Psiche e Soma

Ricette per una vita migliore!

Month: settembre 2011 (Page 2 of 2)

I chirurghi? Facevano orrori! Parte 1

Tra salassi e amputazioni, viaggio nelle sale operatorie di ieri per capire quanto siamo fortunati oggi.

Nel 1655 Samuel Pepys, che poi diventò segretario dell’Ammiragliato inglese e celebre scrittore, aveva soltanto 22 anni quando si ammalò di calcolosi urinaria e fu sottoposto da un chirurgo di Londra, Thomas Holister, all’operazione di “litotomia vescicale”, l’estrazione di calcoli dalla vescica. Si trattava di uno degli interventi più frequenti nell’Europa del Medioevo e del Rinascimento e le procedure erano sempre le stesse, quasi un rito: il paziente veniva messo in ginocchio sul tavolo operatorio e i polsi, racconta Pepys, gli venivano legati alle caviglie: così, oltre all’immobilità dell’operato, si assicurava al chirurgo la perfetta visibilità del “campo operatorio”. Poi nell’uretere venivano infilati, fino alla vescica, prima un piccolo catetere poi un tubo più grosso: questa operazione serviva ad accertare la presenza del calcolo. Infine, per estrarlo, venivano aperti con un coltello la parete inguinale, il peritoneo e la vescica. L’operazione durava un’ora, senza anestesia. «Il mio calcolo era grosso come un pugno», racconta Pepys. Ma gli andò bene. In quell’epoca infatti la metà circa delle persone operate di litotomia moriva prima della fine dell’intervento, per Pepys l’unica conseguenza fu la sterilità a vita.

Calcoli rischiosi
In Italia l’estrazione dei calcoli dalla vescica e in genere le operazioni sull’apparato urinario e sull’ultima parte dell’intestino, dal XIII secolo fino all’inizio del 1700, erano affidate ai norcini, gli abitanti della valle di Norcia, in Umbria. Abituati da sempre a castrare tori e porci destinati al lavoro dei campi o all’ingrasso, i norcini godevano di grande reputazione come esperti “delle parti di sotto”, in particolare nell’arte di “trar la pietra dalla vescica”. Per quattro secoli i comuni e gli ospedali più importanti stipendiarono uno o più norcini, ma è poco probabile che i risultati ottenuti fossero migliori di quelli descritti da Pepys.

Dio salvi il Re
Chirurghi simili ai norcini erano presenti anche nelle più colte e fastose corti europee: anzi, è soprattutto dalla vita di re, nobili e alti funzionari che si può ricostruire la storia raccapricciante, anche se in continua evoluzione, della chirurgia che precede quella contemporanea. Molto eloquenti, per esempio, le vicende di Luigi XIV, un sovrano che regnò a lungo senza gravi infermità ma che, secondo la moda dell’epoca, era attorniato da uno stuolo di medici e chirurghi. Nel 1686 Luigi XIV subì un intervento alle emorroidi, conseguenza inevitabile delle purghe e dei clisteri quasi quotidiani cui i potenti della terra erano obbligati dalle mode mediche dell’epoca. Operato due volte, Re Sole dimostrò tanto coraggio di fronte a una operazione considerata tra le più dolorose che un gruppo di suore dell’abbazia di Saint-Cyr inventò per lui un canto di congratulazioni dal titolo Dio salvi il Re. Tradotta in lingua inglese la canzone sarebbe diventata infine il God Save the King: un intervento chirurgico molto poco glorioso, dunque, eseguito alla corte di Versailles, potrebbe essere all’origine dell’inno nazionale britannico.

Sottobarbieri
Per capire che cos’è stata la chirurgia fino alle soglie dell’Illuminismo va ricordato che dall’inizio del 1300 la professione del medico e quella del chirurgo in Occidente furono nettamente separate. Il medico era uno studioso che aveva imparato in università a capire il corpo umano e a curare le malattie “interne”. Il chirurgo invece era un manovale della salute, la professione la imparava nella bottega paterna o direttamente in ospedale. Il suo compito era quello di occuparsi delle malattie “esterne”, quelle che si vedono: non solo tagliare (“chirurgia ferramentosa”) ma anche massaggiare, spalmare pomate e unguenti o steccare le fratture (“chirurgia medicamentosa”). Però i chirurghi non erano tutti uguali. In Francia c’erano quelli “con la veste lunga”, simile al solenne abito dei medici, e quelli “con la veste corta”. E un po’ in tutta Europa si distingueva tra chirurgo maggiore, chirurgo, sottochirurgo, barbiere e sottobarbiere, cinque livelli diversi all’interno della stessa professione. A metà del Settecento le facoltà di medicina cominciano a occuparsi finalmente anche delle malattie “esterne” e la professione di chirurgo, ormai fondata sull’anatomia e sulla conoscenza dei processi patologici, fu equiparata a quella del medico. Ma ciò non bastò a eliminare la brutalità di chi operava, e le torture ai malati.

Le paure di Nelson
Nel luglio 1797 l’ammiraglio Nelson, a bordo della nave Theseus, venne sottoposto all’amputazione di un braccio e conservò un ricordo così terribile della lama fredda del coltello che penetrava nella carne da ordinare a tutti i chirurghi della flotta di operare da quel momento soltanto dopo aver “scaldato i ferri”. Nelson portò con sé un altro ricordo dell’intervento: l’oppio, un anestetico riservato ai potenti che lo fece diventare, sembra, tossicodipendente per il resto dei suoi giorni. Ma quanto poteva servire l’oppio? Uno dei suoi derivati, la morfina, ha in effetti il potere di placare il dolore cronico, ma è molto meno efficace per quello acuto dell’intervento chirurgico.

Record di taglio
Pressappoco negli stessi anni nacque la ricerca a tutti i costi della rapidità. Il chirurgo personale di Napoleone, Dominique Lorrey, si vantava di eseguire in meno di 15 secondi l’amputazione di una gamba, ciò che richiedeva normalmente (basterebbe leggere Le mie prigioni di Silvio Pellico) un’ora di tempo. Qualche anno dopo Robert Liston, chirurgo scozzese, si vantò di aver amputato una gamba in 28 secondi. Ma la fretta non è buona consigliera: durante l’intervento-record, infatti, sembra che Liston abbia tagliato anche due dita al suo assistente e un testicolo al paziente operato. Far presto d’altra parte era assolutamente necessario sui campi di battaglia, dove si svolgeva gran parte dell’attività chirurgica del XVIII e XIX secolo: in poco tempo, infatti, i chirurghi militari dovevano far fronte al numero enorme di ferite provocate dalle armi da fuoco dell’epoca.

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