a quando abbiamo il raffreddore. Tutti i cibi perdono il sapore consueto: la carne assomiglia ai cavoli, la pesca alla pera. L’occlusione delle cavità nasali, infatti, impedisce la percezione dei sapori con un altro senso, l’olfatto». Per dimostrare che il gusto si sente anche con il naso, e che sono importanti anche la masticazione e la saliva, Deborah Roberts della Cornell University a New York ha costruito una bocca artificiale che simula la masticazione triturando e mescolando cibo e saliva artificiale (una soluzione a base di acqua, sali ed enzimi). In tal modo vengono rilasciati aromi che confluiscono nel gascromatografo, un apparecchio che li separa nelle singole componenti chimiche.

In bocca il vino bianco si scalda, e i vapori si infilano nel naso
Ogni sostanza viene poi raffreddata, inumidita e data da annusare a un individuo che ne definisce l’odore secondo una serie di specifiche descrizioni, come “fruttato”, “fumoso”, eccetera: il naso umano ha dimostrato infatti di essere più sensibile del miglior apparecchio analitico nel cogliere la sostanza chimica che dà un particolare aroma. Il sapore del caffè che resta in bocca, e che il cervello registra come una sensazione unica, è per esempio un puzzle fatto di molte tessere. Ci sono il dolce dello zucchero e l’amaro del caffè percepiti dalle papille gustative, ma tutto il resto è lavoro del naso. La maggior parte delle informazioni sensoriali che caratterizzano il cibo non raggiunge però la coscienza dall’esterno della bocca, ma dall’interno, anche quando è coinvolto il naso. Il vino bianco, per esempio, servito freddo a 10 gradi, ha la maggiore evaporazione in bocca, a 37 gradi. Il gusto del vino sale per via retronasale, il vapore arriva in fondo alla gola e risale nel naso. Se è sgradevole, come nel caso delle medicine, si chiude istintivamente la comunicazione e si deglutisce a naso chiuso. Ma se è piacevole, il gusto sale per questo camino interno: gli inglesi lo chiamano flavour, cioè aroma che si percepisce in bocca, e in italiano è chiamato gusto o retrogusto, ma dovrebbe chiamarsi retrolfatto. Oltre a lingua e naso, ha un ruolo anche il palato, che mette in evidenza le asperità, la cremosità, la ruvidezza dei cibi. Per esempio, i grumi di una crema sono percepiti quando la lingua la schiaccia contro il palato. E la saliva crea un effetto astringente quando le sue proteine interagiscono con i tannini dei frutti acerbi. I denti rivelano la durezza e la consistenza di una sostanza in base allo sforzo necessario per schiacciarla. Collaborano a formare il gusto, infine, i recettori del dolore, sui quali agiscono per esempio le spezie: il piccante del peperoncino è dovuto alla capsaicina, che irrita le mucose. Mentre il pizzicore delle bevande frizzanti, champagne compreso, è dovuto all’effetto irritante dell’anidride carbonica sulle terminazioni nervose. Nel gusto ha un ruolo anche la vista, tanto che la valutazione del vino si fa al buio, o con bicchieri neri. E forse l’occhio fa la sua parte anche quando guardiamo un piatto di cavallette fritte, specialità africana, o di occhi di pecora, leccornia di alcuni Paesi arabi. Molti occidentali troverebbero queste pietanze disgustose semplicemente per il loro aspetto, dimenticando che noi ci cibiamo tranquillamente di uova di gallina e di lingua di bovino. Insomma il gusto è un senso generoso: invita ai piaceri della tavola tutto l’organismo.

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A cosa servivano i nostri organi “inutili”?

Appendice, Tonsille, peli, coda… ma a cosa servivano davvero?

Una folta pelliccia per affrontare il freddo, la coda per appendersi agli alberi e anche per manifestare, agitandola, le emozioni. Piedi palmati per nuotare meglio, una doppia fila di denti come gli squali, un pezzo di intestino per digerire la cellulosa dei vegetali, una mandibola capace di aprirsi come quella dei rettili… Il nostro corpo porta scritta in sé, nascosta ma ancora visibile, la storia della sua evoluzione.

La sfortuna dei calvi
Dalle origini dell’uomo, alcuni organi si sono sviluppati infatti in maniera impressionante – pensate solo al cervello – per rispondere meglio alle nostre esigenze. Altri hanno cambiato funzione in modo così radicale da diventare irriconoscibili. Altri ancora, infine, si sono come spenti e hanno perso la maggior parte delle loro ragioni d’essere, riducendosi a miseri resti. Dall’appendice alle tonsille, dal dito mignolo del piede al timo, a che cosa servivano in origine questi pezzi “inutili”? E a che servono oggi? La domanda è legittima, perché si vive perfettamente senza appendice, senza capelli e adenoidi (si sopravvive bene perfino senza la milza). Ma si è scoperto che quando, a opera del chirurgo o dell’età, si rinuncia a qualcuno di questi frammenti marginali, la perdita non è del tutto indolore. Prendiamo il caso più banale, i capelli. Sono un residuo della pelliccia primordiale: a mano a mano che l’uomo imparò a costruirsi ripari e ad accendere fuochi, i peli diventarono quasi inutili per sopravvivere. Se un umanoide glabro rischiava di non passare l’inverno (e quindi di non generare figli simili a lui), a un nostro contemporaneo basta accendere il riscaldamento. Eppure sulla testa manteniamo ancora (quasi tutti) una folta chioma. Come mai? Perché la capigliatura, a differenza della pelliccia, ci serve anche oggi: le cellule del cervello sono particolarmente sensibili al calore e devono essere protette dagli sbalzi di temperatura. Così, benché perdiamo 30 mila capelli all’anno, altrettanti ne facciamo ricrescere. Tra le parti scomparse dal nostro corpo, di cui non rimangono che minime vestigia, c’è invece la coda. Sotto il coccige quattro o cinque vertebre sacrali, atrofizzate, che in molti individui sono fuse tra loro, costituiscono l’ultima memoria di questo organo che il nostro corpo ha perduto. Tracce di un passato arboricolo.

Difetto genetico
Un altro resto curioso, ma stavolta di un lontanissimo progenitore acquatico della nostra specie, è il lembo di pelle che unisce le dita dei piedi in alcuni neonati. È un leggero difetto genetico che sembra riportare alle tracce più sepolte del nostro Dna. Rievoca esseri dai piedi palmati, come piccole pinne. Sempre in tema di antenati acquatici, qualcosa può essere rintracciato anche in bocca: diversi individui hanno, dietro un incisivo, un piccolo spuntone d’osso, come un secondo dente, appena accennato. È un errore del loro organismo, ma secondo alcune teorie potrebbe essere l’ultimo retaggio di una seconda fila di denti, come quella degli squali. Un’ipotesi suggestiva, ma poco dimostrabile e che si scontra con altre, opposte.  Secondo queste ultime teorie l’uomo originariamente non era carnivoro: lo dimostrerebbe la scarsa importanza che hanno i nostri canini, rispetto a quelli presenti nelle fauci dei carnivori veri e propri, come i felini.

Il taglio degli unghioni
E le unghie? Per gli antropologi sarebbero il residuo di artigli decisamente più sviluppati. Il professor Melchiorre Masali, antropologo a Torino, descrive così questa evoluzione: «Con il passare del tempo la funzione aggressiva degli artigli veniva meno, mentre diventava sempre più importante riuscire a migliorare la manualità. Così a poco a poco si sono ritratti, trasformandosi in unghie, quei piccoli rivestimenti rigidi che permettono di padroneggiare gli oggetti con una precisione decisamente migliore di quella concessa da una mano dotata di lunghi artigli».
Ci sono intere zone del nostro organismo che derivano da tessuti di origine molto antica. Le tonsille o l’appendice, per esempio, sono agglomerati di tessuto linfatico, veri baluardi del sistema difensivo dell’organismo nella cui “memoria” sono contenute informazioni trasmesse da tempi remoti. L’appendice in noi è lunga una decina di centimetri, ma in alcuni erbivori è molto più grande e contiene batteri capaci di scomporre le pareti delle cellule vegetali. Quanto alle adenoidi, alle tonsille e al timo svolgono i loro compiti di difesa immunitaria nei primi anni della nostra vita, poi cadono in un letargo dal quale si svegliano soltanto per provocare disturbi, che richiedono l’opera del chirurgo. Oggi però, rispetto al passato, si guarda a questi pezzi con più rispetto: si possono togliere senza alcun problema, è vero, ma se si conservano è meglio, per garantire al nostro corpo qualche difesa in più. Anche della milza, organo linfoide pesante 150-180 grammi e posto nella parte alta dell’addome, si può fare a meno. Serve a difendere l’organismo (produce globuli bianchi, elimina i globuli rossi esauriti e ne raccoglie il ferro), ma malattie come la tubercolosi, la malaria o la leucemia la fanno aumentare di volume e obbligano a eliminarla.

Dalla testa alla coda
Come forse era ovvio aspettarsi, però, l’organo che più di tutti è cambiato nei millenni è il cervello. Mentre originariamente non era molto dissimile da quello degli altri animali, in cui le funzioni principali vengono svolte da formazioni primitive, dedicate alla trasmissione degli impulsi più istintivi come la fame o il sesso, nell’uomo si è venuto sviluppando uno strato superiore, la corteccia cerebrale, che il resto del mondo vivente ci invidierebbe, se ne avesse la capacità. È proprio grazie alla corteccia, infatti, che possiamo permetterci di avere una gestualità fine, di tenere a bada i nostri istinti, di modulare frasi e parole con il linguaggio. Di esprimere emozioni senza bisogno di agitare la coda.

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Non vi piace la pasta con le mosche? Eppure la mangiate…

Anche quando a tavola c’è un solo coperto i commensali sono numerosi: batteri e lieviti mangiano infatti con noi. E nel piatto spesso si trovano parti di muffe e frammenti di insetti. In tutti gli alimenti ci sono decine di batteri e spore di muffe: è normale. Le nostre tecniche di conservazione possono soltanto rallentare il loro sviluppo, non impedirlo. Così gli armadietti della cucina sono il regno degli insetti.

Scatole bucate.
Le scatole di pasta o di riso non sono ermetiche. Ci sono organismi che si sono specializzati nell’arte di penetrarle per nutrirsi degli amidi che costituiscono questi prodotti. Insetti come la tignola fasciata possono forare le scatole di carta o quelle di plastica e deporre le uova; mentre coleotteri come l’anobio del pane e il punteruolo del riso penetrano nelle confezioni di farina sugli scaffali dei supermercati. Così a volte questi insetti possono addirittura finire nel nostro piatto.

Pane e zanzare.
Tuttavia c’è un modo molto più comune di ingerire insetti: mangiarne i resti contenuti nella pasta, nel pane, nel cioccolato, nelle marmellate, nella passata di pomodoro e in tutti i cibi che derivano da materie prime macinate o spappolate.

Allergie.
Anche se può fare impressione, mangiare insetti non fa male. Solo in alcuni casi i frammenti di insetti possono provocare allergie o irritazioni alla mucosa intestinale a causa delle spine sulle zampe. Negli Usa ci sono leggi che obbligano i produttori a limitare il contenuto di frammenti di insetti. In Italia ancora non esistono limiti, ma alcune aziende effettuano controlli e, se trovano una partita di cereali particolarmente “contaminata”, la mescolano con un’altra, in modo da diminuire il contenuto totale di insetti.

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Geni si nasce o si diventa?

Trentasei quiz in quaranta minuti. Per mettersi in tasca la prestigiosa tessera del Mensa, il club che raccoglie i cervelloni di tutto il mondo, bisogna superare la prova con un punteggio minimo di 148. Tenete presente che l’intelligenza media nel mondo è fissata a quota 100: chi prende 148 entra in un gruppo molto ristretto, che comprende appena il 2 per cento della popolazione umana, se poi prende 170, entra nell’1 per cento, e così via. C’è perfino chi, e sono pochissimi, arriva a superare quota 200. In Italia i membri del Mensa (che ha sede centrale a Montecatini) sono appena trecento, ma in tutto il mondo sono più di 100 mila.

Beethoven? Respinto
«Ma non bisogna prendersela, in fondo il test misura solo un aspetto parziale dell’intelligenza e cioè le attitudini logico- spaziali. Quelle, per intenderci, in cui primeggiava Einstein. Se avesse provato Beethoven, per esempio, di certo sarebbe stato bocciato, eppure ha scritto la Nona sinfonia. Non è stato dunque un genio?. Il fatto è che l’intelligenza è un sistema complesso, in cui rientrano memoria, immaginazione, creatività, capacità di sintetizzare, e molto altro. Per ora non c’è un mezzo per misurare tutto questo. Né quindi per individuare un genio.

L’identikit
Alle stesse conclusioni è arrivato Howard Gardner, psicologo dell’università di Harvard: «L’intelligenza è composta da una serie di abilità intellettuali distinte. Ciascuna serve a risolvere problemi e nello stesso tempo a crearne di nuovi, per preparare il terreno a nuova conoscenza». Le intelligenze secondo Gardner sono sette: linguistica, musicale, logico-matematica, spaziale (necessaria agli architetti), corporeo-cinestetica (quella dei danzatori), personale e interpersonale. Ciascuno di noi le possiede tutte ma in misura di versa e l’intelligenza globale è il risultato della loro cooperazione. «Il genio invece è colui che sviluppa in maniera straordinaria una di queste intelligenze, anche a discapito delle altre», dice Gardner. Per provare la sua tesi ha condotto una ricerca su sette geni riconosciuti, tra loro contemporanei: Eliot, Stravinskij, Einstein, Picasso, Martha Graham, Freud e Gandhi. Ognuno rappresenta l’eccellenza di una delle sette intelligenze individuate.

La regola dei dieci anni
In primo luogo Gardner ripercorre la vita dei sette, trovando parecchie analogie. Poi mette a confronto le sue intuizioni con i risultati di numerose altre ricerche psicologiche sul genio. E tira le somme: il genio non è tale fin dalla nascita. Occorrono almeno dieci anni di pratica perché emerga in tutta la sua importanza: Picasso, per esempio, soltanto con “Les demoiselles d’Avignon” (1907) infrange tutte le regole pittoriche precedenti e si impone come genio creativo. Picasso, come Mozart, era stato un bambino prodigio, ma in effetti dipingeva come Raffaello, cioè nel solco della più classica tradizione. Anche Mozart compose le prime opere notevoli solo dopo dieci anni di lavoro. In tutt’altro settore, Martha Graham: iniziò a ballare addirittura dopo i venti anni e la prima esibizione la fece a 30. E dopo dieci anni di lavoro Einstein elaborò la teoria della relatività, Eliot scrisse La terra desolata, Gandhi enunciò il satyagraha (pratica della non violenza). Con la “regola dei dieci anni” Gardner intende ovviamente controbattere la tesi di chi, come il Nobel John Eccles, sostiene che l’intelligenza abbia per il 60 per cento base genetica. Secondo gli innatisti, appunto, geni si nasce e non c’è alcun modo per contrastare il proprio destino biologico. James Watson, lo scienziato che ha scoperto il Dna, si spinge ancora più in là. Riferisce che da studi sui topi è emerso che le cellule genetiche del maschio nella formazione del cervello contribuiscono a formare l’ippocampo, mentre quelle della femmina “partecipano” anche alla corteccia. «L’intelligenza, conclude Watson, non solo è ereditaria, ma proviene dalla donna». E conclude con una spiegazione di tipo evoluzionistico: il maschio impiega più energia nel trasmettere i caratteri della forza, per procurare il cibo. Allora i geni dovrebbero ringraziare la loro mamma? Certamente l’intelligenza ha basi biologiche, perché è l’espressione dell’attività nervosa, ma non esiste al momento nessuna prova concreta che l’intelligenza sia ereditaria. Oltretutto, l’ereditarietà presuppone lo studio di ogni singolo gene: troppi per poterli individuare. E comunque non è ancora stato fatto. La verità, come sempre, sta nel mezzo. L’ intelligenza è basata sulle funzioni delle cellule nervose, i neuroni, e sui collegamenti tra l’uno e l’altro, detti sinapsi. Non c’è dubbio che più sono le sinapsi, più si è favoriti, ma il numero delle sinapsi dipende in parte da fattori specifici, come gli ormoni, e in parte dalle esperienze che facciamo. È come per il computer: c’è la macchina, ma se non si inserisce nulla in memoria, non parte». Il cervello, cioè, è come un muscolo: più si utilizza, più funziona.

Speranze per tutti
Naturalmente più l’esercizio avviene in tenera età e più è efficace. Il cervello di un bambino infatti possiede lo stesso numero di neuroni di quello di un adulto. Sono le sinapsi che gli mancano: nei primi mesi di vita queste aumentano bruscamente, raggiungono il massimo tra uno e due anni (quando sono il 50 per cento in più della densità media dell’adulto), declinano tra due e sedici anni e poi rimangono costanti fino ai 70 anni. E i conti tornano: lo psicologo americano Colin Berry, che ha studiato le famiglie degli scienziati premiati con il Nobel, ha scoperto che la maggioranza di essi sono figli di professionisti e sono cresciuti in una grande città, cioè hanno avuto stimoli culturali molto intensi durante la prima infanzia. Tra i premi Nobel, tra l’altro, sono più numerosi gli ebrei che i protestanti e i cattolici. Questo, secondo Berry, perché la religione ebraica prescrive ai genitori di istruire i figli fin dalla più tenera età. Un analogo studio, fatto da Gardner, conferma sostanzialmente i risultati di Berry. In più, aggiunge che il genio solitamente vive anche una condizione di marginalità: Einstein e Freud erano ebrei in Paesi di lingua tedesca, la Graham una donna, Gandhi, Eliot e Picasso vivevano in Paesi di lingua diversa dalla loro.

Come amico, un disastro
Ma gli studi psicologici hanno stabilito anche che per essere un genio non basta una super-intelligenza. Sono altrettanto importanti il carattere, la determinazione, l’ambizione. Per questo l’Institute of Personality Assessment dell’università della California ha studiato i ritratti psicologici di un centinaio di uomini creativi di ogni epoca. Ed ecco il risultato: il genio ha fiducia in sé, prontezza nel cogliere le situazioni, dedizione ossessiva al lavoro, vita sociale e hobby praticamente inesistenti, originalità. Caratteristiche dai risvolti spesso negativi: la fiducia in sé per esempio si trasforma in narcisismo, una scarsa vita sociale genera egoismo e indifferenza verso gli altri (Eliot e Einstein), se non vero e proprio sadismo (Picasso). Nello stesso tempo però il genio ha bisogno degli altri, perché l’accettazione da parte della società è l’unico criterio affidabile che ha per misurare la sua creatività. Non esiste quindi genio senza la vanità del successo e dell’esibizione di sé, cioè un misto di egocentrismo e desiderio di conquistare il mondo. E forse a questo si riferiva Baudelaire: «Il genio è la capacità di ristabilire i contatti con la propria infanzia».

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Perché l’uomo invecchia? Tutta colpa dei geni?

L’uomo? Immaginatelo come una sonda spaziale, programmata per arrivare su un lontano pianeta, fotografarlo e poi allontanarsi nel cosmo. Negli anni, questa macchina perfetta è destinata a distruggersi. Ma il tempo necessario perché ciò avvenga può variare, e dipende dalla distanza tra la base e il pianeta da fotografare. Una volta esaurita la sua missione, che è quella che interessa agli studiosi, la sonda viene abbandonata a se stessa nella seconda parte del viaggio, che potrà essere più o meno lungo. Alex Comfort, uno dei più noti gerontologi, spiega così il meccanismo dell’invecchiamento: l’uomo è in viaggio verso un evento fondamentale (la propria riproduzione). Avvenuta questa, non ha più scopo biologico. Secondo questa ipotesi, i geni umani modificherebbero la propria funzione in base all’età. Prima, durante il viaggio di “andata”, avrebbero il compito di perpetuare la specie, privilegiando l’aspetto riproduttivo. Terminata la loro missione, sarebbero poi responsabili della senescenza. Tra i tanti meccanismi ipotizzati per spiegare il fenomeno dell’invecchiamento, quello che prevede un fondamentale ruolo della genetica è sicuramente il più affascinante e, allo stato attuale, anche il più credibile. Con tutta probabilità, visto che la vita dell’essere umano ha un limite biologico accertato (120 anni, età raggiunta dal giapponese Shigechiyo Izumi, nato nell’isola di Tokunoshima), questa programmazione è dovuta al nostro patrimonio genetico. Non solo i geni, tuttavia, bastano a spiegare il problema della longevità. La prova viene dal confronto tra uomo e scimpanzé: a fronte di una differenza genetica inferiore al 2 per cento, lo scimpanzé ha una durata massima di vita che è circa la metà di quella dell’uomo. Probabilmente il “fenomeno invecchiamento” nasce da un insieme di caratteristiche genetiche e inlefluenze ambientali. Ma non ci sono dubbi che proprio il genoma sia altamente responsabile della differente longevità che si osserva negli individui.

Quando il Dna sbaglia…
In questo senso assume particolare interesse una ricerca condotta da alcuni studiosi dell’università del New Jersey che hanno dimostrato come alcuni fibroblasti (cioè le cellule del tessuto che sostiene il corpo), dopo essere stati resi immortali in laboratorio attraverso il contatto con particolari virus delle scimmie, perdano questa loro capacità di superare senza danni le ingiurie del tempo semplicemente quando entrano in contatto con una porzione del cromosoma umano 6, cioè il suo braccio lungo. Questa osservazione conferma che la chiave genetica del processo di senescenza probabilmente esiste, e che forse, pur trattandosi con tutta probabilità di un fenomeno poligenico (di cui cioè sono responsabili diversi geni), bisogna indagare proprio sul cromosoma 6 per saperne di più. La nostra vita è scritta nei geni, quindi. Ma forse non nel modo in cui ipotizza Comfort: non esisterebbero cioè geni programmati per svolgere una determinata funzione nell’età giovanile e poi, una volta superata questa fase, per indurre lentamente all’invecchiamento. Probabilmente la senescenza è legata a un meccanismo “wear and tear”, cioè dei “logorii e degli strappi”. Secondo questa teoria, esiste una serie di fenomeni esterni che vanno a influenzare le capacità di riproduzione perfetta del materiainle genetico umano. I loro nomi: infezioni virali, radiazioni, inquinamento, fumo. Questi, favorirebbero gli errori nella replicazione del Dna (errata riproduzione della doppia catena, deficit nella trasmissione del messaggio genetico da parte dell’Rna messaggero, la copia del Dna che serve per la produzione di nuove strutture). Per qualche tempo l’organismo riesce autonomamente a rimediare a questi danni, cui quotidianamente sono esposte le nostre cellule, attraverso particolari mezzi di riparazione (anche questa capacità riparativa sembra essere in qualche modo influenzata dalla predisposizione genetica di ognuno). In pratica esisterebbero dei geni capaci di controllare i processi che si oppongono all’invecchiamento. Una specie di cortina difensiva presente nel nostro Dna, che favorirebbe la messa in atto dei sistemi di riparazione: correggerebbe gli errori che si formano nel Dna (alterazioni della composizione specifica della doppia catena dell’acido), metterebbe in atto i sistemi antiossidanti (che catturano i radicali liberi, cioè particelle atomiche con cariche elettriche capaci di danneggiare il patrimonio genico), faciliterebbe la produzione di proteine da stress (incrementando quindi la risposta dell’organismo di fronte ad agenti esterni) e addirittura eliminerebbe le cellule malate attraverso una sorta di “morte cellulare programmata”. La presenza di queste armi difensive, il cui controllo è genetico, potrebbe forse spiegare il mistero della senescenza.

Lo stress benefico
Nel Dna di ognuno sarebbero infatti scritte le informazioni per la messa a punto di questa rete protettiva: e proprio il fatto che tutto sta nel Dna, spiegherebbe anche la “familiarità” dell’invecchiamento. In pratica, se questa teoria fosse confermata, la senescenza di ognuno sarebbe legata a un sorta di battaglia tra geni che tendono a favorire il danno al Dna, e meccanismi che lo contrastano. Questa ipotesi potrebbe essere indirettamente confermata anche dal fenomeno della cosiddetta ormesi. Sembra infatti che basse dosi di sostanze potenzialmente tossiche, come i pesticidi o gli agenti ossidanti, allunghino la vita invece che accorciarla. Questo potrebbe essere spiegato dallo stimolo che questi “stress” inducono sui meccanismi di difesa che vengono stimolati a lavorare al meglio. Se questa ipotesi fosse confermata, poi, si potrebbero aprire nuove speranze per la “prevenzione” dell’invecchiamento. Visto che il meccanismo difensivo è controllabile e influenzabile da situazioni esterne, come accade nella longevità da ormesi, si può ipotizzare che altri elementi ancora da scoprire possano in qualche modo “rafforzare” la cortina anti invecchiamento.

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Come funziona il cervello degli animali?

Chi possiede un cane o convive con un gatto non ha dubbi: a chi gli domanda se gli animali “pensino oppure no”, risponde senza esitazione in modo affermativo, e comincia a raccontare innumerevoli aneddoti, e gli episodi nei quali il suo cucciolo ha dimostrato di saper risolvere problemi complessi. Si tratta soltanto di coincidenze, come fanno notare gli scettici, o davvero gli animali hanno una mente, e quindi sono intelligenti? La scienza, fino a poco tempo fa, non dava risposte, ma negli ultimi anni l’etologia, e le ricerche sul comportamento animale hanno fornito nuove informazioni. Parallelamente sono aumentate le conoscenze sulle funzioni del cervello, e si è scoperto che spesso gli animali, anche nella mente, non sono così diversi da noi: sono in grado di ragionare, di compiere scelte, di affrontare situazioni impreviste.
L’ultima scoperta, in ordine di tempo, è quella di un gruppo di ricercatori dell’università di Tokio, che hanno dimostrato che i piccioni sono in grado di distinguere una pittura cubista da un dipinto impressionista. Proprio così: dopo un periodo di apprendimento, gli uccelli non solo hanno saputo riconoscere un Picasso da un Monet, ma, messi di fronte a un Renoir, che non avevano mai visto prima, non hanno avuto esitazioni e lo hanno correttamente “classificato” come impressionista, persino quando l’immagine presentata era in bianco e nero. I piccioni hanno dunque una accentuata sensibilità estetica? Probabilmente no, ma indubbiamente riescono a percepire dettagli minimi, a memorizzarli, e poi a rielaborarli nella loro mente.

Quello che conta è la qualità e non la quantità
Ma chi può garantire che l’operazione che un animale compie sia frutto di intelligenza, e non sia invece dovuta a una reazione automatica o a un istinto? L’istinto cieco, che potrebbe dipendere esclusivamente da un codice genetico programmato, in realtà non esiste. Prendiamo l’istinto sessuale. Gli animali si accoppiano per riprodursi, e quindi si potrebbe supporre che l’atto sessuale venga effettuato seguendo un impulso atavico, che domina completamente l’individuo. Non è così: è vero che gli individui che vengono isolati dal gruppo (che quindi non hanno avuto modo di osservare gli altri) hanno comunque un senso innato che gli permette di accoppiarsi, ma è anche vero che hanno notevoli difficoltà a farsi accettare: non hanno cioè imparato dai loro simili i codici e le raffinatezze che consentono di effettuare nel modo migliore il rituale previsto. E vengono regolarmente rifiutati. L’apprendimento però richiede anche una forma di pensiero. C’è però una differenza tra intelligenze superiori e inferiori, ed è la stessa che si riscontra tra modelli diversi di computer: è la capacità di trattare contemporaneamente una diversa massa di informazioni. Se si possono recepire ed elaborare tante informazioni, si possono anche tenere sotto controllo una maggiore quantità di eventi. Gli organismi più semplici hanno un sistema nervoso meno sviluppato e quindi sono presumibilmente meno dotati. Ciò che conta però non è la quantità, bensì la qualità. Un esempio? Il volume cerebrale di uomini illustri varia dai 2.000 millilitri di Bismark ai 1.100 di Leone Tolstoj. Un uomo affetto da microcefalia ha un cervello anche più piccolo di quello di un gorilla, ma il suo comportamento resta di tipo umano. esistono dunque caratteristiche comuni tra uomo e animali. E caratteristiche differenti. Ma fino a che punto questa differenza è incolmabile? Gli organismi meno evoluti, hanno un comportamento stimolo-risposta: se per esempio vengono toccati, rispondono automaticamente con un atto motorio. Un sintomo di maggiore intelligenza è invece la capacità di elaborare le informazioni, e di effettuare relazioni tra ciò che avviene nell’ambiente. Questa capacità, che hanno tutti i vertebrati, dipenderebbe dalla possibilità di effettuare associazioni tra stimoli diversi, il che significa che l’animale è in grado di porre delle relazioni di causa ed effetto, e di interpretarle.

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I chirurghi? Facevano orrori! Parte 2

Tra salassi e amputazioni, viaggio nelle sale operatorie di ieri per capire quanto siamo fortunati oggi.

Ecco la seconda parte del post sugli orrori dei chirurghi. La prima parte la trovate QUA.

Il metal-detector di Bell
Ma è quanto accadde al Presidente degli Stati Uniti James Abraham Garfield a documentare meglio lo stato della chirurgia precontemporanea. Nel 1881 Garfield fu centrato da due proiettili di un attentatore, Charles Guiteau: uno dei due proiettili gli scalfì una spalla, l’altro, entrato dall’inguine, rimase conficcato in un punto imprecisato del corpo e nei giorni seguenti ben 16 tra medici e chirurghi si alternarono alla Casa Bianca per capire dove fosse finito. Ebbene, il primo di loro, Willard Bliss, introdusse un dito poi una sonda nella ferita, aprendo per così dire una “via” obbligata all’esplorazione dei colleghi i quali, continuando la ricerca, finirono per toccare con le mani il fegato dell’illustre paziente. Anche Graham Bell, già noto come inventore del telefono, fu chiamato al capezzale del Presidente. Bell si servì in quella circostanza di un primitivo metal-detector, che segnalò effettivamente un oggetto metallico: ma non era il proiettile cercato, erano le molle del materasso. Garfield morì 80 giorni dopo l’attentato per una infezione diffusa (setticemia) e al processo i difensori di Guiteau sostennero che causa della morte erano state le manovre non sterili dei medici e non i colpi dell’attentatore: il proiettile nascosto infatti fu rinvenuto durante l’autopsia vicino alla colonna vertebrale, in posizione innocua. Ma questa versione dei fatti, probabilmente esatta, non fu creduta da giudici e giurati e l’attentatore morì impiccato.

Mani sporche
In realtà la chirurgia dell’epoca doveva fare i conti soprattutto con tre questioni che trovarono soluzione soltanto in pieno Ottocento: il problema dell’emorragia, quello della sepsi (cioè la prevenzione e la cura delle infezioni operatorie) e quello del dolore. Per bloccare l’emorragia fu importantissima l’invenzione delle pinze “a presa dentata” o di Cocker, lo strumento che durante gli interventi permette di chiudere arterie o vene, anche di grosse dimensioni, tagliate dal chirurgo: ma siamo già nella seconda metà dell’Ottocento. Per quanto riguarda la sepsi, l’episodio più significativo è quello di Ignaz Semmelweis, assistente nella clinica ostetrica di Vienna. Verso il 1850 Semmelweis scoprì che nel reparto universitario di ostetricia la febbre puerperale, una infezione che colpiva le donne subito dopo il parto, aveva una frequenza quattro volte superiore rispetto a quella che si registrava nel reparto non universitario. «La ragione è semplice», spiegò il giovane chirurgo dopo aver investigato: «tra un parto e l’altro gli universitari, per motivi di studio inerenti al loro ruolo, fanno le autopsie e sono le loro mani infette a contagiare le donne». Per anni Semmelweis non venne creduto ma quando gli ostetrici dell’università viennese presero l’abitudine di disinfettarsi le mani con acqua e cloro prima di entrare in sala parto, i casi di febbre puerperale, fino a quel momento ritenuta conseguenza inevitabile del parto, diminuirono drasticamente.

C’è un arto nella segatura
Ancora più tormentata è la storia dell’anestesia. Per secoli il dolore provocato dalle manovre chirurgiche fu incontrollabile. I metodi di anestesia più seguiti erano una spugnetta imbevuta di giusquiamo, un’erba medicinale nota fin dall’antichità, e continue irrigazioni di acqua gelida sulle parti operate: in ambedue i casi i risultati erano insignificanti. I chirurghi capaci di far sentire meno dolore erano per questo motivo ricercatissimi: all’inizio dell’Ottocento Giorgio IV di Inghilterra nominò baronetto un chirurgo per il solo fatto che gli aveva tolto una cisti sebacea dalla testa senza procurargli grandi sofferenze. La prima grossa operazione in cui venne utilizzata l’anestesia generale (fu impiegata in quell’occasione una mascherina imbevuta di etere) venne compiuta solo nel 1846, a Boston. Il chirurgo si chiamava George Haywood ma il merito principale è del suo assistente, Andrew Morton, l’inventore dell’inalatore di etere. Anche in questo caso si tratta di un intervento storico, benché questa volta non sia da ricordare tanto l’atrocità fisica dell’operazione, quanto la brutalità del comportamento del chirurgo. «Come si sente?», domandò il professor Haywood a operazione finita. «Bene», rispose la paziente, Alice Mohan, una ragazza di 21 anni: «Credo di aver dormito». «Allora guardi», disse il chirurgo con un sorriso soddisfatto: e fece vedere alla sventurata, estraendola dalla segatura dov’era finita, la gamba amputata. Questo è l’atto di nascita della chirurgia più moderna.

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I chirurghi? Facevano orrori! Parte 1

Tra salassi e amputazioni, viaggio nelle sale operatorie di ieri per capire quanto siamo fortunati oggi.

Nel 1655 Samuel Pepys, che poi diventò segretario dell’Ammiragliato inglese e celebre scrittore, aveva soltanto 22 anni quando si ammalò di calcolosi urinaria e fu sottoposto da un chirurgo di Londra, Thomas Holister, all’operazione di “litotomia vescicale”, l’estrazione di calcoli dalla vescica. Si trattava di uno degli interventi più frequenti nell’Europa del Medioevo e del Rinascimento e le procedure erano sempre le stesse, quasi un rito: il paziente veniva messo in ginocchio sul tavolo operatorio e i polsi, racconta Pepys, gli venivano legati alle caviglie: così, oltre all’immobilità dell’operato, si assicurava al chirurgo la perfetta visibilità del “campo operatorio”. Poi nell’uretere venivano infilati, fino alla vescica, prima un piccolo catetere poi un tubo più grosso: questa operazione serviva ad accertare la presenza del calcolo. Infine, per estrarlo, venivano aperti con un coltello la parete inguinale, il peritoneo e la vescica. L’operazione durava un’ora, senza anestesia. «Il mio calcolo era grosso come un pugno», racconta Pepys. Ma gli andò bene. In quell’epoca infatti la metà circa delle persone operate di litotomia moriva prima della fine dell’intervento, per Pepys l’unica conseguenza fu la sterilità a vita.

Calcoli rischiosi
In Italia l’estrazione dei calcoli dalla vescica e in genere le operazioni sull’apparato urinario e sull’ultima parte dell’intestino, dal XIII secolo fino all’inizio del 1700, erano affidate ai norcini, gli abitanti della valle di Norcia, in Umbria. Abituati da sempre a castrare tori e porci destinati al lavoro dei campi o all’ingrasso, i norcini godevano di grande reputazione come esperti “delle parti di sotto”, in particolare nell’arte di “trar la pietra dalla vescica”. Per quattro secoli i comuni e gli ospedali più importanti stipendiarono uno o più norcini, ma è poco probabile che i risultati ottenuti fossero migliori di quelli descritti da Pepys.

Dio salvi il Re
Chirurghi simili ai norcini erano presenti anche nelle più colte e fastose corti europee: anzi, è soprattutto dalla vita di re, nobili e alti funzionari che si può ricostruire la storia raccapricciante, anche se in continua evoluzione, della chirurgia che precede quella contemporanea. Molto eloquenti, per esempio, le vicende di Luigi XIV, un sovrano che regnò a lungo senza gravi infermità ma che, secondo la moda dell’epoca, era attorniato da uno stuolo di medici e chirurghi. Nel 1686 Luigi XIV subì un intervento alle emorroidi, conseguenza inevitabile delle purghe e dei clisteri quasi quotidiani cui i potenti della terra erano obbligati dalle mode mediche dell’epoca. Operato due volte, Re Sole dimostrò tanto coraggio di fronte a una operazione considerata tra le più dolorose che un gruppo di suore dell’abbazia di Saint-Cyr inventò per lui un canto di congratulazioni dal titolo Dio salvi il Re. Tradotta in lingua inglese la canzone sarebbe diventata infine il God Save the King: un intervento chirurgico molto poco glorioso, dunque, eseguito alla corte di Versailles, potrebbe essere all’origine dell’inno nazionale britannico.

Sottobarbieri
Per capire che cos’è stata la chirurgia fino alle soglie dell’Illuminismo va ricordato che dall’inizio del 1300 la professione del medico e quella del chirurgo in Occidente furono nettamente separate. Il medico era uno studioso che aveva imparato in università a capire il corpo umano e a curare le malattie “interne”. Il chirurgo invece era un manovale della salute, la professione la imparava nella bottega paterna o direttamente in ospedale. Il suo compito era quello di occuparsi delle malattie “esterne”, quelle che si vedono: non solo tagliare (“chirurgia ferramentosa”) ma anche massaggiare, spalmare pomate e unguenti o steccare le fratture (“chirurgia medicamentosa”). Però i chirurghi non erano tutti uguali. In Francia c’erano quelli “con la veste lunga”, simile al solenne abito dei medici, e quelli “con la veste corta”. E un po’ in tutta Europa si distingueva tra chirurgo maggiore, chirurgo, sottochirurgo, barbiere e sottobarbiere, cinque livelli diversi all’interno della stessa professione. A metà del Settecento le facoltà di medicina cominciano a occuparsi finalmente anche delle malattie “esterne” e la professione di chirurgo, ormai fondata sull’anatomia e sulla conoscenza dei processi patologici, fu equiparata a quella del medico. Ma ciò non bastò a eliminare la brutalità di chi operava, e le torture ai malati.

Le paure di Nelson
Nel luglio 1797 l’ammiraglio Nelson, a bordo della nave Theseus, venne sottoposto all’amputazione di un braccio e conservò un ricordo così terribile della lama fredda del coltello che penetrava nella carne da ordinare a tutti i chirurghi della flotta di operare da quel momento soltanto dopo aver “scaldato i ferri”. Nelson portò con sé un altro ricordo dell’intervento: l’oppio, un anestetico riservato ai potenti che lo fece diventare, sembra, tossicodipendente per il resto dei suoi giorni. Ma quanto poteva servire l’oppio? Uno dei suoi derivati, la morfina, ha in effetti il potere di placare il dolore cronico, ma è molto meno efficace per quello acuto dell’intervento chirurgico.

Record di taglio
Pressappoco negli stessi anni nacque la ricerca a tutti i costi della rapidità. Il chirurgo personale di Napoleone, Dominique Lorrey, si vantava di eseguire in meno di 15 secondi l’amputazione di una gamba, ciò che richiedeva normalmente (basterebbe leggere Le mie prigioni di Silvio Pellico) un’ora di tempo. Qualche anno dopo Robert Liston, chirurgo scozzese, si vantò di aver amputato una gamba in 28 secondi. Ma la fretta non è buona consigliera: durante l’intervento-record, infatti, sembra che Liston abbia tagliato anche due dita al suo assistente e un testicolo al paziente operato. Far presto d’altra parte era assolutamente necessario sui campi di battaglia, dove si svolgeva gran parte dell’attività chirurgica del XVIII e XIX secolo: in poco tempo, infatti, i chirurghi militari dovevano far fronte al numero enorme di ferite provocate dalle armi da fuoco dell’epoca.

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In ginocchio! Parte 2

Ecco la seconda parte del post sul ginocchio. La prima parte la trovate QUA.

Riduzione di statura
Le origini dell’inginocchiamento come atto di sottomissione sono nell’antico Egitto: nella tomba di Tutankamon fu rinvenuto un anello in oro massiccio, a forma di cartiglio, che raffigurava il re, inginocchiato, intento a offrire doni alla dea Maat. Ancora oggi la preghiera e l’ingresso nei luoghi sacri richiede la genuflessione, un atto simbolico per sembrare più piccoli, e quindi sottomessi, innanzi a un potente. Dal punto di vista anatomico, il ginocchio è uguale nell’uomo e nella donna e persino in molti animali, come nei cani e nei gatti, la struttura è sempre quella. È l’articolazione che ha a monte l’estremità inferiore del femore (l’osso della coscia), e a valle l’estremità superiore della tibia (l’osso principale del polpaccio) e in mezzo la rotula, quell’ossicino piatto e rotondo che sembra sospeso davanti alle due ossa lunghe. Il femore termina con due protuberanze quasi sferiche (i condili), come gli ossi dei cani dei fumetti. La tibia, che sta al di sotto, ha invece la forma di un capitello e si appoggia al femore con due specie di piatti, ognuno dei quali accoglie uno dei condili del femore.

Una cerniera anatomica
Proprio qui si trovano i famosi menischi, croce e delizia di sportivi e ortopedici: due cuscinetti molli a forma di semiluna, più spessi ai bordi e piatti al centro, che si deformano a ogni movimento avanti o indietro, facendo aderire le ossa. I menischi raddoppiano la superficie di contatto fra tibia e femore e dimezzano la pressione su ogni punto; abbracciando il femore, contribuiscono a tenerlo saldo sopra la tibia. A stabilizzare l’articolazione intervengono i due legamenti crociati, chiamati così perché si incrociano a X dentro l’articolazione. Ai lati due legamenti trattengono il ginocchio in posizione: i collaterali. La rotula ha l’unica funzione di proteggere la struttura sottostante.Tutta questa complessità ha un senso: il ginocchio deve sostenere il peso del corpo, quando è fermo e soprattutto quando si muove. Il sovrappeso lo danneggia perché lo costringe a sopportare un carico eccessivo, per il quale non è attrezzato. Da fermi, si tratta “solo” dell’intero peso corporeo (escluso ovviamente il peso della parte inferiore). Ma in movimento questo carico viene moltiplicato per 3, per 4 o anche di più, a seconda che si cammini, si facciano le scale (soprattutto in discesa!) o si corra.

Donne a rischio
Tra uomini e donne le differenze cominciano in traumatologia. Le donne, infatti, a parità di età e di attività sportiva, hanno, rispetto ai maschi, un maggior rischio di torsione del ginocchio e quindi di danneggiare le strutture di sostegno dell’articolazione. Soprattutto per tre motivi: intanto perché la loro muscolatura è meno sviluppata. I muscoli infatti sono importanti per mantenere il ginocchio in posizione quasi quanto menischi e legamenti: se i muscoli sono molto robusti, il ginocchio si mantiene stabile lo stesso, cosa che ha permesso, per esempio, a Paolo Rossi di giocare i Mondiali del 1982 nonostante 3 menischi rotti. Poi c’è una questione di debolezza legamentosa, che sembra essere maggiore nel gentil sesso. E, infine, tra uomini e donne c’è un’importante differenza anatomica nel bacino, stretto nei maschi e largo nelle femmine. Così, mentre negli uomini femore e tibia sono uno sull’altra praticamente in verticale, nella donna la coscia tende a essere leggermente inclinata rispetto all’asse della gamba. Questo problema di disassamento è particolarmente presente nel caso del ginocchio varo (gambe da cavallerizzo) e del ginocchio valgo (gambe a X). Nel ginocchio varo, pur avvicinando i piedi, le ginocchia restano lontane. In quello valgo le ginocchia si avvicinano, ma restano lontani i piedi. In entrambi i casi il peso grava prevalentemente su metà ginocchio, usurandola e facilitando l’insorgere di un’artrosi femoro-tibiale interna (varismo) o esterna (valgismo). Nelle signore, anche l’artrosi del ginocchio ha un’incidenza doppia rispetto agli uomini, e sono proprio i danni alla struttura articolare a favorirne la comparsa. Se una, cioè, ha le ginocchia storte e si rompe un menisco, dopo i 50 anni ha più probabilità di andare incontro ad artrosi del ginocchio, soprattutto se è sovrappeso.

Via

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In ginocchio! Parte 1

Lo portiamo sempre con noi, anche se sarebbe meglio dire che è lui che porta noi. Esiste nella versione “della lavandaia”, “del prete” e “del saltatore”. Chi deve farsi perdonare ci cammina sopra, mentre chi si annoia può averne due pieni di latte. E quando si rompe, come è successo a Fidel Castro e a Roberto Baggio, sono guai. È il ginocchio, una delle articolazioni più complesse del corpo umano, capace di tenerci in piedi, di farci correre, nuotare, saltare e volare in alto su un’altalena. In due parole, capace di sostenere il nostro peso e di far muovere il nostro corpo.

Sinonimo di guancia?
Un’articolazione fondamentale nella vita di tutti i giorni, quindi. Il suo nome deriva da un diminutivo, il cui significato iniziale era “piccolo ginocchio, ginocchino”. Gli antichi Romani, infatti, il ginocchio lo chiamavano solo genu. Poi prevalse l’uso di geniculum (che nel Medioevo divenne genuculum), probabilmente perché la parola “genu” si confondeva con un altro termine indicante una parte del corpo, cioè “gena”, che vuol dire guancia. Non in tutte le lingue derivate dal latino è andata così, tant’è che in francese ginocchio si dice genou, che si pronuncia proprio “genù”. La parola ginocchio, dunque, non ha niente a che spartire con le altre parole italiane che contengono “gin”, come ginecologo o androgino, perché queste non derivano dal latino, ma dal greco, in cui gynè vuol dire donna. Ma proprio perché deriva dal latino, ginocchio al plurale finisce in “a”, come succede a dito, grido, osso e a tante altre parole che in latino sono neutre. Per questo si dice “le ginocchia”, anche se per l’Accademia della Crusca va considerata corretta anche la forma “i ginocchi”. Del resto, se in Italia ci sono ben 182 famiglie Ginocchio, i Ginocchi sono 74 mentre non si trova nessun Ginocchia negli elenchi telefonici di tutto il Paese.

Un mini-scandalo
Il ginocchio è importante anche nella moda. È rimasto rigorosamente al coperto per secoli, un inno alla castità muliebre fino a quando, intorno agli anni ’20 del secolo scorso, Gabrielle Chanel detta Coco accorciò una prima volta le gonne sino al ginocchio. Nell’epoca del Charleston l’abito femminile, un tubino corto e dritto, giocherà con un “ti vedo-non ti vedo” del ginocchio grazie a frange e perline. Poi, nel difficile dopoguerra, tornerà rigorosamente coperto, finché nel 1964 Mary Quant creerà la minigonna, scandalizzando il mondo. Nei maschi invece il ginocchio restava scoperto per tutta l’infanzia: pantaloni corti e calzettoni anche d’inverno, fino al giorno della prima comunione, quando si indossavano i primi pantaloni lunghi. La scelta aveva motivazioni economiche: con bambini che si buttano per terra, lottano e vanno in bicicletta, il pantalone lungo era a particolare rischio sulle ginocchia, mentre quello corto durava di più. Almeno fino all’arrivo della resistente tela da jeans, quindi, meglio sbucciarsi un ginocchio che strappare il pantalone.

Noia… alle ginocchia
E la lavandaia, che c’entra? Il famoso ginocchio della lavandaia, o ginocchio del prete, è un danno da prolungato inginocchiamento, una malattia professionale, insomma. In sostanza è un’infiammazioni a livello della rotula che provoca un versamento di liquidi all’interno dell’articolazione. In questo caso si tratta di acqua nel ginocchio, mentre il famoso “latte alle ginocchia” è solo un modo di dire, che significa che qualcuno si sta annoiando mortalmente. Secondo alcuni linguisti, l’espressione sarebbe molto antica e deriverebbe dall’immagine del seno che si allunga, per la noia, fino al ginocchio. Invece sull’origine dell’espressione “le ginocchia mi fanno Giacomo-Giacomo” ci sono più ipotesi: potrebbe derivare da “ciac ciac”, cioè dal suono di due gambe stanche dopo un lungo cammino. Oppure potrebbe essere san Giacomo (Santiago) di Compostela (in Spagna), da cui i pellegrini si recano in pellegrinaggio sin dal Medioevo, percorrendo l’Europa a piedi.

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Via

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