Psiche e Soma

Ricette per una vita migliore!

Month: marzo 2011 (Page 2 of 2)

A che cosa è dovuta la cosiddetta “r” moscia?

Oggi un’altra domanda e risposta della rubrica: Psichesoma Answers!

In questa rubrica troverete risposta alle domande che mi avete posto via email e che ho reputato essere di interesse generale.

D. A che cosa è dovuta la cosiddetta “r” moscia?
R. La pronuncia scorretta del fonema (ovvero del suono) “r” ha principalmente due tipi di origine. La prima è l’inflessione dominante nella zona di origine: per esempio, nelle zone del Parmense, dell’Alessandrino e del Piacentino ( in questo video potete vedere la simpaticissima “r” del piacentino Davide Galli) il fonema “r” risente di influenze dialettali e viene trasmesso e appreso in modo non corretto. Diverso è il caso della “r” gutturale, la cosiddetta “r” moscia. Questo disturbo fonologico è dovuto a una difficoltà di motilità (cioè capacità di movimento) dell’articolazione della lingua. A qualunque età è però possibile impostare una corretta pronuncia della “r” con specifici esercizi per stimolare la motilità della parte anteriore della lingua e che vengono indicati dal logopedista, lo specialista che rieduca le persone che soffrono di disturbi del linguaggio.
A me però è sempre piaciuta la “r” moscia, e dato che non è infettiva, mi chiedo: perché curarla?

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La seduzione del delitto.

Quella del serial killer è una figura che suscita insieme orrore e attenzione. Che esercita una sua attrattiva, insomma: lo dimostra l’attenzione con la quale vengono seguiti i processi, il successo dei romanzi sull’argomento, e le domande che vengono poste. Vediamo insieme le più frequenti

Sono proprio gli Stati Uniti la patria dei serial killer?
In effetti su circa 200 “assassini seriali” attualmente catalogati con precisione dalle forze dell’ordine, almeno 150 sono americani. Le cause di questo numero elevato possono essere diverse. L’enorme estensione del Paese: nove milioni di chilometri quadrati dove ci si muove con facilità. Spesso i killer trasportano altrove la propria vittima e la abbandonano a centinaia di chilometri dal luogo del delitto. E ciò complica molto le indagini. In secondo luogo, gli assassini sono favoriti dalla proliferazione degli investigatori: in tutti gli Stati Uniti ci sono 16 mila autorità di polizia (sceriffi compresi), che non sempre si scambiano informazioni. Terzo motivo: la diffusione delle armi da fuoco, consentita dal secondo emendamento della Costituzione. Negli Usa circolano 211 milioni di pistole. Infine: la disintegrazione dell’istituzione familiare. Quasi tutti i killer vengono da famiglie disgregate. «Un tempo la famiglia era più stabile, aveva radici, e rappresentava un punto di riferimento. Oggi siamo di fronte a una società di nomadi: ogni anno 36 milioni di americani divorziano, o cambiano casa, o smembrano il gruppo familiare», spiega Roger Depue, autore di uno studio dell’Fbi sui serial killer. «Una famiglia, in media, si scioglie due volte prima che i bambini abbiano raggiunto la maggiore età». E’ anche vero, però, che l’elevato numero di serial killer americani dipende dalla serietà con cui si fanno studi e statistiche negli Usa. Secondo il gruppo del criminologo Francesco Bruno, infatti, ci sarebbero i presupposti (delitti insoluti, ecc) per censire un serial killer in ogni capoluogo di provincia in Italia: ma non i dati concreti su cui operare.

I serial killer uccidono di più durante l’estate?
E’ una realtà statistica. Gli studi dimostrano che il caldo favorisce i reati violenti. Esiste una spiegazione neurofisiologica: a soffrire per l’eccesso di calore sarebbe la corteccia cerebrale, cioè l’area del cervello che consente di inibire gli istinti e le pulsioni. Ed esiste una spiegazione sociale: d’estate l’abbigliamento è più leggero, ci si sente più liberi, cadono molti freni inibitori. Le donne, in genere vittime dei serial killer, appaiono più seduttive, e i soggetti patologici, incapaci di stabilire relazioni sociali equilibrate, non sanno fare fronte alla “provocazione”.

Esiste un fascino del serial killer?
Jeffery Dahmer, il “mostro di Milwaukee”, prima di essere ucciso in carcere, riceveva lettere di solidarierà e denaro da tutto il mondo, arrivando ad accumulare 12 mila dollari. Pietro Pacciani, condannato come presunto “mostro di Firenze”, ha ricevuto centinaia di biglietti d’auguri per Natale. A Pietro Maso (assassino dei genitori a Verona) e a Luigi Chiatti (omicida di due bambini a Foligno) arrivano proposte di matrimonio. Quasi tutti i grandi killer, insomma, esercitano un notevole fascino, soprattutto presso il pubblico femminile. Secondo Aldo Carotenuto, professore di psicologia della personalità a Roma, esistono due meccanismi inconsci che attivano questa capacità di seduzione. «Il primo è il tentativo di neutralizzare la violenza che è in loro, il secondo la convinzione di avere capacità di redimere». Secondo lo psicoanalista, cioè, chi manifesta solidarietà al “mostro” prova in realtà a soffocare la violenza che è in sé medesimo: «Se una persona che compie azioni disumane mi colpisce al punto di scrivergli, significa che essa non mi è così estranea. Amarla potrebbe essere un modo di disinnescare la mia violenza potenziale». Alla base della vocazione a redimere ci sarebbe, invece, il masochismo (a livello patologico) presente in quelle donne disposte a mettersi al completo servizio di un “mostro”. «Alla base del loro comportamento c’è un altro meccanismo: quello di proiettare all’esterno la parte negativa di loro stesse, per renderla più controllabile. Così queste donne fanno di tutto per entrare in relazione con una persona che, prima o poi, sicuramente le distruggerà».

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Un attimo di relax #135

Foto, citazione e libro della settimana sono il mio modo per regalarvi un minuto di relax.

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“L’erba del vicino è sempre più verde.”

Le azioni più decisive della nostra vita sono il più delle volte azioni avventate.” ~ André Gide

Libro della settimana:

Mal di Schiena e Cervicale

Perché, quando si fa la doccia, la tenda si appiccica al corpo?

Oggi un’altra domanda e risposta della rubrica: Psichesoma Answers!

In questa rubrica troverete risposta alle domande che mi avete posto via email e che ho reputato essere di interesse generale.

D. Perché, quando si fa la doccia, la tenda si appiccica al corpo?
R. In apparenza, il getto d’acqua calda che esce dalla doccia crea un movimento d’aria ascendente, formando una depressione che spinge la tenda verso l’interno. Ma anche facendo una doccia gelata la tenda viene attirata verso il corpo: questa spiegazione non è quindi sufficiente. In realtà la depressione non dipende né dalla persona né dalla temperatura dell’acqua, ma dal vortice d’aria creato dal flusso d’acqua. Cadendo, infatti, le gocce respingono l’aria, che però oppone una certa resistenza. La combinazione di queste 2 forze, lungo il tragitto che va dal rubinetto al piatto della doccia, origina un movimento circolare che attira verso di sé, anche se debolmente, ogni oggetto. Per ovviare all’inconveniente basta usare una tenda pesante.

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Tutte le facce della solitudine

Un fenomeno con molti lati diversi. E non sempre negativi. A volte è un rito di passaggio verso la coscienza di sé.

Essere soli e sentirsi soli
Gli studi degli ultimi 10 anni hanno dimostrato che la solitudine ha molte dimensioni, che colorano la sensazione in positivo o negativo. Una prima grande suddivisione è tra la solitudine sociale e quella emozionale. La solitudine sociale, cioè l’essere obiettivamente soli, non equivale necessariamente a sentirsi soli. Per contro la solitudine emozionale, il sentirsi soli, può essere vissuta anche in compagnia. Nella nostra società la vera solitudine sociale, l’essere completamente soli, è rara. Ma avere rapporti sociali non basta; è importante anche la loro qualità. Perché si possono avere rapporti frequenti e sentirsi comunque emotivamente isolati, non capiti. E se di solitudine soffriamo tutti, per periodi più o meno lunghi e in forma più o meno acuta, il problema è più grave soprattutto durante l’adolescenza e la vecchiaia, e si presenta di solito nei momenti in cui “gli altri” fanno festa, come il Natale, o l’estate, che non a caso fanno registrare un incremento di suicidi. L’uomo, d’altronde, è fatto per vivere con gli altri. Non a caso la peggiore punizione che si può infliggere a un bimbo è il castigo in camera e a un adulto la detenzione in carcere: entrambe colpiscono il bisogno di compagnia.

Dimmi che mamma hai…
Ovviamente non è necessario finire in prigione per sentirsi soli. Spesso la solitudine è anzi solo una conseguenza del proprio atteggiamento verso gli altri. Secondo lo psichiatra britannico John Bowlby, molto dipende dal tipo di legame infantile che si instaura con la mamma. Un legame “sano” (che si verifica quando la madre è presente ma non ostacola, anzi stimola il distacco del figlio al momento opportuno) crea una base sicura da cui partire per esplorare il mondo. Al contrario, un rapporto “malato” causa insicurezza, ansia, timore di abbandono.

4 modi di sentirsi soli
Il sentirsi soli è inoltre misurabile in base a intensità e frequenza. Queste variabili segnalano quali problemi ha la persona che si sente sola. Ci si può sentire “spesso leggermente soli”, e non è un grosso problema. I sondaggi rivelano che si sentono “spesso soli” circa l’8% delle donne e il 3% degli uomini. Si sentono invece “qualche volta” soli una donna su 4 e un uomo su 6. Un altro modo per valutare la solitudine è l’atteggiamento con cui la si vive. I ricercatori lo hanno diviso in 4 categorie: 1. La solitudine genera rabbia, ostilità, nervosismo. 2. Gli individui si sentono rifiutati e diventano depressi, confusi, scoraggiati, tristi 3. Si sentono esauriti e provano senso di vuoto, diventano passivi e distaccati. 4. Si sentono isolati, poco amati, privi di valore.
Gli atteggiamenti dei gruppi 2 e 3 sono caratteristici della depressione. Per queste persone il senso di solitudine potrebbe essere perfino un campanello d’allarme del rischio di suicidio. E in questi casi è quindi sempre consigliabile consultare uno psichiatra o uno psicologo psicoterapeuta.

Cani e Internet
I ricercatori si sono occupati anche delle cause della solitudine. Possono essere temporanee, per esempio un lutto, una separazione, un trasferimento. In questi casi non si può più contare su alcuni rapporti significativi, ma la solitudine è quasi certamente destinata a svanire. Anche una malattia grave, propria o di un familiare, isola dal mondo, e così pure l’allevare un figlio. In questi casi può essere importante ricorrere all’aiuto di gruppi di sostegno e, in genere, a condividere il problema con altre persone. Ma la solitudine può essere anche una condizione stabile, che dura nel tempo. Ci sono per esempio fasi della crescita, come l’adolescenza, in cui il passaggio attraverso la solitudine è quasi necessario. L’individuo deve trovare una propria identità e questo porta spesso alla separazione affettiva dai genitori, e alla ricerca del confronto con i coetanei. È un periodo molto rischioso, soprattutto per le ragazze: ma secondo gli esperti, i pericoli si allontanano se i genitori danno sostegno e fanno attività con i figli. Anche l’età avanzata può essere una causa di solitudine stabile, soprattutto se si perdono tutte le amicizie. In alcune situazioni la casa di riposo sembra l’unica alternativa all’isolamento. In condizioni di solitudine infatti gli anziani sono a rischio di depressione. Un altro rimedio è la compagnia di un animale: prendersene cura conferisce un ruolo e supplisce al bisogno di dare e ricevere affetto. Oggi anche Internet dà una mano: un clic e si è in comunicazione con tutto il mondo.
Ci sono diversi modi per vincere la solitudine. Negarla, per esempio, non è una soluzione, anzi. Posteggiarsi davanti alla televisione è un altro modo di sfuggire al problema. Per brevi periodi la tv va benissimo, ma impedisce di stabilire nuovi rapporti, o di migliorare quelli esistenti.

Antidoti efficaci
Per questo gli esperti consigliano di riflettere sulla propria situazione, di prenderne atto, di verificare le proprie aspettative, di mettere in atto strategie per individuare le soluzioni e poi di agire. Risolvere il problema solitudine richiede una strategia; riflettere, essere consapevoli dei propri bisogni, aumentare le attività sociali, valutare quali siano realizzabili, senza perdere le occasioni. Molti individui che si sentono soli rifiutano anche i pochi rapporti sociali che hanno mantenuto, perché non rispecchiano le loro aspettative. Ma in alcuni casi è meglio prendere coscienza che anche le aspettative possono non essere adeguate alla realtà.

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