Psiche e Soma

Ricette per una vita migliore!

Probabilmente non hai bisogno dell’esame della vitamina D.

esame vit d

I venditori di integratori vitaminici amano dire che tutti sono carenti di vitamina D, compreso te. Forse questo è il motivo dell’incremento esponenziale che ha avuto negli ultimi anni il dosaggio della vitamina D, se negli ultimi due anni avete avuto una prescrizione per gli esami del sangue molto probabilmente il vostro medico vi avrà richiesto anche il dosaggio della vitamina D. Potrebbe essere facile verificare l’affermazione dei venditori di integratori: basta fare un esame del sangue per vedere se i livelli sono bassi… ma non è così semplice.
La vitamina D può essere assimilata con la dieta, o può essere formata dalla pelle sufficientemente esposta al sole, è fondamentale per la salute delle ossa, dal momento che la vitamina D dice al corpo di assorbire il calcio proveniente dall’alimentazione, e le persone con carenza di vitamina D hanno molte probabilità di sviluppare problemi di salute.
Quindi lo screening per carenza di vitamina D potrebbe suonare come una buona idea.

L’anno scorso una task force del Servizio di Prevenzione degli Stati Uniti ha considerato il problema e ha concluso non c’erano prove sufficienti per dire se il test è utile. Gli scienziati non sono d’accordo su quale livello dovrebbe essere considerato “basso”, e non c’è alcuna prova che l’assunzione di integratori di vitamina vi farà bene.
Come il New York Times ha riassunto:
C’è dibattito sul fatto se i bassi livelli di questa vitamina sono una causa diretta della malattia, o semplicemente un indicatore di comportamenti che contribuiscono a problemi di salute, come il fumo, la cattiva alimentazione e la sedentarietà.
La task force federale ha emesso una serie di raccomandazioni sulla base di una revisione delle prove di più di una dozzina di studi che hanno valutato gli effetti del trattamento vitamina D negli adulti sani. Gli studi hanno utilizzato dosi di vitamina D3 che vanno da 400 a 4.800 unità internazionali al giorno, e sono durati da due mesi a sette anni.
La task force ha concluso che le prove correnti erano “insufficienti per determinare il saldo netto dei benefici e dei danni dello screening e il trattamento precoce della carenza di vitamina D in adulti sani”.
Il dr. Owens ha detto che la commissione ha evidenziato dei potenziali problemi con lo screening. Le prove possono diagnosticare come carenti persone che in realtà non lo sono: ad esempio, i test degli afro-americani hanno bassi livelli di vitamina D, il che porta a falsi positivi.

Invece dello screening diffuso, la task force raccomanda un approccio più personalizzato: se pensi di avere davvero una carenza di vitamina, parlarne con il tuo medico, che può raccomandare un test, ma lo porterà nel contesto con altre informazioni sulla tua salute.

Come riporta my-personaltrainer.it la carenza di vitamina D può svilupparsi per svariate ragioni, riconducibili a:

  • insufficiente apporto alimentare;
  • inadeguata esposizione al sole (in particolare ai raggi UVB), che a sua volta può dipendere da: ridotta attività fisica all’aria aperta; aumentata distanza dall’equatore; pelle scura; eccessivo uso di creme solari (una crema solare con protezione 15 blocca circa il 99% della produzione cutanea di vitamina D);
  • aumentato fabbisogno;
  • alterato assorbimento intestinale;
  • condizioni – come le malattie epatiche o renali – che compromettono la conversione della vitamina D nella sua forma attiva.

Aumentano il rischio di carenze di vitamina D anche:

  • fumo di sigaretta (alterato metabolismo);
  • età avanzata (per la minor efficienza produttiva cutanea);
  • obesità (ridotta biodisponibilità di vitamina, sequestrata nel grasso);
  • assunzione di farmaci che accelerano il metabolismo della vitamina D attiva, come anticonvulsivanti, corticosteroidi, farmaci antirigetto e antivirali.

A Bari e provincia nasce la Rete Sanitaria Sociale.


Curarsi bene e a prezzi accessibili? È facile grazie alle cooperative sociali!

Il 20 Ottobre 2014 si inaugura la “Rete Sanitaria Sociale”, una rete di servizi sanitari e di diagnostica per i cittadini e le famiglie.
La rete, attiva per ora nei comuni di Bari, Capurso, Valenzano e Cellamare, nasce dall’incontro e dalla condivisione delle esperienze di due Cooperative Sociali: “Occupazione e Solidarietà” e “Nuova Città“. La prima è una delle cooperative leader nel meridione per i servizi socio-assistenziali, la seconda ha creato e gestisce il primo poliambulatorio medico italiano gestito da una ONLUS.
“La rete, – ha dichiarato Giuseppe Moretti, presidente della Cooperativa Occupazione e Solidarietà – è nata ascoltando le richieste dei pazienti. Di frequente, dopo aver effettuato una visita, ci chiedevano dove poter effettuare l’eventuale esame diagnostico prescritto o, viceversa, dove effettuare la visita specialistica necessaria dopo l’esame diagnostico. Idem presso le farmacie o i centri ottici: i pazienti spesso si rivolgono a loro per sapere in quali centri recarsi per curare o diagnosticare le loro eventuali patologie.”
Da oggi il paziente che entrerà in uno dei centri affiliati si potrà sentire al centro di una rete basata su tre presupposti ben chiari e condivisi da tutti: tariffe etiche, innovazione tecnologica, tempi d’attesa ridotti.
I centri della Rete Sanitaria Sociale, collocati nella zona di Bari, Capurso, Valenzano e Cellamare, sono: il “Poliambulatorio Sociale”, il laboratorio di analisi cliniche “Biolab”, il centro diagnostico “AEMMEGI”, l’ottica “Professional”, il centro di psicologia per la famiglia “La casa sull’albero”, lo studio dentistico del Dr. Cesare Rizzi,la farmacia Mainardi di Capurso, la farmacia Addante di Valenzano e lo studio di ginecologia del Dr. Nicola Pansini di Bari.
“Inoltre – ha continuato Giuseppe Moretti – per aiutare ulteriormente i cittadini, abbiamo deciso di creare la Social Card Salute. E’ una card che, per ora, sarà distribuita ai pazienti delle varie strutture affiliate, ai dipendenti e ai soci delle cooperative dell’associazione Axia (una rete di cooperative sociali che ad oggi occupa più di 650 fra soci lavoratori, soggetti svantaggiati e dipendenti, con più di 3.000 pazienti assistiti), e permetterà di ricevere sconti e agevolazioni presso i centri della Rete Sanitaria Sociale.”
In tutte le strutture e anche presso alcuni selezionati studi di medicina di famiglia si potranno, inoltre, prenotare visite o esami diagnostici. Visitando il sito www.retesantiariasociale.it o chiamando lo 080 455.00.79 è possibile ottenere informazioni più dettagliate e scoprire come ricevere la Social Card Salute.

La manutenzione della colonna vertebrale.

La manutenzione si fa così: molto moto, mangiare sano. E occhio agli zaini pesanti

Per rimanere efficiente, la colonna vertebrale deve lavorare, cioè muoversi. Quando è sottoposta a uno sforzo prolungato, infatti, anche se non intenso, si generano correnti elettriche che stimolano la creazione di nuovo tessuto osseo. La scarsità di moto, o addirittura l’immobilismo, può provocare invece osteoporosi. Vale a dire fragilità delle ossa. Se si è costretti a rimanere immobili per più giorni, l’organismo preleva il calcio dalle ossa per utilizzarlo dove è più necessario, come accade durante le malattie prolungate.
Quali altre regole occorre osservare per mantenerla in forma?

Recupero limitato.
Il lavoro fa bene alla colonna vertebrale ma, in certi casi, può anche danneggiarla. Succede quando la si sottopone a sforzi prolungati per lungo tempo. I dischi intervertebrali si accorciano di giorno per la perdita di liquido che poi recuperano di notte, allungandosi, ma se il recupero non è sufficiente, i dischi non riacquistano le dimensioni normali, le vertebre si avvicinano l’una all’altra, si riducono le possibilità di movimento reciproco e la conseguenza è l’artrosi.

Attenti al calcio.
Il latte e i suoi derivati sono la migliore fonte naturale per rifornire di calcio l’organismo, indispensabile soprattutto nelle prime fasi della vita e nelle donne. Per queste ultime, infatti, il rischio di osteoporosi dopo la menopausa dipende dalla quantità di calcio assorbita tra i 25 e i 30 anni di età.
Le verdure inoltre sono una preziosa fonte di calcio, seconda per importanza soltanto ai latticini e, a differenza di questi, sono totalmente “sicuri”. Tra i vegetali più ricchi di calcio ricordiamo gli agretti, le verdure a foglia verde (cicoria catalogna, cime di rapa, rucola e lattuga), i broccoli, il sedano da costa, il finocchio, i cavoli ed i porri. La salvia, con i suoi 600 mg di calcio per 100 grammi, rappresenta uno dei vegetali più ricchi di questo elemento; come tale, risulta un aromatizzante particolarmente prezioso per aumentare l’apporto quotidiano di calcio, specie se utilizzato al posto del sale. L’eccesso di sodio, infatti, tende ad impoverire le ossa di calcio, predisponendole allo sviluppo dell’osteoporosi. Anche il caffè, gli alcolici, il fumo, una dieta decisamente iperproteica e il ridotto consumo di verdure, sono fattori potenzialmente responsabili di carenze calciche.
L’importanza delle verdure ricche di calcio nella dieta è particolarmente rilevante nell’alimentazione delle persone intolleranti al lattosio. Questi individui, considerata la carenza di lattasi, sono infatti costretti ad allontanare in maniera più o meno drastica gli alimenti ricchi di lattosio dalla propria dieta. Di conseguenza, privandosi di latte e latticini (anche se lo yogurt e i formaggi a pasta dura sono generalmente ben tollerati), nel lungo periodo è possibile sviluppare carenze di calcio. Analogo discorso per i vegani.

Peso eccessivo.
La colonna vertebrale non dovrebbe essere costretta a portare un peso superiore alle sue capacità: né pesi eccessivi, né corpi troppo appesantiti. Recenti indagini mediche condotte in diverse città hanno invece dimostrato che, sia pure con percentuali variabili, gran parte dei bambini italiani è in eccesso di peso. Questo è dovuto a un’alimentazione scorretta, sia per il tipo di alimenti (abbondanza di cibi ad alto contenuto di calorie e poca verdura e frutta), sia per il modo disordinato di alimentarsi. La conseguenza è che il peso supera i limiti normali e la schiena deve fare sforzi maggiori per “reggerlo”. Altrettanto dannosi, soprattutto per i bambini, possono essere i cosiddetti “carichi scolastici”: zaini e cartelle. Soprattutto fino all’età della scuola media, cioè fino a quando la spina dorsale è ancora debole, è meglio limitare al massimo il loro peso. Ma bisogna anche fare attenzione al modo con cui il peso viene sistemato sulla schiena. Lo zaino è preferibile perché permette di distribuire il peso su entrambe le spalle, ma occorre che all’interno libri e quaderni siano sistemati in modo da non “tirare” di più da un lato. Le cartelle o le borse che si portano appese a una sola spalla sono meno indicate, perché tendono a gravare su un solo lato del corpo, rischiando di provocare asimmetrie nella colonna vertebrale.

Mezzi di difesa.
Il metodo più sicuro per prevenire i danni alla colonna è di svolgere una corretta e regolare attività fisica. Gli sport più adatti sono la ginnastica, il nuoto e la pallacanestro, perché permettono di sviluppare in modo regolare tutti i fasci muscolari della schiena. Ma, in generale, tutti gli sport hanno effetti positivi, esclusi quelli asimmetrici, come il tennis, che tendono a esasperare il lavoro di metà del corpo, lasciando inattiva l’altra. In questi casi, per evitare il rischio di sbilanciamenti nello sviluppo muscolare, è bene far precedere allo sport un periodo di ginnastica per mantenere in attività tutti i fasci muscolari. La colonna vertebrale, infine, si difende anche a letto. E’ meglio non dormire sul ventre, perché il collo, e quindi le vertebre cervicali, sono obbligati a stare in posizione innaturale. E’ bene anche che il materasso sia abbastanza rigido.

firma.png

Manteniamo le distanze…

Lo spazio tra le persone ha regole e significati precisi.

Il sociologo americano John Gueldner ha osservato le persone che entrano in un ascensore e si è accorto che il modo con cui lo occupano risponde a regole fisse. La prima persona che entra  si sistema nell’angolo dove c’è il pannello dei comandi, oppure in uno dei due angoli sul fondo. La seconda occupa l’angolo diagonalmente opposto. La terza e la quarta occupano gli angoli restanti, la quinta si appoggia al centro della parete di fondo. Solo l’ultimo passeggero, non avendo alternative, si pone al centro della cabina. Tra le tante cose che il nostro cervello deve fare in continuazione, c’è anche quella di amministrare lo spazio intorno al nostro corpo. Noi non ce ne accorgiamo, ma avvicinarsi o scostarsi, di poco o di molto da un un’altra persona, oppure da un oggetto, risponde a esigenze precise di tipo biologico e psicologico. La distanza a cui teniamo la fidanzata, il passante che chiede un’informazione, il vicino di ombrellone al mare o quella a cui il capo ufficio tiene i suoi dipendenti quando parla con loro, è sempre la stessa, o varia di poco. E ha un significato preciso: serve a comunicare sensazioni e intenzioni che vengono comprese intuitivamente da tutti. Così, se ci avviciniamo a una persona a distanze inferiori a quelle che queste regole inconsce impongono, immediatamente subentra imbarazzo, disagio. E può perfino scattare una reazione di difesa. Perché imponendogli la nostra vicinanza gli stiamo inviando un messaggio che non si aspetta. Un po’ come se dicessimo “ti amo” al primo passante che incontriamo per strada. Che cosa regola queste distanze? Le norme dell’occupazione dello spazio, spiegano gli esperti, sono comuni non soltanto agli esseri umani, ma anche agli animali. Non a caso la zona cerebrale che le governa si trova nella parte più antica del cervello, quella che ancora li accomuna entrambi.

Leggi ataviche
La logica degli spazi risponde a due leggi ataviche, sviluppatesi insieme all’uomo in milioni di anni di evoluzione: il riflesso di avvicinamento, alle cose vitali o comunque piacevoli, e il riflesso di fuga, da ciò che ci minaccia o ci fa paura, entrambi presenti fin dalla nascita. Sfiorando con i polpastrelli la guancia di un neonato, il bambino sposta automaticamente la testa, portando la bocca verso lo stimolo. Toccando la pianta del piede con una bacchetta, il bambino ritrae immediatamente la gamba: il ginocchio si flette e la coscia si piega sull’anca. Eppure, fino ai due anni, il bambino non ha la nozione di distanza, che acquisisce soltanto quando impara a parlare. Crescendo, questi due riflessi scompaiono da un punto di vista neurologico, ma rimangano sul piano psicologico. Istintivamente andiamo verso ciò che troviamo piacevole oppure portiamo l’oggetto del desiderio verso il nostro corpo, se invece siamo troppo vicini a qualcosa di minaccioso ce ne allontaniamo, oppure allontaniamo l’oggetto aggredendolo: fisicamente o verbalmente.

Attacco e fuga
Negli animali sia che si scelga la via dell’attacco che quella della fuga, la reazione è immediata: brontolii, soffi, il pelo si arruffa, la schiena si inarca, i muscoli si irrigidiscono per spiccare il balzo. Reazioni fisiologiche abbastanza simili a quelle umane: si sbuffa e si brontola contro chi vuole prendere il nostro posto in coda allo sportello postale, si indietreggia di fronte a chi ci opprime dall’alto, ci si irrigidisce come statue tra la folla per non rinunciare al nostro spazio vitale. Ma ci sono molte altre circostanze, meno appariscenti, in cui la distanza assume un significato preciso. Il dirigente che riceve stando seduto dietro una larga scrivania sottolinea la distanza e il rapporto di gerarchia che lo rende superiore all’ospite, anche se l’espressione del suo viso è improntata alla massima disponibilità.  Ma se lo spazio attorno a noi è davvero così prezioso, ogni giorno sui vagoni della metropolitana o sull’autobus, dove la distanza tra le persone è ridotta ai minimi termini, dovremmo assistere a continue liti, tensioni, imbarazzi. Perché in realtà ciò accade raramente? In questa situazione “l’altro” non viene vissuto come un individuo, ma come un oggetto, fastidioso finché si vuole, ma sempre oggetto.E’ qualcosa che ci costringe ma non ci aggredisce. “L’altro” diventa un potenziale invasore soltanto quando ci rivolge la parola, cioè si anima. E’ a quel punto che indietreggiamo, o tentiamo di farlo, per guardarlo in faccia e ristabilire le distanze.
Ma chi stabilisce il confine tra il proprio spazio e quello degli altri? Secondo i ricercatori, ogni individuo si sposta portandosi dietro una parte di spazio, una sorta di cilindro invisibile costituito da quattro aree concentriche, nelle quali accetta che qualcuno entri secondo una logica ben precisa: la zona intima, quella personale, quella sociale e quella pubblica.

Area confidenziale
Il suo raggio va da 0 a 45 centimetri. Corrisponde all’incirca alla lunghezza dell’avambraccio. E’ l’area privata degli affetti, nella quale gli altri hanno il permesso di entrare solo in circostanze particolari. In questa zona possiamo anche appoggiare le mani sulle spalle di un altro o intorno ai suoi fianchi. Tra amanti questo spazio si annulla, ma anche gli amici possono avvicinarsi molto, fino ad abbracciarsi. Per gli estranei è una zona pressoché vietata: il rischio è quello di causare fastidio o paura. Basta pensare all’irritazione che si prova sul treno quando si condivide il bracciolo del sedile con uno sconosciuto. Nella zona intima è possibile sentire il respiro di chi ci sta di fronte, percepirne il calore e l’odore della pelle, cogliere le sue emozioni, controllare l’espressione del viso.

Territorio per conoscenti
Il suo raggio va da 45 centimetri a 1,30 metri. Oltre quest’area si esaurisce la nostra capacità immediata di influire sull’ambiente. Si estende infatti fino al punto in cui arriva il nostro braccio teso: se vogliamo andare oltre dobbiamo spostarci o prolungarlo con uno strumento. E’ la distanza che di solito poniamo durante una conversazione con una persona appena conosciuta. Il controllo su ciò che accade nella zona personale viene però applicato anche agli oggetti che rientrano in quest’area: la scrivania, il letto, la poltrona. In particolare, quando si è in auto, lo spazio privato si estende a tutto l’abitacolo. Ecco perché ci si sente in un territorio sicuro, si diventa più affabili e intraprendenti con gli eventuali passeggeri. Non a caso i ragazzi spesso hanno il coraggio di dare il primo bacio proprio in macchina.

Relazioni professionali
Il suo raggio va da 130 a 360 centimetri. In pratica è la somma di due aree personali: possiamo immaginarla come la distanza che intercorre tra due individui, posti frontalmente, con le braccia tese e le dita in contatto. In questa zona si svolgono soprattutto le relazioni professionali. La scrivania di un addetto alla reception di solito viene sistemata a non meno di 2 metri dalla sala d’attesa per evitare ai visitatori di entrare nella zona privata dell’impiegato e di disturbare il suo lavoro. D’altra parte inconsapevolmente ognuno regola la distanza sociale in funzione dello status.

Zona pubblica
E’ l’enorme area posta al di là della zona sociale. Quindi, all’incirca, oltre un raggio di 3 metri e 60 centimetri. Corrisponde allo spazio che di solito si mette tra noi e un individuo o un gruppo che, a prima vista, non sembra avere caratteristiche sociali comuni con noi. Le famiglie che fanno un pic-nic nel parco, i bagnanti sulla spiaggia, i capannelli di amici nella piazza del paese sono tutti esempi di “distanza pubblica”. Quando il luogo è superaffollato e la distanza non può essere rispettata, si delimita il territorio con oggetti personali: asciugamani, zainetti, borse, sedie. Si tratta di una regola non scritta ma, almeno nel mondo occidentale rispettata. Delimitare il territorio è un’esigenza irrinunciabile anche nel mondo animale e coincide con lo spazio necessario per cacciare, riprodursi, decidere se difendere o attaccare. Negli animali da laboratorio è stato verificato un legame stretto tra sovraffollamento e aggressività. Nei topi, tenuti in gabbie che venivano progressivamente riempite, si sono verificate modificazioni biochimiche: le ghiandole endocrine hanno iniziato a produrre una quantità superiore di ormoni dell’aggressività e gli animali sono diventati estremamente violenti, fino al cannibalismo. Per quanto riguarda l’uomo numerosi sociologi hanno più volte ipotizzato una relazione tra l’alta densità abitativa di un quartiere e il suo tasso di criminalità.

Zona di elezione
Oltre che una dimensione fisica e biologica la distanza è una dimensione psicologica, strettamente legata alla personalità. Si sa che gli introversi mantengono distanze maggiori rispetto agli estroversi. Tutti noi abbiamo una zona che spontaneamente privilegiamo. Ci sono persone che riescono a comunicare soltanto nella zona intima o personale, per cui, riducono le distanze anche nelle relazioni di lavoro. C’è invece chi si sente al sicuro soltanto nella zona sociale ed evita di avvicinarsi troppo persino ai familiari. Anche se esiste una zona di elezione, le circostanze spesso ci costringono a spostarci da un’area all’altra.

firma.png

Il corpo? Non sa dir bugie.

Soltanto il sette per cento dei nostri messaggi è fatto di voce. Il resto lo diciamo con le gambe, le braccia, e perfino con il naso.

Quanto sono importanti le parole nella comunicazione? Non molto. Secondo una recente ricerca la comunicazione verbale ha un peso minimo nel bilancio dei rapporti sociali: appena il sette per cento, tutto il resto è affidato al linguaggio del corpo, un alfabeto infinito di gesti, sguardi, smorfie, posture, contrazioni muscolari talvolta impercettibili. Immobile o in movimento, il corpo è una continua fabbrica di segnali. Un certo modo di accavallare le gambe o di stringere la mano, uno scatto in avanti o un’occhiata possono rivelare molto più che qualche ora di colloquio.
Esistono piccoli movimenti, apparentemente irrilevanti che in realtà esprimono esattamente lo stato d’animo del momento. Un signore legge tranquillamente il suo giornale mentre attende di essere ricevuto per un importante colloquio di lavoro, e intanto allaccia e slaccia in continuazione l’ultimo bottone della giacca. Il suo abbigliamento è perfettamente in ordine, quindi la sua attività automatica non rientra nel quadro delle azioni del “sistemarsi” per apparire in ordine. Questo signore sta semplicemente indulgendo a quella che gli esperti di comunicazione chiamano attività dislocata, tutti quei gesti “inutili” che riflettono un momento di frustrazione o di conflitto interiore. Insomma, quel gesto irrequieto significa ansia. Tutte le attività dislocate rivelano agli altri i nostri impulsi frustrati e diventano così importanti segnali sociali. Ci sono casi in cui i gesti dislocati sono talmente ben mimetizzati che possono passare quasi inosservati. Durante una festa è molto frequente vedere persone che allentano la tensione sorseggiando una bibita senza avere sete o piluccando dal buffet anche se non hanno il minimo appetito. C’è anche chi sviluppa abitudini personali di dislocazione: far tintinnare le chiavi in tasca, sistemarsi i capelli, pulire gli occhiali col fazzoletto.

Fughe di notizie
Chi non cede a questi piccoli gesti di debolezza rappresenta l’eccezione, cioè non è sfiorato dal conflitto. Può essere una persona socialmente dominante, un asceta, un eccentrico, ma anche uno psicotico. Ma la maggior parte degli esseri umani ogni giorno ricorre alla dislocazione per superare lo stress dovuto a pulsioni contraddittorie: si vorrebbe essere lì e contemporaneamente da tutt’altra parte, dire una cosa e allo stesso tempo tacerla, isolarsi dagli altri e socializzare. Nella vita di relazione spesso cerchiamo di nascondere le nostre vere emozioni, ma spesso la mimica contraddice la parola facendoci dire la verità anche quando vogliamo nasconderla. Si verifica cioè una “fuga non verbale di notizie”. Naturalmente ciò che sta dietro una fuga di informazioni non verbali non è sempre una bugia. Talvolta è semplicemente la spia di un conflitto in cui pensiero e azione non coincidono, ma è sempre un modo per “raggirare” l’interlocutore, come quando, per opportunità, fingiamo interesse durante una discussione. Ma è proprio impossibile mentire bene imparando a dominare il corpo? Ci sono zone del corpo più facili di altre da controllare, dicono gli esperti. Il viso è in assoluto la parte che sa mentire meglio perché, chi più chi meno, siamo tutti in grado di gestire la mimica facciale a seconda della circostanza. Gli indizi più utili per scoprire se una persona sta mentendo arrivano dalle mani: o si muovono troppo, a causa della tensione, o troppo poco, perché, coscienti della possibilità di lasciar passare segnali rivelatori, tendiamo a “imprigionarle”, mettendole in tasca o stringendole l’una all’altra. Infine, occhio alle gambe e ai piedi: è la parte del corpo di cui siamo meno consapevoli e dalla quale deriva quindi la maggior fuga di informazioni. Spostamenti repentini dei piedi, calci dati all’aria, gambe rigide che contraddicono i segnali amichevoli o trattenuti delle mani. Il modo migliore per ingannare, dunque, è limitare i messaggi alle parole e alle espressioni del viso, ma siccome immobilizzare il resto del corpo risulterebbe ancora più inverosimile, il consiglio è di mentire esclusivamente quando il fisico è impegnato in un’attività che non consente distrazioni: mentre si parcheggia l’automobile, si sistemano dei documenti sullo scaffale più alto, o si fa sport.

Come si scopre l’inganno
Negli Usa sono stati realizzati molti esperimenti per scoprire quali sono le chiavi che permettono di smascherare un “bugiardo”. Uno dei più interessanti vede protagoniste un gruppo di allieve infermiere alle quali fu chiesto di descrivere ciò che avevano visto in una serie di filmati (interventi chirurgici particolarmente cruenti o scene piacevoli), a volte mentendo e a volte dicendo la verità. Fu chiesto loro di mentire bene per poter valutare la capacità di convincere un malato che un certo intervento chirurgico, particolarmente rischioso, era in realtà del tutto sicuro oppure di rassicurare un paziente ansioso tenendo conto del fatto che quest’ultimo avrebbe potuto scoprire l’inganno al minimo segnale contraddittorio non verbale. Ogni loro gesto venne registrato da alcune telecamere nascoste e studiato attentamente. Risultò che anche le migliori bugiarde non erano in grado di controllare totalmente la comunicazione non verbale. Innanzitutto, evitavano di sottolineare gesticolando parti del discorso che avrebbero dovuto enfatizzare. Tutti sappiamo infatti che basta un tremolio o una tensione delle mani per tradirci. Si toccavano il viso molto più spesso di quanto non accada normalmente. Tra i gesti preferiti, in assoluto: quello di sfregarsi il naso e coprirsi la bocca. Il secondo, da un lato indica la volontà di nascondere un’espressione sincera e che potrebbe smascherarci, dall’altro esprime il desiderio inconscio di imbavagliarsi per bloccare la bugia che sta uscendo.

Come Pinocchio
Anche il gesto di toccarsi il naso ha una duplice spiegazione: la mano si alza per chiudere la bocca, ma il cervello devia la mano per evitare che avvenga ed è sul naso che finisce per ricadere l’azione. Non basta. Il disagio, causato dall’ambiguità della situazione, produce una serie di piccoli mutamenti fisiologici, la mucosa delle narici diventa più sensibile, provocando una sensazione di lieve prurito, quasi impercettibile, ma sufficiente a far sì che il naso attiri la mano. Benché le infermiere fossero sedute si muovevano molto, proprio come chi vorrebbe scappare, ma non può. E infine mostravano delle microespressioni facciali simili, ma non identiche, a quelle associate alle verità. Movimenti dei muscoli appena accennati e che non duravano più di una frazione di secondo. Come se la faccia, per un attimo, si rifiutasse di mentire, l’intenzione però fosse immediatamente bloccata da un contrordine che le comandava di adeguarsi.

I segnali contraddittori
A volte, anche se siamo sinceri, il corpo invia segnali che possono confondere chi ci sta di fronte. Immaginiamo una scena come questa: all’uscita di una discoteca c’è una banda di teppisti, uno di loro rivolge pesanti apprezzamenti a una ragazza. Il suo fidanzato reagisce ma è in preda a desideri opposti: la paura, che vorrebbe farlo scappare, e l’aggressività, che lo spinge all’attacco. Ne deriva un atteggiamento ambiguo: il corpo assume una postura falsamente minacciosa (a esempio, anziché affrontarlo, si sposta di lato rispetto all’aggressore) ma l’espressione del viso è autenticamente aggressiva. Entrambe le azioni sono sincere perché riflettono emozioni davvero sentite anche se opposte. Per decidere come reagire, il teppista deve valutarle entrambe e capire qual è dettata dall’impulso più forte. Ma esistono situazioni difficili da interpretare. Come dovrebbe comportarsi il giovanotto di fronte al sorriso invitante di una ragazza che però tamburella nervosamente con le dita sul banco del bar? Il primo segnale dice: «possiamo fare amicizia», ma le mani avvertono «stai alla larga ». Quale delle due azioni è autentica? Probabilmente la ragazza mostra un sorriso di circostanza ma vuole essere lasciata in pace.

Fingersi bambine
E c’è, infine, un’altra strategia per confondere il prossimo. Consiste nel ricorrere alle cosiddette azioni “rimotivanti”: voglio che tu smetta un certo atteggiamento, quindi cerco di indurne in te un altro. Il funzionamento si basa sul fatto che due emozioni ad alta intensità si sopprimono a vicenda. La più comune azione rimotivante negli adulti è quella a cui ricorrono le donne di fronte a certi comportamenti aggressivi maschili: giocano a fare le bambine per suscitare nel maschio un atteggiamento paterno, un modo per trasformarlo da compagno critico a “papà” tenero e protettivo.

firma.png

Ci laviamo troppo?


Troppo sapone fa male alla pelle. Eppure ci si lava sempre di più. Perché?
E’ nato per caso in Mesopotamia, nel 3000 avanti Cristo. Cuocendo gli alimenti sul fuoco, il grasso, colando sulla brace, si mescolava con la potassa dando origine a una crema densa: ecco il sapone. Una scoperta che ha rivoluzionato la vita dell’uomo, tanto che oggi in Italia si spendono mille miliardi l’anno per l’igiene del corpo. Troppi, secondo i dermatologi.

Rifiutare l’animale
Ma perché ci si lava? Le ragioni di questa consuetudine dipendono dalla stessa termoregolazione umana. Probabilmente in tempi antichissimi l’uomo si è accorto che per rinfrescare la propria pelle c’era un’alternativa al sudare: quella di immergersi nell’acqua fresca di un fiume o di un lago. L’origine del lavaggio sta in questa prima scoperta. Dal semplice “bagno per rinfrescarsi”, nel giro di alcuni millenni si è però arrivati all’attuale amore per la pulizia e all’uso frequente di saponi e deodoranti. A volte, quasi una mania. Lo scopo principale del lavaggio oggi non è più raffreddare la pelle, ma è l’annullamento totale degli odori corporei. E la volontà di cancellare il proprio odore individuale dipende solo in parte dai condizionamenti indotti dai messaggi pubblicitari. Le vere cause sono più profonde: la nostra razionalità tende a rifiutare tutto ciò che non può controllare, odori compresi, perché sono legati agli aspetti più “animali” dell’essere umano.

Il business dei profumi
Così, è stato lo sviluppo della ragione che ha lentamente trasformato il caratteristico odore della specie umana (in sé né buono, né cattivo) in una puzza. Nessun animale, infatti, cancellerebbe mai il proprio odore: è un segno di riconoscimento fondamentale per indicare l’appartenenza a un gruppo e, allo stesso tempo, per affermare la propria individualità. E doveva essere certamente così anche per gli antenati dell’uomo moderno. Non solo: l’odore individuale è tuttora necessario. Infatti ci si profuma, perché l’esigenza di distinguersi dagli altri per il proprio odore è avvertita praticamente da tutti. I dati del mercato lo confermano: ogni anno in Italia si spendono quasi diecimila miliardi in prodotti di bellezza per il corpo. «Troppi, in confronto alle reali necessità di pulizia », commenta Carlo Signorelli, docente di Igiene presso l’università La Sapienza di Roma. «Secondo un’indagine condotta pochi mesi fa dal nostro istituto, i ventenni italiani fanno cinque docce la settimana in inverno, nove in estate. Per pulirsi ne basterebbero molte meno. Abbiamo chiesto ai giovani perché si lavano molto. Hanno risposto di farlo soprattutto per gli altri, per non dar loro fastidio a causa dell’odore corporeo».

Pericolo sapone
Passare il sapone sul corpo, magari più volte al giorno, però, danneggia la pelle. Il detergente, infatti, non sa distinguere tra grassi “cattivi” (lo sporco) e i lipidi naturali che si trovano sulla pelle (grassi “buoni” che hanno la funzione di difendere l’epidermide dagli attacchi esterni e di impedire che perda troppa acqua). Una bella lavata li rimuove entrambi. «La superficie della nostra pelle è formata da strati cornei uniti tra loro da lipidi, che la rendono elastica e impermeabile. Dopo ogni lavaggio con un detergente, l’epidermide impiega dalle 12 alle 24 ore a rigenerare lo strato lipidico che la protegge. Spesso, perciò, il risultato di lavaggi ripetuti è una pelle sempre più secca, perché non riesce a rimpiazzare i lipidi eliminati», spiega Marcello Monti, dermatologo e ricercatore presso il Policlinico di Milano.

Puzza di progresso
Un metodo alternativo è usare le mucillagini. Si tratta di farine di riso e avena che, a contatto con l’acqua, si gonfiano e assorbono lo sporco superficiale. Certo, non saranno efficaci come il sapone, ma per chi si lava spesso sono ideali. Ma eliminando il sapone, non si rischia di puzzare? Niente affatto, gli aborigeni australiani e i membri di alcune tribù africane non si lavano mai. Si bagnano solo quando piove. Eppure non sono sudici, né puzzano. La nostra pelle, quando riesce a mantenersi in equilibrio con l’ambiente esterno, si difende benissimo da sola. Le cellule superficiali, sfaldandosi, eliminano lo sporco da sé. Inoltre i batteri presenti sull’epidermide impediscono attacchi da parte di funghi o di altri microrganismi patogeni. Il discorso cambia nella nostra società industriale: in città l’inquinamento è tale che sulla pelle si deposita un velo di fuliggine e polveri che va rimosso. Inoltre i vestiti fanno ristagnare il sudore. Un barbone che non si lava mai ha la pelle quasi nera e, naturalmente, puzza. La necessità di lavarsi, quindi, è data solo dal progresso. Il motivo è semplice: lo sporco cutaneo in realtà non esiste. Il sudore e il sebo che spesso rivestono l’epidermide contribuiscono al suo equilibrio e non possono essere considerati sporcizia. La pelle è davvero sporca solo quando si ricopre di un grasso estraneo (per esempio quello di un motore di auto che rimane sulle mani di un meccanico). Su un grasso come questo, che viene dall’esterno, si depositano polveri e batteri che possono provocare infezioni. In questo caso lavarsi è indispensabile. La polvere, terreno ideale per la crescita dei batteri, non viene invece catturata dai grassi naturali dell’epidermide, perché questi si trovano tra uno strato corneo e l’altro, e non, come il vero sporco, tra l’aria e la pelle.

Una rinuncia impossibile
L’uomo, dunque, non è nato per lavarsi col sapone. Eppure quando i dermatologi sconsigliano l’uso del detergente ai pazienti affetti da dermatite (comunissima quella alle mani nelle donne che lavano spesso stoviglie e indumenti) vanno incontro a forti resistenze. Il concetto che lavarsi ogni giorno, in profondità, con il sapone sia necessario quanto mangiare o respirare è infatti molto radicato, perché? Il bisogno di lavarsi oggi non è più fisico, ma psicologico. Il relax nel bagno di casa è un momento di intimità con noi stessi e con il nostro corpo al quale non vorremmo mai rinunciare. Il lavaggio mattutino poi è un rito profondo, perché il contatto dell’acqua tiepida sulla pelle è estremamente piacevole . Tutti, infatti, siamo stati immersi per nove mesi nel liquido amniotico, che ci ha fornito le prime sensazioni esterne di calore. Il neonato conserva per un po’ di tempo la memoria di queste emozioni, tant’è vero che, se viene immerso nell’acqua tiepida, si rilassa. Il rito del lavaggio, quindi, si sovrapporrebbe a ricordi inconsci profondi e piacevoli. E allo stesso concetto di ingresso nel mondo attraverso un liquido, si richiamano alcune cerimonie religiose, come il battesimo. Il concetto di pulizia è strettamente legato a quello di purificazione. L’immersione o l’aspersione con acqua segnano l’ingresso in una nuova comunità, quella cristiana. L’individuo abbandona la vita precedente per un’esistenza nuova.

firma.png

Leggete attentamente le avvertenze


Delle circa 30 mila malattie oggi conosciute, solo un terzo è curabile con farmaci. Non solo: anche quando le medicine funzionano, prevalentemente queste agiscono più sul sintomo che sulle cause. Il che significa, in pratica, che non guariscono, solo alleviano la malattia. Malgrado questo in Italia si usano ogni anno 1 miliardo e 450 milioni di confezioni di farmaci. Spesso inutili. E, più frequentemente di quanto si possa immaginare, presi in modo sbagliato. Secondo uno studio dell’Istituto Mario Negri su alcuni dei farmaci più diffusi, almeno nel 50 per cento dei casi la prescrizione fatta dal medico non è seriamente giustificata. Molte sono poi le persone che prendono farmaci con troppa leggerezza, senza consultare i medici, senza leggere il foglietto delle «istruzioni» peraltro quasi sempre incomprensibili o interrompendone l’assunzione troppo presto, senza tenere conto che combinare più farmaci, o semplicemente accoppiarli a una dieta sbagliata, può portare a effetti controproducenti. Come limitare questi errori e orientarsi meglio tra pillole, fiale e compresse? Ecco qualche informazione, alcuni consigli e le risposte alle perplessità più comuni.

1) I farmaci son sicuri?
Sì. I farmaci in vendita sono abbastanza sicuri perché hanno superato una verifica che dura molti anni e consiste in quattro fasi. La prima sperimentazione viene fatta su volontari sani a dosi molto basse. Poi si passa alla fase 2, su piccoli gruppi di pazienti, e alla fase 3, su gruppi numerosi di mala-ti, per capire qual è il rapporto tra benefici e rischi. Stabilita l’efficacia di un farmaco, inizia la sua vendita e, con essa, la fase 4, cioè la sorveglianza «post-marketing». In Italia si calcola che 35 milioni di cittadini prendano ogni anno farmaci, e vengono segnalate 3.000 reazioni avverse l’anno.

2) Cosa è meglio dire o chiedere al medico che ci prepara la prescrizione?
Il medico di famiglia dovrebbe sapere di noi vita e miracoli. Ma se ci rivolgiamo a lui raramente, può sapere troppo poco. E’ quindi importante informare chi ci cura se abbiamo o abbiamo avuto: -malattie o disfunzioni croniche di fegato o renali (chi ne è stato vittima metabolizza più lentamente i farmaci); -l’ulcera peptica (meglio che non si prendano gli antinfiammatori non steroidei, o l’aspirina); -crisi epilettiche o problemi psichiatrici (ci sono farmaci che possono favorirli); -eczemi (è uno degli effetti collaterali più comuni); -e infine se è in corso una gravidanza: sostanze a prima vista innocue, come la vitamina A, possono causare malformazioni persino se sospese prima del concepimento.
3) I farmaci si prendono prima o dopo i pasti?
E’ meglio attenersi alle disposizioni del medico. Il cibo riduce la velocità di assorbimento di farmaci come penicilline, tetracicline, eritromicina. Ma ci sono anche farmaci il cui assorbimento è aumentato dal cibo: come la nitrofurantoina, il labetalolo, l’idralazina.
4) Cosa si deve fare se si dimentica una dose?
Dipende dal farmaco. Nel caso si tratti di un contraccettivo orale, la pillola successiva va presa il più presto possibile, tenendo conto che per 48 non ci sarà copertura e quindi va usato un altro anticoncezionale. In alcuni casi il «bugiardino », come viene chiamato il foglietto di istruzioni allegato al farmaco, dà indicazioni. Se si dimenticano altri farmaci, come l’insulina o gli anti-epilettici, è invece necessario consultare il medico.
5) Esistono farmaci incompatibili tra di loro?
Si. Per esempio, si è scoperto che la pillola anticoncezionale a volte fa cilecca se si prende contemporaneamente ad antibiotici. E l’eparina, un anticoagulante utilizzato per la trombosi venosa profonda, preso insieme all’aspirina fa aumentare il rischio di emorragia. Anche i farmaci che deprimono il sistema nervoso centrale come gli ipnotici, gli stupefacenti, gli antistaminici e gli alcolici, se combinati tra loro moltiplicano l’effetto sedativo, che diventa così pericoloso e potenzialmente mortale. Bisogna quindi sempre dire al medico che fa la prescrizione quali farmaci si stanno assumendo. E controllare il bugiardino alla voce “Interazioni”.
6) Cosa deve esserci nella farmacia di casa?
Ecco alcuni prodotti base per le esigenze più comuni. Ferite: un disinfettante, meglio a base di iodio (betadine) o l’acqua ossigenata. E’ consigliabile non usare i cicatrizzanti: potrebbero favorire la formazione di cicatrici su ferite che devono ancora spurgare. Febbre: Paracetamolo, un antifebbrile per i bambini. Analgesici: un prodotto da banco a base di ibuprofene. Acidità di stomaco: un anti-acido se è episodica. Se invece persiste , bisogna andare dal medico.
7) Che cosa sono i farmaci da banco?
Quando entrano in commercio, i farmaci vengono divisi in due categorie: farmaci da banco, che non hanno bisogno di ricetta, e farmaci che richiedono la prescrizione. A loro volta, i farmaci con ricetta sono divisi in tre fasce. In fascia A, gratuiti, oggi ci sono 500 principi attivi (le molecole efficaci dal punto di vista farmacologico) divisi in 3.300 confezioni in base alla caratteristica (per adulto o pediatriche, tipo di somministrazione, quantità contenute) e in 1.374 specialità (i diversi nomi commerciali). In fascia B, cioè al 50 per cento a carico del paziente, ci sono 150 principi attivi, 490 confezioni e 342 specialità. Mentre in fascia C, cioè a totale carico del paziente, ci sono 980 principi attivi, 3.300 specialità, 7.200 confezioni. Questa suddivisione è oggi in fase di ridefinizione da parte del governo.

firma.png

“La casa sull’albero”, apre a Bari il primo Studio di Psicologia per la Famiglia!

A Bari apre un nuovo studio di psicologia dedicato alla famiglia e ai bambini

Lo studio di psicologia per la famiglia “La casa sull’albero” è attivo dal primo settembre in Corso Alcide De Gasperi 300 a Bari, giusto in tempo per l’ apertura delle scuole, visto che molti dei servizi proposti interesseranno proprio quest’ambito.
Lo studio è composto da psicologi e psicoterapeuti dedicati a fornire supporto psicologico per la famiglia. La particolarità dello studio è nella creazione di spazi di ascolto dedicati ad ogni membro della famiglia.
I professionisti dello studio “La Casa sull’albero” rispondono al genitore che può avere dei dubbi su come comportarsi con il figlio, supportano l’adolescente che vive un momento complesso della sua vita, e seguono il bambino attraverso l’analisi dei suoi disegni, del gioco e del comportamento ricavando indicazioni utili per i genitori e anche per gli insegnanti in modo da rendere più agevole l’apprendimento.
Molto particolare è il servizio di “Doposcuola psicoeducativo” completamente pensato intorno al rapporto bambino-scuola, è un doposcuola diverso dedicato a bambini con problematiche di apprendimento più complesse o a bambini che incontrano delle difficoltà, anche passeggere. Il servizio mette al primo posto la competenza giusta al momento giusto, infatti il bambino è seguito in ogni incontro da un educatore e da uno psicologo che valuta l’andamento sia dal punto di vista didattico che psicologico, informandone il genitore durante l’incontro mensile previsto nel piano educativo/terapeutico.
Sempre dedicati a bambini, saranno anche attivi, presso lo studio, corsi di “educazione alla grafia” ossia come educare attraverso i gesti, corsi di “arteterapia” ed altre attività utili e terapeutiche per i bambini.
Molto ricco è anche lo spazio di supporto e cura per l’adulto che prevede percorsi di Psicoterapia individuale e di gruppo e di Training autogeno.
“Supportare i bambini e la famiglia è doveroso in un momento come questo di crisi dei valori e degli equilibri sociali. L’unico mezzo che abbiamo per contenerne i riflessi sul mattoncino fondante della società è dare consapevolezza, strumenti validi e supporto concreto impiegando le forze migliori”, così ha commentato l’apertura dello studio la Dr.ssa Carmen Donato La Vitola, presidente delle cooperativa Nuova Città , una ONLUS molto attiva nel campo del privato sociale, che oltre a promuovere questo progetto, gestisce il famoso “Poliambulatorio sociale”.
Il sito web dello studio è www.psicologiainfantilebari.it, e i professionisti cono raggiungibili via mail a info@psicologiainfantilebari.it o telefonicamente (080 4550079 – 393 0080306)

firma.png

L’ha detto la Televisione

Le notizie possono modificare idee e comportamenti? Si, ma solo in pochi casi…

Quasi tutti gli italiani guardano il telegiornale e seguono regolarmente alla tivù programmi culturali e d’attualità, per la precisione il 68,6 per cento (rispetto all’83 per cento che guarda la tivù ogni giorno). Il 60,2 per cento legge i quotidiani e il 32,6 ascolta abitualmente i radiogiornali. Lo rivela l’ indagine dell’Istat (l’Istituto di statistica) sui nostri comportamenti quotidiani. Riceviamo dunque ogni giorno da giornali, radio e televisione un vero bombardamento di informazioni. Secondo una teoria psicologica ogni notizia è come l’iniezione di un farmaco: ha un’influenza immediata sul comportamento delle persone, proprio come una medicina che, appena iniettata, scatena subito una reazione dell’organismo. Qual è dunque l’effetto delle notizie sulle persone? Davvero riescono a modificarne opinioni, comportamenti e scelte? E possono anche influire sul nostro inconscio? La risposta è sì, ma in modo diverso a seconda delle caratteristiche individuali, dei mezzi di informazione che ce le danno e di come ce le presentano di volta in volta.

In realtà i mezzi di comunicazione, più che alterare direttamente il modo di pensare e di agire del pubblico, selezionano gli argomenti sui quali tutti “devono” avere un’opinione. Quando i giornalisti diffondono determinate notizie, escludendone altre, creano una specie di “mappa dei fatti” sulla quale si concentra, e discute, la popolazione. C’è poi una seconda selezione: fra le notizie proposte da stampa, radio e televisione, ognuno sceglie quelle che lo interessano di più. Sui quotidiani, per esempio, gli adulti e i ragazzi leggono soprattutto gli articoli di politica e di attualità (70,3 per cento dei lettori), mentre le donne si concentrano sulla cronaca locale (76 per cento). Tutti, però, tendono a rivolgersi alle fonti d’informazione con le quali si sentono più in sintonia. Perfino durante le campagne elettorali, invece di confrontare il programma dei vari partiti, ci si informa prevalentemente attraverso i giornali che rispecchiano la propria ideologia. E si seguono i programmi radio e televisivi che danno più spazio al partito di appartenenza. Insomma, ognuno cerca di costruirsi un’ informazione su misura, che rispecchi il più possibile il proprio punto di vista.

E se, invece, non si ha ancora un’opinione su un avvenimento?
In questo caso, i servizi giornalistici possono influenzare i giudizi delle persone. Ma, per riuscirci, ne devono prima catturare l’attenzione. Il pubblico, in realtà, riesce a memorizzare soltanto una minima parte delle notizie diffuse dai vari canali d’informazione. Ecco perché più i messaggi sono brevi, ripetuti e semplici (richiedono, cioè, un minimo sforzo di comprensione), più vengono recepiti e hanno, quindi, possibilità di orientare le scelte delle persone. Lo confermano tutte le ricerche psicologiche più recenti, condotte sia in Europa che negli Stati Uniti, nelle quali sono state analizzate anche le caratteristiche più efficaci delle informazioni “persuasorie” per eccellenza: quelle pubblicitarie e quelle diffuse durante le campagne elettorali. I risultati sono identici: in entrambi i casi, infatti, le persone condividono, o comunque accettano più facilmente, i messaggi che hanno uno o più elementi a loro familiari. Ciò favorisce un processo di identificazione con l’autore, e perfino con il contenuto che le sue parole hanno espresso. Inoltre, di solito ci si lascia convincere più facilmente se chi lancia il messaggio è un personaggio di successo, sul quale inconsciamente si trasferisce la responsabilità della propria, eventuale adesione. Le informazioni “persuasorie” producono, secondo gli studiosi, “effetti limitati” sulle persone, proprio perché di solito hanno un unico obiettivo da raggiungere, e in breve tempo: durante e subito dopo una “campagna” sulla ricerca scientifica, per esempio, la popolazione reagisce versando ai centri di ricerca una maggior quantità di finanziamenti. Poi, però, la campagna d’informazione finisce e tutto torna come prima.

Le notizie, dunque, esercitano soltanto un’influenza temporanea?
Niente affatto. Anzi, possono anche suscitare reazioni profonde, imprevedibili. E’ accaduto con la guerra del Golfo, nel 1991: durante la prima settimana, le immagini del conflitto tennero incollati davanti allo schermo 9 milioni di italiani. Suscitando nelle persone anziane insonnia, paura, ricordi angosciosi della seconda guerra mondiale.

Oggi, insomma, le notizie puntano sempre più spesso sul coinvolgimento emotivo del pubblico. Ma, in questo modo, colpiscono direttamente l’inconscio delle persone. In particolare, le notizie presentate in modo drammatico e che riguardano un episodio violento, come un omicidio, stimolano in ognuno sia le tendenze sadiche che quelle masochistiche. Cioè le due forze aggressive contrapposte che covano in ognuno di noi, così scatta una doppia paura: quella di essere violenti e quella di subire un’aggressione. Eppure, le centinaia di informazioni su incidenti, rapine, violenze d’ogni tipo che tutti ricevono quotidianamente sembrano cadere nell’indifferenza. Il fatto è che non siamo in grado di sopportare notizie sconvolgenti. Mancano sicurezze, e modelli di riferimento precisi attraverso i quali filtrare la realtà. Inoltre non riusciamo a elaborare tutte le informazioni che riceviamo ogni giorno. Risultato: ci difendiamo con il distacco. Si tratta, però, di un distacco apparente. Perché, dietro l’indifferenza, le notizie continuano a esercitare in ognuno una profonda influenza, in modo diverso a seconda della personalità. I messaggi violenti o preoccupanti possono far vacillare o, addirittura, far crollare le difese di un individuo. Provocando in lui forti angosce, o liberando i suoi aspetti più nascosti. Per esempio, di fronte alla notizia di un suicidio, in chi ha represso per anni il desiderio di compiere quel gesto può scattare l’impulso ad agire. Secondo lo studio di un sociologo australiano, Riaz Hassan, la media quotidiana dei suicidi sale di circa il 10 per cento nei 2 giorni successivi alla comparsa sui giornali della notizia di un suicidio.
Secondo gli psicologi, infatti, c’è una parte inconscia in noi che, assistendo alle tragedie altrui, riesce a scaricare tensioni e provare in qualche modo sollievo. Un meccanismo morboso, cioè quasi patologico e in genere del tutto incontrollabile. Le notizie, dunque, possono provocare ansia, angoscia, liberare gli aspetti repressi di sé, spingere alla violenza, alimentare un sottile compiacimento sadico. Tutto questo accade, in particolare, a chi non possiede una “interiorità strutturata”, cioè alle persone psicologicamente più deboli, come disturbati psichici o semplici depressi, o a chi attraversa un momento di particolare fragilità. Ma tutti, in un modo o nell’altro, subiscono l’influenza delle notizie.

Come difendersi? L’unico modo, dicono gli esperti, è utilizzare più canali d’informazione, per contrapporre alle insidie delle tecniche giornalistiche una preparazione più solida e una maggiore capacità di giudizio.

firma.png

Che cosa sono le cellule staminali?

Sono cellule allo stadio iniziale dello sviluppo cellulare. Vengono prelevate soprattutto da embrioni.
L’embrione, infatti, è formato inizialmente da poche cellule uguali che solo in seguito si specializzano e danno vita ai diversi tessuti dell’organismo. Le cellule staminali, dunque, sono in grado di produrre qualsiasi tessuto se stimolate in modo opportuno.Anche l’organismo adulto in realtà continua a produrre cellule staminali e in particolare ciò avviene nel midollo spinale. Se per rigenerare un tessuto malato vengono usate queste cellule, che provengono dallo stesso organismo, e non le staminali di un embrione, si superano i rischi di rigetto degli attuali trapianti. Per esempio, cellule staminali prelevate dal midollo possono essere trasformate in cellule cardiache e trapiantate nel cuore dello stesso paziente per riparare i danni causati da un infarto. Per la ricerca scientifica, gli embrioni prodotti nei tentativi di fecondazione artificiale sono una fonte preziosa di cellule staminali. L’uso di embrioni a tale scopo è però limitato da opposizioni sul piano bioetico.

firma.png

Page 1 of 116

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén