Psiche e Soma

Ricette per una vita migliore!

Month: novembre 2010 (Page 2 of 2)

La manutenzione del cervello.

Ecco il secondo articolo su quest’organo a dir poco fondamentale. Sarà possibile leggerli tutti cercandoli nella categoria Salute del Cervello.

Le malattie del cervello vanno divise in due grandi gruppi: quelle dovute a carenza di sangue, o malattie cerebrovascolari, e quelle di altra origine. E’ soprattutto per le prime che si può tentare qualche misura preventiva.
Ecco i principali fattori di rischio per il cervello: una buona manutenzione di quest’ultimo si effettua proprio tenendo sotto controllo una serie di disturbi.

● Alcol: aumenta la pressione. Un bicchiere di vino a pranzo e cena (un quarto di litro o poco più al giorno) non sembra particolarmente pericoloso. L’assunzione abbondante di alcolici può invece aumentare il rischio di ictus, soprattutto quelli di tipo emorragico, perché favorisce notevolmente l’ aumento della pressione.

● Ipertensione: incontro all’ictus. E’ il fattore di rischio più significativo. Oltre a favorire la formazione di una placca ateromatosa (cioè una placca che si forma all’interno delle arterie colpite da arteriosclerosi) nelle grandi arterie che irrorano il cervello, con conseguente diminuzione della quantità di sangue che giunge a esso, la pressione alta tende col tempo a indurire la parete dei vasi più piccoli, e a renderli meno adattabili alle situazioni di emergenza (per esempio un deficit di ossigeno). Si è calcolato che chi ha una pressione massima più alta di 180 millimetri di mercurio corre un rischio di ictus sei volte superiore rispetto a chi ha la pressione normale.

● Diabete: meno sangue al cervello. Il danno si esplica in due modi. La “macroangiopatia” diabetica, che interessa i grandi vasi, amplifica i danni dell’aterosclerosi favorendo la progressione della placca ateromatosa. La “microangiopatia”, che colpisce soprattutto le piccole arterie e i capillari, può invece provocarne la chiusura e quindi indurre piccole zone ischemiche (cioè non irrorate dal sangue) molto localizzate in alcune parti dell’encefalo.

● Obesità: assolto il colesterolo? Il sovrappeso e la scarsa attività fisica possono incrementare il rischio di malattia cerebrovascolare. Non è del tutto chiaro, anche se si consiglia comunque una dieta povera di grassi di origine animale, invece il ruolo dei lipidi alimentari. A differenza di quanto avviene per le coronarie, in cui il rischio è ampiamente dimostrato, sembra che un aumento del colesterolo totale e della sua frazione LDL sia meno significativo come fattore di rischio per ictus. In realtà l’ictus può essere di due tipi: ischemico, dovuto a un blocco della circolazione del sangue, o emorragico, legato invece a un’emorragia cerebrale. Normalmente nel nostro Paese il rapporto è di quattro a uno a favore dell’ictus ischemico. Ma in altre zone del mondo, come il Giappone, ove la dieta prevede un’elevata assunzione di grassi insaturi ad azione protettiva (per esempio quelli contenuti nei pesci) e i valori di colesterolemia sono sotto la norma, l’ictus emorragico è più frequente.

● Sigarette: sangue impoverito. Il fumo rende più rigidi i vasi sanguigni e favorisce l’ispessimento della placca aterosclerotica delle carotidi. Aumenta quindi il rischio di ictus ischemico. Inoltre nei grandi fumatori il sangue è più povero di emoglobina, la proteina che trasporta l’ossigeno, e più ricco di carbossiemoglobina. Anche questo elemento può favorire l’anossia cerebrale, cioè la carenza di ossigeno.

● Traumi: nasce così l’epilessia? I traumi cranici sono la lesione neurologica che più di frequente causa invalidità o morte nelle persone con meno di 50 anni. Dopo la fase acuta, tuttavia, possono rimanere disturbi. In pochi casi di trauma cranico chiuso (cioè senza esposizione dell’encefalo) dopo alcuni mesi (al massimo due anni) può comparire una epilessia post traumatica, localizzata nella sede della cicatrice.

● Farmaci: memoria a rischio. Alcuni tipi di farmaci, come le benzodiazepine, gli antidepressivi e i barbiturici, ad alti dosaggi possono ridurre le capacità di apprendimento e memoria negli anziani. Nel primo caso sembra che l’azione di riduzione della memoria a breve termine sia legata a una depressione dei sistemi di veglia, che assicurano una maggior facilità di attenzione e recepimento degli stimoli. Lo stesso sembra avvenire anche dopo abuso di barbiturici. Gli antidepressivi possono invece avere azione anticolinergica, cioè bloccare l’attività dell’acetilcolina.

● Psicostimolanti: mai più di sei caffè. Esistono sostanze di uso comune, come la caffeina, che agiscono sulla “sostanza reticolare”, una struttura cerebrale che attiva la corteccia, migliorando l’attenzione. In dosi elevate (oltre le sei tazzine quotidiane) possono comparire però segni di eccitazione e ipertensione. Qualcosa di simile può avvenire anche con la cocaina o altri derivati dell’oppio. Nel lungo periodo questo meccanismo esaurisce il cervello.

Minerali: a colpi di alluminio. Secondo alcuni studiosi, un eccessivo introito di alluminio potrebbe essere correlato con un maggior rischio di ammalarsi di morbo di Alzheimer. L’ipotesi è nata dopo l’osservazione di disturbi cerebrali in persone sottoposte a dialisi, che introducevano con il liquido di lavaggio anche alluminio. Pare che il minerale possa alterare la membrana della cellule cerebrali. Altri metalli: sembra che l’intossicazione da mercurio e piombo, e l’accumulo di queste sostanze all’interno delle cellule cerebrali, sia in grado di interferire con la salute dei neuroni, distruggendoli e rallentando la trasmissione dei messaggi nervosi.

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Il cervello: conosciamolo meglio.

Con questo articolo inizia una serie di ben 4 articoli su quest’organo a dir poco fondamentale. Sarà possibile leggerli tutti cercandoli nella categoria Salute del Cervello.

Pesa poco meno di un chilo e mezzo, e ha la forma di un grosso pompelmo. Al tatto ha la consistenza di un budino. Eppure, insieme con cuore e reni, è uno degli organi “nobili” del corpo umano, quelli che debbono essere costantemente riforniti di sangue e ossigeno. Altrimenti, dopo pochi minuti, i neuroni (cioè i miliardi di cellule che lo formano) cominciano a soffrire e dopo alcune ore muoiono. E, si pensa, non possono più essere sostituiti. Il cervello, il nostro elaboratore centrale, è strutturato in maniera assai complessa.

L’encefalo, la porzione principale, ha la forma di una cupola. E’ composto dalla corteccia cerebrale formata di cellule (sostanza grigia), e dalle strutture sottostanti prevalentemente formate di fibre nervose (sostanza bianca). Nella corteccia vengono decodificate e, se necessario, immagazzinate le informazioni in arrivo. L’encefalo è diviso in due emisferi, scomposti in quattro parti ciascuno (i lobi cerebrali) separate tra loro da una serie di solchi.

L’emisfero destro e quello sinistro sono tra loro collegati attraverso fibre nervose, che trasportano informazioni da un emisfero all’altro: ognuno infatti è specializzato in particolari funzioni. A sinistra sono localizzati i centri del linguaggio, e a destra le capacità di organizzazione dello spazio in cui si vive. Il lobo frontale contiene i centri motori. Lateralmente, nel lobo temporale, c’è il centro uditivo. Il lobo parietale, è il punto di arrivo degli stimoli sensitivi. Infine nel lobo occipitale vengono gestite e interpretate le immagini provenienti dalla retina. Questa grossolana divisione (nell’ambito di ogni zona della corteccia vengono svolte anche funzioni più specifiche, come la gestione del linguaggio), spiega perché quando si verifica un danno localizzato ci sono deficit circoscritti. Per esempio se un ictus, cioè una lesione circolatoria che porta a morte i neuroni, interessa l’emisfero sinistro, vengono bloccate le funzioni motorie del lato opposto e il malato non riesce a muovere braccio e gamba destra. Questa apparente discrepanza si spiega col fatto che le fibre nervose si incrociano nel tronco encefalico, interessando quindi il lato opposto a quello della lesione.

L’encefalo è collegato attraverso il tronco encefalico al midollo spinale, che invia e registra tutti i segnali nervosi in arrivo e in partenza per le parti più lontane del corpo. Dietro al tronco encefalico, infine, c’è il cervelletto, di otto volte più piccolo rispetto all’encefalo. A esso tocca il mantenimento dell’equilibrio nello spazio e il coordinamento dei movimenti.

Ogni giorno si perdono circa centomila neuroni ( e durante i 5 minuti impiegati per leggere questo post ne avete persi ben 350… ), sugli oltre venti miliardi disponibili. E in ottanta anni di vita quasi un quinto del totale va perduto. Il cervello, insomma, sembra perdere le proprie capacità, con l’andare del tempo, visto che la maggior parte dei neuroni, le sue cellule, viene distrutta. Ma è proprio così? In realtà esistono meccanismi di compenso, perché i neuroni disponibili sono più numerosi rispetto al fabbisogno, e altre cellule vanno a supplire la funzione di quelle mancanti. E si creano nuovi circuiti. Per questo è utile mantenere attivo il cervello fornendo costantemente ai neuroni stimoli (per esempio con la lettura e la discussione). L’invecchiamento, contro cui si può fare poco, non è però l’unico elemento di pericolo. Le cellule cerebrali, infatti, per poter funzionare hanno costante bisogno di “rifornimento”. E non solo di ossigeno, ma anche di altre sostanze. Prima fra tutte il glucosio, anch’esso trasportato dal sangue. Questo zucchero è infatti il carburante preferenziale dei neuroni: non a caso, quando si verifica una crisi ipoglicemica, spesso si perde conoscenza. Anche il calcio, cioè il minerale che consente gli scambi “elettrici” tra i neuroni e l’ambiente extracellulare circostante, è necessario per le normali attività cerebrali. Infine, perché il segnale nervoso passi correttamente, e in tempo, da una cellula all’altra, è indispensabile la presenza di sostanze particolari, in grado di facilitare questo passaggio. Sono i cosiddetti neurotrasmettitori, particolari molecole che hanno proprio questa funzione di “lasciapassare”. Un deficit di acetilcolina, per esempio, o dei suoi recettori all’interno delle cellule, è certamente causa di gravi disturbi cerebrali, che portano alla demenza.

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Ricette 2.0: Dai blog alla tua tavola

Il buon Merlinox, come al suo solito, ha avuto una buona idea e si è impegnato per portarla al termine. Questa volta si tratta di Ricette 2.0 che nasce come motore di ricerca di ricette basato su google e finisce con un ottimo libro dal titolo Ricette 2.0 “Dai blog alla tua tavola” che è acquistabile online presso il sito dedicato daiblogallatuatavola.it.

Il libro vuole essere uno strumento per portare i più tradizionalisti della cucina su internet: le ricette sono una raccolta del lavoro di venti food blogger del web, già aderenti al motore di ricerca Ricette 2.0. Sessanta inedite elaborazioni culinarie, dall’aperitivo al dolce, accompagnate da foto e consigli di servizio.

Il prezzo di copertina è di €9,90: per ogni copia venduta viene donato 1€ alla Fondazione Banco Alimentare Onlus, che dal 1989 (in Italia) persegue finalità di solidarietà sociale nei settori dell’assistenza sociale e della beneficenza, secondo la concezione educativa del “Condividere i bisogni per condividere il senso della vita”.

Edito in collaborazione con lo Studio Grafico YYKK, il libro è una finestra sul mondo della cucina online. Ogni ricetta presenta una scheda dettagliata dell’autore e del proprio blog, nonché indicazioni di preparazione semplici, adatte a qualsiasi tipo di audience.

Ricette 2.0 è un motore di ricerca, basato sugli indici di Google, che raccoglie oltre 300 food blogger, visionati ed approvati singolarmente. Ogni giorno centinaia di utenti ricercano cosa cucinare, digitando ingredienti o nomi di portate.

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Un attimo di relax #118

Foto, citazione e libro della settimana sono il mio modo per regalarvi un minuto di relax.

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“Spazzolino invisibile.”

Vivi come se dovessi morire domani. Impara come se dovessi vivere per sempre.” ~ Gandhi

Libro della settimana:

La Cucina Mediterranea Moderna

Salvare vite nel Terzo Mondo? Talvolta la “ricetta” è semplice.

Con una bibita si potrebbero salvare milioni di bimbi dalla diarrea.

A volte basterebbe poco per salvare milioni di vite nei Paesi in via di sviluppo. Un cucchiaino di sale e 8 di zucchero sciolti in 1 litro d’acqua pulita (o bollita) da bere lentamente e continuamente: con questa semplice ricetta si potrebbero salvare 5 mila giovani vite al giorno, stroncate dalla disidratazione da diarrea cronica: più della malaria, dell’Aids e della Tbc insieme. Lo zucchero fa assorbire il sale, e il sale trattiene l’acqua nei tessuti: in più del 90% dei casi la disidratazione si inverte. La ricetta fu sperimentata nel 1971 nell’epidemia da colera sviluppatasi nel campo profughi ai confini tra l’India e il Bangladesh, e ora sta diffondendosi. Ma ancora oggi molti genitori non la conoscono, e la diarrea miete 1,9 milioni di morti l’anno solo fra i bambini di età inferiore a 5 anni.

Vaccini salvavita
Poi c’è il problema dei vaccini: dal 1999 la Gavi (Global Allian- ce for Vaccines and Immunisation) che riunisce Oms, Unicef, Bill and Melissa Gate Foundation e le industrie farmaceutiche, si prefigge di vaccinare i bambini del Terzo Mondo contro le malattie prevenibili. Dei 130 milioni di bambini che nascono ogni anno, 2-3 milioni moriranno di malattie che un vaccino avrebbe potuto prevenire. Dal 2000 il programma vaccinale di Gavi ha salvato milioni e milioni di vite.

Brevetti contesi
Ma i vaccini non bastano. Ci vogliono farmaci. E quelli del mondo industrializzato costano troppo per i Paesi in via di sviluppo. Il primo a reagire fu il Sud Africa che per arginare l’ecatombe dell’Aids iniziò a produrre, a prezzo contenuto, i farmaci nonostante fossero coperti da brevetto: 38 aziende farmaceutiche risposero facendogli causa. Le proteste dell’opinione pubblica mondiale le convinsero a ritirarsi e il 14 novembre 2001 l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) firmò la dichiarazione di Doha che dava la priorità alla salute pubblica rispetto ai brevetti. Ma il principio non è accettato ovunque. L’azienda svizzera Novartis,per esempio, ha fatto ricorso contro la legge indiana sui brevetti. L’India è una delle principali fonti per tutti i Paesi in via di sviluppo di farmaci generici a prezzi accessibili, incluse molte versioni di medicine contro l’Aids. La legge indiana riconosce infatti solo i brevetti sui medicinali veramente innovativi e rifiuta i miglioramenti insignificanti apportati sulle molecole già in commercio. I farmaci indiani sono “copie” dei farmaci occidentali con la stessa efficacia (spesso certificata dall’Oms),ma molto più economici: la meflochina, un antimalarico, costa 37 $ negli Usa e 4 in India. L’Azt per l’Aids costa 239 $ al mese negli Usa e 48 in India. Metà dei farmaci utilizzati nella lotta all’Aids nei Paesi poveri provengono dall’India. Ma per fortuna la Novartis ha perso il ricorso!

Mancano quelli veri, in compenso abbondano i falsi
L’Oms stima che sul mercato del mondo in via di sviluppo un farmaco su 4 sia falso. Non vengono tutti da Paesi del Terzo Mondo: il 30% di questi viene da Paesi sviluppati. Sono farmaci che contengono principio attivo in dosi insufficienti o ingredienti sbagliati. Si tratta di ormoni, analgesici, ma soprattutto antibiotici, antimalarici e anti Aids. L’ordine dei farmacisti della Guinea per esempio ha segnalato che più del 70% degli antimalarici venduti in quel Paese è contraffatto.
Pure in Occidente Anche in Europa e nel resto del mondo sviluppato si diffondono i falsi. L’Oms stima infatti che il 60% dei falsi vada nel Terzo Mondo e il 40% nei Paesi industrializzati. Dove internet è il canale privilegiato; qui infatti costano poco e non richiedono ricetta: soprattutto psicofarmaci, compresi gli antidepressivi, e il Viagra. La legge li vieta, ma è difficile fermarli perché sono recapitati in pacchetti anonimi.

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Farmaci: meglio pochi ma buoni.

Ne consumiamo troppi e spesso sono superflui: perché li pretendiamo dal medico; il medico si affida all’informazione dei produttori;e i produttori fanno più marketing che ricerca (vd post “Le fasi di sviluppo di un farmaco“)…

Si chiama disturbo da carenza di motivazione (Mo- DeD, Motivational deficiency disorder). Secondo il prof. Leth Argos, dell’University of Newcastle, Australia, affligge il 20% della popolazione; chi perde anche la voglia di respirare ne muore. Ma una piccola azienda di biotecnologie, di cui Argos è consulente, sta sperimentando Indolebant, molecola efficace e ben tollerata.T anto che le associazioni di pazienti fanno pressione per accelerarne sperimentazione e autorizzazione.Tutto falso: il MoDeD non esiste e il professor Leth Argos neppure; il Bmj, autorevole rivista per medici, riportava la notizia il 1° aprile: era un pesce, ma non molto diverso dalla realtà. Negli ultimi anni le malattie si sono moltiplicate: dalla disforia (irritabilità) mestruale alla sonnolenza diurna eccessiva, dalla disfunzione sessuale femminile al disturbo sociale ansiogeno, alla sindrome da deficit di attenzione. E spesso la nascita di ogni malattia coincideva stranamente con la scoperta, casuale, di una nuova indicazione per un vecchio farmaco. (per approfondimenti vedi anche il post Parola Di Marco Mamone Capria )

Malattie strategiche
Di pari passo è cambiata la strategia delle aziende, che oggi puntano su due diverse categorie di farmaci: una, difficile da scoprire, rimborsabile, considerata innovativa, che in genere ottiene dallo Stato un prezzo di vendita più elevato. L’altra facilmente smerciabile non rimborsabile, che concerne lo stile di vita e non una malattia, spesso “inventata” sfruttando l’effetto collaterale di un farmaco della prima categoria. Il mercato per tutti i farmaci viene poi creato con un efficace marketing ribattezzato disease mongering, cioè vendita delle malattie, che usa 3 strategie: 1. allargare il mercato di farmaci esistenti; 2. medicalizzare normali processi dell’esistenza; 3. trasformare i fattori di rischio in malattie.

Gioco al ribasso
L’ipertensione è un esempio della prima strategia. Finora si considerava iperteso chi aveva una pressione superiore a 140/90. Poi l’American Society of Hypertension riscrisse la definizione inventando la pre-ipertensione che inizierebbe da 120/80: è sano solo chi ha una pressione così bassa da non stare in piedi. Il New York Times svelò però che Merck, Novartis e Sankyo, tutte produttrici di farmaci anti- per-tensivi, avevano “unto” gli ingranaggi: dei 7 scopritori della nuova patologia, 6 ricevevano denaro delle aziende interessate e il 7° ne era azionista. E l’American Society of Hypertension aveva intascato 75 mila dollari più altri 700 mila per un ciclo di lezioni di aggiornamento per medici tenuto…in un ristorante. Il ritocco dei numeri ampliava il mercato degli anti-ipertensivi di 6 milioni di pazienti americani. Ma il trucco è ormai una regola; sono stati ritoccati i tassi di colesterolo, glicemia, peso corporeo, e persino la definizione delle malattie mentali del Dsm (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), bibbia dei criteri diagnostici: chi ha stilato gli aggiornamenti era pagato dai produttori.

Calvizie: una malattia?
Altra strategia è medicalizzare le naturali fasi dell’esistenza. È normale che dopo i 40 anni i maschi comincino a perdere i capelli, come è normale che le donne in menopausa soffrano un po’ di insonnia e abbiano le vampate,e pure che dopo una certa età maschi e femmine abbiano meno interesse per il sesso. Nel 1997, 19 urologi riuniti a congresso a spese delle aziende hanno inventato la disfunzione sessuale femminile definendone i sintomi: ridotto desiderio, rapporti dolorosi, incapacità di raggiungere l’orgasmo. Secondo Ed Laumann, sociologo dell’University of Chicago, a libro paga della Pfizer, la patologia affliggerebbe il 43% delle donne: ohibò, 1 su 2 non ha più orgasmi? La Fda statunitense non ha autorizzato cerotti e creme al testosterone per “curare” questa malattia perché il testosterone è sospetto cancerogeno; li ha autorizzati l’Emea, ente europeo, e sono già nelle nostre farmacie.

Confini sfumati
Il colesterolo è invece un esempio di come si può trasformare un fattore di rischio in malattia. Negli anni ’90 gli esperti dei National Institutes of Health americani avevanoformulato la definizione di colesterolo “alto”sul quale intervenire con i farmaci. In base a quella definizione e allo stile di vita Usa, c’erano 13 milioni di americani da trattare. Nel 2001 un altro comitato di esperti, 1/3 dei quali finanziati dai produttori di statine (molecole che riducono il colesterolo) ha ritoccato il tasso aumentando il mercato a 36 milioni di pazienti. Altro ritocco nel 2004: il comitato questa volta era di 9 esperti, 8 dei quali pagati dall’industria delle statine (avrebbero dovuto dichiararlo, ma non l’hanno fatto). Risultato: gli americani da trattare lievitano a 40 milioni. Ma ormai è la norma: uno studio ha calcolato che il 90% degli estensori delle direttive sull’uso dei farmaci lavora per le aziende produttrici.

Consigli interessati
Di fronte a queste situazioni i medici che prescrivono farmaci dovrebbero usare spirito critico, ma le facoltà di medicina non spiegano le strategie di marketing delle aziende. E l’aggiornamento dei camici bianchi, in Italia, è affidato ai 30 mila informatori farmaceutici che ogni giorno visitano 8-10 medici. In pratica, 300 mila contatti al giorno non per invitare il medico a essere attento e critico, ma per far aumentare le vendite» . Da più di 10 anni ci sono anche i corsi di educazione continua in medicina, obbligatori: i medici devono frequentarli per accumulare il punteggio che consente loro di continuare a esercitare. Gran parte di questi corsi è finanziata dall’industria sanitaria: farmaci, dispositivi, attrezzature, test di laboratorio o servizi. Chi organizza un corso per ottenerne l’accredito dal ministero della Salute deve rispondere via Internet ad alcune domande. Una chiede: in questo corso esistono conflitti di interesse? Se si risponde sì, il corso non viene accreditato. Quindi tutti rispondono no. Anche perché nessuno ha precisato cosa si intende per conflitto di interesse!

Acqua fresca
Forse è un caso: la legge italiana rende poco trasparente l’attività di pressione dell’industria, ma sono noti i contributi dati all’elezione di George W. Bush nel 2000: 80 milioni di $ venivano dall’industria farmaceutica e fra i primi 30 finanziatori del partito repubblicano ci sono ben 5 colossi farmaceutici. Con queste premesse non stupisce che l’Emea, l’ente regolatore europeo dei farmaci, non dipenda dalla Sanità, ma dalla direzione generale dell’Industria. «Come se il farmaco fosse un bene di consumo qualsiasi. Se non bastasse, il bilancio dell’Emea è fatto al 70% dai versamenti dell’industria: la valutazione del prodotto è direttamente pagata dall’industria stessa. Se diminuissero i farmaci presentati all’Emea, diminuirebbe il suo bilancio. E questa è un’arma di ricatto. Poi c’è la valutazione della qualità dell’efficacia e della sicurezza, ma invece di confrontare il farmaco nuovo con un altro già presente sul mercato per capire se funziona meglio, lo si confronta spesso con il placebo, l’acqua fresca. E così può essere approvato un farmaco meno sicuro e meno attivo di quelli già esistenti. Inoltre sono tenuti segreti i dati farmacologici, tossicologici e gli studi clinici in base ai quali è stato approvato il farmaco. E tutta la documentazione è fornita dall’azienda che ha interesse a far approvare il farmaco, mentre almeno uno studio sui malati dovrebbe essere fatto da un organismo indipendente.

Rischi mortali
Né funziona la farmacovigilanza dopo l’approvazione. Finora l’Emea non ha mai segnalato casi di tossicità dei farmaci e i ritiri sono stati decisi dall’industria. La lista è lunga: prima la terapia sostitutiva della menopausa dava il cancro al seno. Poi una statina che faceva morire di infarto. Infine il Vioxx, l’antinfiammatorio della Merck ritirato nel 2004: aveva causato da 88 mila a 140 mila infarti solo negli Usa, e l’azienda lo sapeva dal 2001. I farmaci veramente innovativi sono pochi perché l’industria spende più in marketing che in ricerca: nel 1999 i 12 maggiori gruppi Usa del settore hanno impegnato il 12,4% del loro fatturato in ricerca e sviluppo contro il 34,3% in marketing e costi amministrativi. Con ottimi risultati: nei primi 9 mesi del 2006, le dosi prescritte in Italia sono aumentate del 7,2% rispetto allo stesso periodo del 2005.

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Come giudicare una dieta? Occhio ai 7 gruppi.

Giudicare se una dieta è squilibrata non è facile, ma esiste una regola apparentemente banale, che
Emanuele Djalma Vitali chiama la “prova del sette”. Esistono cioè sette gruppi di alimenti che si integrano a vicenda e che devono essere presenti ogni giorno nella nostra alimentazione, con almeno un componente: in questo modo saremo sicuri di aver pagato tutti i debiti nutrizionali nei confronti del nostro organismo.

  • Il primo gruppo è quello che comprende le carni, le uova e il pesce (proteine pregiate, ferro, vitamine del complesso B e iodio nel pesce, da mangiare almeno una volta a settimana).
  • Il secondo è quello del latte, latticini e formaggi (proteine e calcio).
  • Il terzo è quello dei cereali e derivati (soprattutto amidi).
  • Il quarto gruppo è formato dai legumi (proteine, ferro, complesso B, amidi).
  • Il quinto è il gruppo dei grassi da condimento, vegetali e animali, da usare con parsimonia ma non da abolire.
  • Il sesto e il settimo gruppo sono formati dai vegetali ricchi di vitamina A (carote, spinaci, broccoletti, albicocche, melone estivo) e dai vegetali ricchi di vitamina C (agrumi, fragole, radicchio verde,peperoni). I legumi possono essere facoltativi e quindi andrà bene anche la “prova del sei”.

Pur se grossolana, questa è la prima norma da seguire quotidianamente, e insegna anche un’altra cosa: nelle diete è importante variare. Infine, cerchiamo di usare alimenti il più possibile
naturali, eliminando bustine o barattoli.

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Un attimo di relax #117

p>Foto, citazione e libro della settimana sono il mio modo per regalarvi un minuto di relax.

funny pictures-Is Halloween over yet?

“E’ finito Halloween? Sono andati a casa i mostri cattivi?”

Per estirpare un albero si deve iniziare recidendone le radici.” ~ Proverbio cinese

Libro della settimana:

Ti Amo...ma Sono Felice anche Senza di Te

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