Psiche e Soma

Ricette per una vita migliore!

Month: marzo 2010 (Page 2 of 2)

Le più clamorose sofisticazioni alimentari della storia.

parmisan

Quando una legge del 1953 s’è preoccupata di vietare nella preparazione dei dadi da brodo sostanze in putrefazione, residui vari e anche “l’uso di crisalidi del baco da seta”, ha svelato – nel negarne la liceità – l’esistenza di pratiche di produzione alimentare non in linea col comune buon gusto. Anzi, con il gusto e basta.
Durante il boom economico fanno scalpore in Italia tanti casi di ditte che mettono in atto trucchi e alterazioni da commedia italica anni Settanta, degne dell’industriale Del Noce in Giovannona Coscialunga disonorata con onore (Sergio Martino, 1973) che produce formaggi in modo così mefitico da inquinare tutto un fiume, cercando poi di corrompere l’onorevole Pedicò. Parti indicibili di animali per la produzione di alimenti, sostanze minerali per impasti vari, mammiferi e roditori di varia specie finiti in ragù in scatola sono di volta involta affiorati nei titoli dei giornali.

Anni Ottanta.
Alcuni casi di sofisticazioni attuate da aziende blasonate e di dimensioni e notorietà ragguardevoli fanno segnare una svolta nella reattività del pubblico. Non più estemporanee furberie di commendatori cascaci, bensì alterazioni sistematiche dei processi produttivi. Una notissima marca di formaggio spalmabile è rimasta coinvolta da uno scandalo riguardante la povera qualità degli ingredienti di base e l’igienicità dei metodi di lavorazione. Clamore ha poi fatto l’impiego, da parte di un produttore di un olio di serni, di oli di sansa di infimaa qualità. Le campagne pubblicitarie erano per giunta incentrate su un messaggio salutista, basate sull’efficace sequenza di un vispo quarantenne che salta d’un balzo uno steccato; immagine parecchio stridente con le qualità reali del prodotto reclamizzato.
Nel marzo 1986 il vino al metanolo uccide 27 persone, con centinaia di cecità permanenti e ricoveri, danni miliardari per l’intero settore vitivinicolo italiano a causa del crollo di consumi ed esportazioni. Come se n’è usciti? Nell’immediato con misure d’emergenza, non inerenti ai metodi di produzione quanto fiscali e procedurali. A lungo termine, invece, con la scelta molto saggia di puntare sulla qualità e su un’immagine di eccellenza del vino sia per il mercato interno che per l’estero. Rivolgendo i propri sforzi non a escogitare trucchi e sofisticazioni, bensì a valorizzare produzioni ottime e autentiche, l’industria enologica nazionale ne è venuta fuori. Proprio a seguito di quella tragica esperienza inoltre è nato l’Ispettorato centrale repressione frodi presso il Ministero delle Politiche agricole. Con un organico di 600 persone, 22 uffici periferici, 230 ispettori, 120 chimici e 22 laboratori sparsi in tutte le regioni, ogni anno da allora esegue migliaia di controlli sugli alimenti e sulle materie prime, compresi i mangimi. Sarà pure un organico insufficiente, di fronte alla gigantesca mole di prodotti da controllare, alle norme da far rispettare e alle insidie delle frodi sempre più sofisticate, ma…

Oggi.
Nell’ultimo decennio il fenomeno delle sofisticazioni è come se si fosse polarizzato verso opposte dimensioni. Marche medio-grandi coinvolte, nessuna. Continuano a esserci alterazioni sistemiche – legali – di intere categorie di prodotti, tra cui olio e succhi di frutta. Continuano d’altro canto ad affiorare piccoli casi locali di singoli bottegai o piccoli produttori particolarmente intraprendenti: acido nicotinico nella carne trita per mantenerla rossa, ormoni vietati nel latte, fette di tonno fresco irrorate di monossido di carbonio per ritardarne l’imbrummento, oli di semi colorati con clorofilla e insaporiti con betacarotene per spacciarli come extravergini, vino fatto con alcol denaturato, mozzarelle fatte senza latte… Ai colpevoli si contestano, a vario titolo, le accuse di associazione a delinquere finalizzata alla truffa, alla frode in commercio, alla contraffazione e commercializzazione di sostanze alimentari preparate in modo pericoloso per la salute pubblica.
Negli ultimi trent’anni si possono così individuare alcuni elementi comuni ai più ignobili casi di alterazione illecita del nostro cibo:
– si tratta di alimenti di massa, di grande produzione;
– si tratta di prodotti reclamizzati;
– e infine non sono passati inosservati: sono comunque stati scoperti.

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Le sofisticazioni alimentari.

parmisan

Sofisticare significa adulterare, alterare una sostanza, contraffarla. Un procedimento punito a norma di legge. Ma può essere legale?
Alla definizione di “sofisticazione alimentare” concorrono due componenti. Una, la contraffazione. Due, il limite di legge.
Contraffare, adulterare, celare sotto mentite spoglie, evocano attività da contrabbandieri o da ladruncoli con mascherina nera, gesti compiuti di soppiatto, nell’ombra. Nella realtà sono purtroppo registrabili oggi, da parte di diversi produttori o delle loro lobby a livello europeo, ripetuti tentativi d’invasione progressiva in diverse zone grigie: o verso l’utilizzo di ingredienti simili a quelli originali, ma meno costosi approfittando di lacune legislative, o verso la statuizione della facoltà di commercializzare prodotti truffaldini, anche con scritte, immagini e packaging ingannevoli.
Vino senza uva, aranciate senza arance, formaggio senza latte. Sono già legali l’aroma burro al posto del burro, l’aroma fumo al posto dell’affumicatura, finta panna di grassi idrogenati in confezioncine che la ritraggono con un paio di fragole sullo sbruffo, olio di oliva in una bottiglia che ne contiene solo il 5%, bibite alla frutta senza quel frutto, risotto al tartufo senza tartufo…

In aggiunta a tutto questo, negli ultimi anni l’Europa è venuta all’arrembaggio delle produzioni agricole nostrane. Solo nell’ultimo lustro hanno avanzato richieste di legalizzare bibite all’arancia senza arance (nel gennaio 2009, a quattro anni di distanza dal primo tentativo, hanno riprovato a far passare un progetto di legge in Senato, stoppato alla Camera); sostituire il succo della frutta con aromi e coloranti; il vino “senza uva” realizzato dalla fermentazione di frutta; il rosé ottenuto miscelando vini bianco e rosso anziché dalla tradizionale vinificazione in bianco delle uve rosse (autorizzazione rientrata nel giugno 2009); cioccolato con grassi diversi dal burro di cacao; formaggio prodotto a partire da cascina e caseinati invece del latte (solo questo ha reso possibile portare in Italia nove miliardi di chili in equivalente latte nel 2008 da spacciare come made in Italy).

Gusto e aroma, indizi di colpevolezza.
E’ tuttora illegale smerciare una cosa dicendo che è un’altra, ma con packaging raffinati ci si può avvicinare molto. C’è però sempre qualche indizio che smaschera l’autentica natura del prodotto. Questo indizio è da cercare sulla confezione. Le parole “gusto”, “aroma”: “al gusto di”, “aroma di” vuol dire che non ce n’è, dentro.

100%, indizio di innocenza.
Ci sono al contrario indicatori di autenticità del prodotto. Una cifra, una percentuale, una frase in più. L’etichetta è ciarliera o reticente? La primae più grande azienda del biologico in Italia da vent’anni avvolge i suoi vasetti di yogurt con informazioni eco-culturali nelle etichette. Un produttore di formaggi grattugiati rivendica con orgoglio, sia sulle pubblicità sia sulle bustine di plastica, l’integrità delle forme di formaggio d’origine e l’assenza di conservanti. Un produttore di latte di soia descrive la filiera di controllo di un ente certificatone terzo per evitare contaminazioni. ti azioni. Nel latte di soia la dicitura “no Ogm” garantisce l’assenza di fagioli transgenici: altrimenti, la soia usata è probabilmente Ogm. Per il cioccolato, chi esibisce la dicitura “puro” garantisce l’impiego di burro di cacao e non di altri grassi di qualità deteriore. Per I succhi di frutta la cifra “100% succo” è chiara: il contenuto di quel brick proviene tutto dalla frutta (anche nel caso di prodotto da concentrato, il reintegro acquoso rispetta la percentuale d’acqua originaria). Se la scritta a tutto tondo “100%” non c’è, quella bevanda è acqua e zucchero, anche se l’immagine di fuori ritrae una cornucopia di frutti variopinti e succosi.
L’abbondanza di informazioni sulla confezione è spesso indice di cura produttiva e attenzioni da parte del produttore.

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Un attimo di relax #92

Foto, citazione e libro della settimana sono il mio modo per regalarvi un minuto di relax.

funny pictures of cats with captions

“Sta arrivando! Pensa gatto… cosa farebbe MacGyver? “

Colui che non rispetta la vita, non la merita.” ~ Leonardo Da Vinci

Libro della settimana:

Curare gli stati infiammatori in modo naturale e prevenire malattie cardiovascolari, cancro, diabete, colesterolo alto, artrosi e obesità

Disturbi del sonno: test di autovalutazione

dormire

Valutate personalmente i vostri disturbi del sonno:

  1. Avete spesso difficoltà ad addormentarvi?
  2. Vi svegliate troppo presto il mattino?
  3. Se vi svegliate spesso durante la notte, avete difficoltà a riaddormentarvi in seguito?
  4. Vi sentite spesso molto stanchi quando vi svegliate il mattino?
  5. La mancanza di sonno influenza il vostro umore durante il giorno?
  6. (Vi sentite tesi, irritabili o depressi?)
  7. La mancanza di sonno incide sulle vostre attività quotidiane (difficoltà di concentrazione, memoria debole o difficoltà di apprendimento)?

Se avete risposto «sì» a più di due domande o se avete risposto affermativamente alla domanda numero tre, dovreste discutere con il vostro medico i risultati di questo test.

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Quanto ci vuole per creare un’abitudine?

cattiva abitudine

Se desiderassimo creare una nuova abitudine, tipo fare più esercizio fisico, mangiare in modo più sano o scrivere un post sul blog ogni giorno, quante volte dovreste fare un’azione prima che questa diventi un’abitudine?

Chiaramente può dal tipo di abitudine si stia cercando di creare e dal quanta coglia si ha nel perseguire l’obiettivo. Ma ci sono delle linee guida generali che ci dicono quanto tempo ci vuole prima che dei nuovi comportamenti diventino automatici?

Chiedi a Google e otterrai una cifra che varia tra i 21 e i 28 giorni. In realtà non c’è alcuna prova concreta su questo numero. Il mito di 21 giorni può provenire da un libro pubblicato nel 1960 da un chirurgo plastico, il Dr. Maxwell Maltz, il quale notò che le persone che hanno subito un’amputazione hanno bisogno in media di 21 giorni di tempo per adattarsi alla perdita dell’arto e da questo dato sono state tratte delle considerazioni generali.

Fare senza pensare
Ora, però, ci sono varie ricerche psicologiche su questa questione e se ne è parlato in un articolo recentemente pubblicato nella European Journal of Social Psychology. La Dr. ssa Phillippa Lally e dei suoi colleghi dell’ University College di Londra hanno reclutato 96 persone interessate a creare una nuova abitudine, tipo mangiare un pezzo di frutta ad ogni pranzo o fare 15 minuti di corsa ogni giorno (Lally et al. 2009). Ai partecipanti, ogni giorno, furono fatte una serie di domande per valutare quanto sentissero automatici questi loro nuovi comportamenti. Fra le varie domande ve ne erano alcune che valutavano se la nuova azione fosse “difficile da non fare” o se potesse essere fatto “senza pensarci”.
Quando i ricercatori hanno esaminato le abitudini differenti, molti dei partecipanti hanno dimostrato una relazione curva tra la pratica e l’automaticità dell’azione. In media si raggiungeva l’automaticità dopo 66 giorni, in altre parole si era creato un’abitudine difficile da mandare via.
Anche se la media era di 66 giorni, c’erano grosse variazioni fra i vari tipi di abitudini, partendo da 18 giorni fino ad arrivare a 254 giorni. Come potrete immaginare, bere un bicchiere al giorno di acqua è diventato molto rapidamente un gesto automatico mentre c’è voluto molto più tempo per abituarsi a fare 50 flessioni prima di colazione.
I ricercatori hanno inoltre osservato che:
Saltare un giorno non incide sulla possibilità di creare una abitudine.
– Un sottogruppo ha necessitato di molto più tempo rispetto agli altri sotto gruppi, suggerendo forse che alcune persone sono ‘abitudine-resistenti’.

Non 21 ma 60.
Ciò che questo studio rivela è che quando vogliamo sviluppare l’abitudine relativamente semplice come mangiare un pezzo di frutta ogni giorno o fare una passeggiata di 10 minuti, potrebbero volerci poco più di due mesi prima che il comportamento diventi un’abitudine. Saltare un giorno non incide più di tanto anche se sono proprio i primi giorni a darci una spinta importante al cambiamento. Quindi ci vogliono ben più di 21 giorni ma anche 60 giorni in fin dei conti non sono tanti se l’abitudine acquisita (bere più acqua o camminare ) molto probabilmente vi allungherà al vita di qualche anno.
Via

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